Un discorso contro i vegani, di nuovo

Sono davvero tante le argomentazioni che vengono poste in contrasto con la scelta alimentare vegana, eppure la maggior parte di esse si basano su stereotipi e false credenze nonché su un “senso di colpa” da sconfiggere.

In difesa della carne

Dopo aver letto un libro che si propone come obiettivo quello di difendere la carne, ma che in realtà, attacca il veganesimo, ci mettiamo a scrivere, con pazienza, le risposte alle argomentazioni che spesso emergono quando si sostiene, non conoscendola, che la scelta 100% vegetale sia innaturale, legata al business, alla moda del momento e via discorrendo.
Il libro al quale facciamo riferimento si chiama “In difesa della carne” è scritto da un giornalista, Andrea Bertaglio, che al momento si occupa di curare i contenuti per il portale “Carni sostenibili”, progetto editoriale sostenuto dalle tre principali associazioni di categoria, Assocarni, Assica e Unaitalia.

Veganismo e natura

1-  Il veganismo è una scelta compiuta da persone occidentali che, comodamente e riccamente inserite nel presente, non riconoscono (o conoscono) che cosa sia la natura che, di fatto, è crudele e prevede sempre la morte di qualcuno o qualcosa per poter generare nutrimento.

Il veganesimo ha una storia molto antica, anche se fa più comodo credere che non sia così. Quando Plutarco, 1900 anni fa, iniziò ad interrogarsi sul diritto dell’uomo di uccidere e mangiare altri animali, Donald Watson e la coniazione del termine “vegan” erano decisamente ancora molto lontani; tuttavia il tema del nostro rapporto etico, empatico ed “economico” con gli animali è sempre stato al centro del pensiero umano.

Occidente? Alcune fra le riflessioni più importanti legate al “chi stiamo mangiando” arrivano proprio dalla tradizione orientale e dalle sue forme di spiritualità nelle quali, contrariamente a cristianesimo, ebraismo e islamismo che pongono l’uomo al di sopra dell’animale, si riconoscono grazie a teorie come quelle della reincarnazione e con il riconoscimento di forme sacre e divine in alcuni animali (come le vacche per l’induismo).

Sulle tesi della “natura crudele”, delle due, l’una: o l’uomo è evoluto ed è “al di sopra” degli animali superandoli in intelletto e portandolo ad interrogarsi su modi attraverso i quali evitare crudeltà inutili, nonché sistemi economicamente più validi per produrre cibo, oppure siamo ad uno stato di natura nel quale “homo homini lupus” è ancora in vigore e quindi qualsiasi regola sociale e civile può essere infranta. La tesi della natura crudele è davvero poco moderna ed è difficile pensare di poterla associare all’idea dell’uomo evoluto ed occidentale al quale si fa riferimento nella tesi.

2 – Gli animalisti amano solo cani, gatti, agnelli e animali con i quali empatizzano, ma lasciano da parte tutto il resto, come gli insetti.

Il veganismo prevede che qualsiasi forma di vita debba essere rispettata nei limiti del possibile. Questa la definizione che ne diede lo stesso Donald Watson, fondatore “politico” del movimento: “Veganism is a way of living which seeks to exclude, as far as is possible and practicable, all forms of exploitation of, and cruelty to, animals for food, clothing or any other purpose.” (Il veganismo è un modo di vivere che cerca di escludere, per quanto possibile e praticabile, ogni forma di sfruttamento e crudeltà nei confronti degli animali per l’alimentazione, l’abbigliamento o qualsiasi altro scopo”).

Detto questo è abbastanza chiaro il motivo per il quale alcune campagne animaliste mostrano vitelli, agnelli, o maiali per cercare di creare un impatto maggiore sul pubblico: l’uomo tende ad empatizzare maggiormente con ciò che gli è prossimo e conosce meglio. Se una campagna di sensibilizzazione che punta a raggiungere milioni di persone mostrasse l’ecatombe di miliardi di pesci che ogni anno finiscono nelle reti (e succede anche questo), avrebbero meno “successo” rispetto ad una campagna che mostra le grida e gli sguardi di maiali e mucche, con le quali, nonostante le differenze, ci sentiamo più affini, se non altro per un riconoscimento fisiologico. Questo non significa che chi approccia il veganesimo in modo consapevole abbia come hobby quello di andare ad uccidere mosche, scarafaggi e via discorrendo.

