“Drowning in plastic”, il documentario della BBC che vi farà soffrire (e agire)

Il viaggio della biologa Liz Bonnin mette a nudo la situazione incredibile che il consumo di plastica e la sua dispersione dell’ambiente stanno creando ormai da decenni.

Drowning in plastic”, documentario realizzato lo scorso anno dalla BBC è spiazzante. A condurre le danze è Liz Bonnin – biologa esperta in animali selvatici – che in un viaggio incredibile alla scoperta di come e quanto la plastica affligga i mari e i loro ecosistemi, mostra scene davvero assurde e terribilmente reali.

Uccelli acquatici: quando la plastica diventa “cibo” letale

Il viaggio di Liz inizia a 400 miglia dalla costa dell’Australia, nel mare di Tasmania, dove si trova l’isola di Lord Howe. Qui vive una delle colonie più grandi del mondo di Berta Piedicarnicini, un uccello acquatico che soffre particolarmente dell’inquinamento da plastica: secondo i biologi, studiare quanto la plastica influenzi la vita di queste creature può essere la chiave per capire quanto in generale questi rifiuti impattino sugli animali marini. E quello che scopriamo è scioccante: gli adulti di questa specie scambiano spesso la plastica per il cibo, tanto che i biologi devono intervenire per svuotare lo stomaco di questi animali intasato da frammenti di plastica di ogni tipo, che il più delle volte ne causano la morte prematuramente.

Uccello marino plastica

Gli esperti inducono il vomito in un uccello marino per liberare il suo stomaco dalla plastica e cercare di salvargli la vita

Le manovre per indurre il vomito in questi animali risultano disturbanti, ma ancora di più lo è vedere quanta plastica questi uccelli riescono a ingerire: “In 12 anni di analisi in queste zone – spiegano gli esperti incontrati dalla conduttrice – abbiamo visto la situazione peggiorare sempre di più, di anno in anno: fino a qualche anno fa, nello stomaco di ciascun animale trovavamo dai 5 ai 10 pezzi di plastica, oggi parliamo di 30-40 pezzi.

Una volta abbiamo recuperato addirittura 260 pezzi di plastica nello stomaco di un solo uccello”.

Ai danni propriamente fisici, inoltre, si aggiungono quelli causati dalle sostanze chimiche che si trovano sulla plastica e che interagiscono con il sistema endocrino di questi uccelli.

Un mare di plastica, letteralmente

Da dove arriva, però, tutta la plastica con la quale questi e altri animali acquatici devono fare i conti quotidianamente?

Nel mondo, ogni minuto, compriamo un milione di bottiglie di plastica, 1 milione di tazze da caffè usa e getta e 2 milioni di borse di plastica. Ogni minuto, nel mondo, finisce nei mari la quantità di plastica necessaria per riempire un intero camion, per un totale di 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici all’anno.

Per fare chiarezza su questo punto, la biologa si reca in Indonesia, più precisamente lungo le sponde del fiume Citarum, uno dei più contaminati al mondo. Le immagini che arrivano da questi luoghi sono aberranti: tonnellate e tonnellate di rifiuti galleggiano sulla superficie dell’acqua, ormai invisibile, mentre i pescatori del luogo si fanno strada a bordo delle loro piccole imbarcazioni. Tutto questo, va detto, in un fiume che che fino a una ventina di anni fa brulicava di pesci, e che oggi sono invece ridotti del 60%; quelli che rimangono, inoltre, se consumati possono essere molto dannosi per la salute umana.

Fiume Citarum plastica

Il motivo di tale scempio è presto detto: in questo paese non esistono norme né impianti per lo smaltimento corretto della plastica e la popolazione locale non può fare altro che accumularla sulle sponde dei fiumi o direttamente nelle loro acque. Niente di nuovo per gli abitanti del luogo, che hanno sempre smaltito secondo queste modalità i propri rifiuti; il vero problema è che, fino a qualche decennio fa, si trattava di scarti biodegradabili, sostituiti progressivamente con materiali plastici altamente inquinanti. Questi ultimi sono il simbolo di un progressivo miglioramento delle condizioni di vita in queste zone, per cui è difficile che le popolazioni locali vi rinuncino volontariamente.