Per ciò che riguarda gli animali infestanti (topi, zanzare, nutrie) nessun vegano ha voglia di avere la casa invasa da queste forme di vita perché in contrasto con la propria salute e, a volte, sopravvivenza, ma la nostra evoluzione ci permette di essere in grado di trovare sistemi di contenimento scientifici (come la sterilizzazione in varie forme) che possono permettere la convivenza all’interno di una Natura che siamo noi ad aver colonizzato. Abbiamo trasformato l’ambiente a nostro beneficio, facendo sì che gli animali attorno a noi si dovessero adattare, diventando ospiti di un ecosistema che, in ogni caso, non sopravviverebbe senza di loro.

3 – Gli animali vanno rispettati ma non sono esseri umani. Nessun animale ha mai scoperto un vaccino, guidato una macchina o scritto un libro. 

L’antispecismo e il veganesimo non hanno come obiettivo quello di “innalzare” gli animali sul gradino più alto della piramide sul quale si è posto l’uomo, né di porre l’uomo alla base della stessa piramide nella quale ha ricacciato gli animali. L’idea è quella di ricondurre l’uomo nell’ecosistema e renderlo integrato con la natura, senza che gli animali ne diventino schiavi. Fra collaborazione, rispetto e schiavitù esistono numerosi possibilità intermedie.

Valutare un’aquila, per esempio, meno valida di un uomo usando come termine di giudizio la scrittura, potrebbe essere una tesi che si scardina facilmente invertendo i fattori: l’uomo è inferiore all’aquila perché non è in grado autonomamente di volare? Nell’antispecismo sono i termini di confronto e il modo in cui si approccia la natura a cambiare. “Se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido” disse Albert Einstein.

Infine, proprio perché l’uomo è in grado di analizzare e compiere azioni complesse, è suo dovere confrontarsi con il resto degli altri animali in modo intelligente, il che non significa sfruttarli come macchine metaboliche (così come accade negli allevamenti), bensì trovare strategie alternative per evitare sofferenze e ingiustizie inutili.

4 – I vegani non rispettano chi non ha da mangiare. Il vizio occidentale permette di dire ad un africano o ad un abitante delle campagne del Sud America che non deve mangiare la mucca anche se è il suo unico sostentamento, perché lui deve coccolarle e tenerle in casa come fossero animali da compagnia.

Nonostante, come sopra, faccia più comodo credere che il movimento vegan italiano e internazionale, sia composto di psicopatici completamente avulsi dal buon senso, no, nessun vegano crede che chi ha da mangiare solo un pollo, debba morire di fame. Nel suo libro “Mangiare la terra“, Lisa Kemmerer spiega molto bene questo concetto: “La responsabilità morale presuppone una certa abilità di scelta tra un’azione e un’altra. Chi non ha nessuna scelta sull’alimentazione non può ragionevolmente essere ritenuto responsabile alla stregua di chi ha ampi spazi di manovra e di scelta fra l’essere onnivoro, vegetariano o vegano”.

Il veganesimo non è una follia collettiva e chi cerca di farlo passare come tale è evidentemente in cattiva fede oppure, diamo il beneficio del dubbio, ha incontrato sempre persone che non hanno idea di che cosa stiano facendo pur dichiarandosi vegane. Coccolare una mucca o avere un pollo come animale domestico non è, chiaramente, la norma anche se non c’è nulla di sbagliato, ma bensì è uno scorcio, una rappresentazione, di un rapporto diverso e possibile con questi animali, ritenuti erroneamente per cultura e tradizione, animali “da mangiare” a differenza di cani e gatti. Sappiamo ormai fin troppo bene che in altre culture ciò che per noi è un tabù alimentare (mangiare un topo, un cane o un gatto) non lo è affatto. Nessun vegano sostiene che la mucca debba prendere il posto del nostro cane o gatto ma quando si mostrano immagini di bambini o adulti che instaurano un rapporto di affetto con questi animali, abbiamo davanti la prova evidente di quello che anche l’ex veterinaria Susie Coxton  o la psicologa Melanie Joy sostengono da tempo: è la non conoscenza vera della complessità e ricchezza piscologica di questi animali a fare in modo, fra molte altre motivazioni, di credere che sia “normale” nutrirsene.

5 – Il mondo ha sempre più fame di carne ed è necessario sfamare le centinaia di nati ogni minuto in modo dignitoso e non saranno certo insalata, tofu e quinoa a rappresentare la dieta del futuro. Dobbiamo cercare solo un modo meno impattante di produrre carne.

Ancora una volta partiamo da due tesi errate: la prima è che la scelta 100% vegetale si basi su pochi alimenti un po’ “strani” e, secondo, che l’alimentazione vegana non sia “dignitosa” o valida a livello nutrizionale. Sono entrambe affermazioni false.