Pesca: la vera piaga del nostro pianeta

Più di un milione di tonnellate di attrezzature da pesca in plastica è disperso in mare ogni anno, persa accidentalmente o abbandonata volontariamente.

Proseguendo con il documentario, scopriamo che l’industria della pesca immette nelle acque del mondo più plastica di qualsiasi altra industria o settore: anche se si è provato spesso a sostituire corde e reti in questo materiale con alternative non inquinanti, i pescatori fanno sempre un passo indietro e il motivo è semplice. La plastica è leggera, resistente, facile da usare ed economica e non esiste alcun vantaggio concreto per chi pratica questa attività nel sostituirla con materiali alternativi.

Queste sue caratteristiche, però, sono le stesse che rendono la plastica una minaccia così seria per la fauna acquatica: le reti da pesca, in particolare, risultano pressoché indistruttibili ed è molto difficile che un animale che vi rimanga impigliato – anche nel caso delle enormi e fortissime balene, tra gli animali più gravemente minacciati dalle attrezzature da pesca insieme alle foche – possa liberarsi da solo; il più delle volte, invece, questi animali muoiono soffocati o per complicazioni legate ai tagli che questi oggetti provocano sul loro corpo.

Foca uccisa da una rete da pesca

Un cucciolo di foca ucciso da una corda di plastica legata attorno al collo

Barriera corallina: scomparirà per sempre a causa della plastica?

Forse non tutti lo sanno, ma gli splendidi coralli che rendono magiche le acque tropicali sono dei piccoli polipi che costruiscono alla base del proprio corpo uno scheletro che li renda meno vulnerabili agli attacchi esterni. Questi animali di solito si radunano in piccole colonie formando le cosiddette barriere coralline, un vero e proprio spettacolo della natura anch’esso purtroppo minacciato gravemente dalla plastica. La loro sopravvivenza è fondamentale per preservare gli ecosistemi marini, ma questo documentario mostra come i coralli di tutto il mondo siano letteralmente sommersi dalla plastica: quest’ultima, in particolare, è veicolo di batteri potenzialmente letali per l’uomo e per gli animali marini, tra i quali anche i coralli. Una strage silenziosa ma inarrestabile, che porterà gli oceani a svuotarsi entro il 2048.

Microplastica in mare

A questa già gravissima situazione si aggiunge la piaga delle microplastiche, minuscoli frammenti di questo materiale che galleggiano nelle acque di tutto il mondo – entrando a far parte della catena alimentare dei pesci e, di conseguenza, anche della nostra – e che sono il risultato del deterioramento della plastica dispersa in mare o dell’impiego di cosmetici, come dentifrici o scrub, realizzati con “micro granuli” e perfino del lavaggio di tessuti sintetici, che ogni volta rilasciano minuscoli frammenti negli scarichi delle lavatrici. Un allarme che non si ferma, ma che anzi ha raggiunto perfino le acque più remote – e, in teoria, più incontaminate – del mondo, quelle del Polo Nord.

Che cosa possiamo fare noi

Alla luce di quanto ci mostra questo documentario, è impossibile non capire come la situazione sia complicata, allarmante e assolutamente stringente. Nonostante i numerosi tentativi di risolvere il problema – tra i quali citiamo The Ocean Clean Up, una barriera in grado di raccogliere i rifiuti dispersi in mare, progettata da un giovanissimo ragazzo norvegese – il quantitativo di plastica prodotta e utilizzata ogni anno a livello globale è in costante aumento. Potenzialmente, questa situazione già di per sé così tragica potrebbe perfino peggiorare.

Ognuno di noi può dire addio alla plastica nella vita quotidiana, scegliendo di utilizzare materiali alternativi, riciclabili e non inquinanti. Possiamo (e dobbiamo) rinunciare alla plastica a casa, tra gli utensili della cucina e del bagno, ma anche fuori casa, optando per soluzioni “eco” per aiutare il nostro pianeta prima che sia troppo tardi.

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