L’alimentazione vegetale è molto ricca e spesso porta le persone a consumare una varietà di alimenti molto maggiore rispetto ad una scelta onnivora. Anche se sembra quasi controintuitivo, chi sceglie di mangiare vegan inizia ad ampliare la propria dispensa con più cereali (non solo pasta e riso, per capirci), grassi vegetali diversi (olio di oliva, di lino, di riso, di soia, la frutta secca), conosce più verdure e frutti e modi per consumarli cercando di trarne i maggiori benefici (attraverso la cottura al vapore, la fermentazione, l’essiccazione, il consumo a crudo). Quindi, ancora una volta, è molto comodo far credere che i vegani siano un gruppo organizzato di hippies che, vestita di sciarpe colorate e sandali in canapa, consuma pasti frugali “esotici” e poco saporiti: è solo uno stereotipo e, lo sappiamo, questa forma di comprensione del mondo attraverso contenitori preconfezionati è comoda, veloce e genera credenze sbagliate.

In secondo luogo la scelta 100% vegetale è stata definita in più sedi scientifiche (italiane e internazionali) adatta alla salute umana in qualsiasi fase della vita.
Non esiste nulla di non “dignitoso” a livello nutrizionale nella scelta vegana, non esiste nessun caso di cronaca di uomini, donne o bambini morti o malati a causa di una scelta vegana: esistono, però, casi di bambini malnutriti a causa di una scarsa conoscenza di base della nutrizione vegetale e a causa dell’assenza di un’adeguata preparazione dei medici  su questo tipo di alimentazione, spesso ingiustamente demonizzata a priori. Esistono invece più casi di bambini che soffrono di malnutrizione da “eccesso” di cibo, allarme più volte rilanciato a livello internazionale.

Sui modi meno impattanti per produrre carne o qualcosa che la sostituisca si sta già lavorando, i grandi finanziamenti a livello internazionale stanno andando in questa direzione. Mentre si discute sul fatto che un “salame di lupino” sia una follia e un inganno per il consumatore, nel resto del mondo si studiano soluzioni diverse e innovative per soddisfare la fame di carne senza rimanere nel Medioevo.

5 – Non è più sopportabile il doversi giustificare o sentire in colpa perché si sceglie di mangiare carne. Se piace, la carne si può mangiare.

Il senso di colpa nasce nel momento in cui sappiamo che c’è qualcosa che potremmo fare e non facciamo. Noi a Vegolosi.it lo chiamiamo, scherzando, “l’effetto palestra“.
Vi sarà certamente capitato (a meno che non siate sportivi veri) di incontrare qualcuno che vi dice “Ho iniziato la palestra, mi sento alla grande e sto anche perdendo peso”. La maggior parte delle volte la risposta dell’interlocutore va dal: “Beata/o, anche a me piacerebbe ma non ho tempo”, al “Eh, sì, anche io faccio le scale ogni tanto”, fino al “Ho provato, ma davvero non ce la faccio”.

La stessa cosa succede quando una persona vegana incontra e parla (anche se non è che lo prescriva il dottore) della sua alimentazione; le reazioni partono istintive: “Anche io mangio poca carne”, “Eh ho provato, ma al pesce non riesco a rinunciare”, “Eh, ma cosa mangi allora?”. Si tratta di forme di “excusatio non petita” che rivelano un senso di inadeguatezza rispetto a qualcosa che sappiamo potrebbe essere giusta e fattibile ma che, per motivi decisamente futili, decidiamo di non fare. Tutti potremmo mangiare meno carne, decidere di evitare i latticini, mangiare per 3 volte a settimana 100% vegetale, provare ricette nuove o leggere un libro sull’argomento, ma di fronte al gusto e all’abitudine, si desiste.

Il senso di colpa nasce solo se riconosciamo che esiste un comportamento che non riteniamo perfettamente in linea con il senso di giustizia. Tornando alla palestra e alla “dieta”: vi sentite in colpa quando mangiate una padellata di verdure con i cereali oppure quando avete passato la serata davanti alla tv con un sacchetto da 500 grammi di patatine? Quando c’è la percezione dell’errore e della possibilità di fare meglio, nasce il senso di colpa, contrariamente, si tratterebbe solo di scelte diverse.

Ci saranno altre argomentazioni da cercare di chiarire mano a mano che si svilupperanno, noi siamo qui.

In copertina – Donald Watson, fondatore della Vegan Society

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