Crescono i vegani arruolati nell’esercito, ecco qual è quello che ne conta di più

Niente più stivali in cuoio e pasti a base di carne nell’esercito di Israele: anche le forze armate si adattano alle esigenze di un Paese sempre più vegan friendly

Un militare su 18 è vegano. Ad affermarlo la radio delle Forze di Difesa israeliane, secondo cui il numero di soldati vegani arruolati è aumentato di circa il 20% negli ultimi 3 anni. Numeri in crescita agevolati soprattutto dallo snellimento delle procedure burocratiche e dall’adattamento delle rigide regole di vita (dal vestiario al rancio) all’interno delle basi militari, alle esigenze di chi ha scelto una dieta 100% vegetale in un Paese in cui il numero dei vegani è già altissimo.

Scarponcini in eco-pelle, cappellini senza lana, pasti cruelty-free preparati da cuochi adeguatamente formati da specifici corsi di aggiornamento professionale, hanno così fatto il loro ingresso all’interno dei programmi di addestramento e hanno coinvolto soprattutto i ranghi più alti dell’intelligence. Infatti, come riporta Il Messaggero, l’ufficiale vegano più alto in grado risulta essere il vice-capo di Stato maggiore, generale Aviv Cochavi.

Certo, i più critici potrebbero obiettare una leggera contraddizione tra la scelta di non mangiare animali e quella di entrare nell’esercito e imbracciare un fucile per uccidere altri esseri umani.

Uno Stato vegano

Quando, nell’aprile 2017, Donna Steinfied, tenente della divisione Tecnologia e Logistica dell’IDF (Israel Defense Forces), ha dichiarato in un’intervista al Jerusalem Online che i circa 50000 soldati israeliani vegani avrebbero presto trovato le proprie scelte alimentari totalmente rispettate, forse non si pensava che sarebbe bastato un solo anno per far cambiare le cose. Eppure così è stato: se fino a qualche anno fa i soldati vegani ricevevano delle diarie extra da poter spendere alla ricerca di cibo vegano fuori dalle mense dell’esercito (un problema non da poco se si veniva dislocati nelle zone più remote e desertiche del pianeta), ora nessuno di loro è più costretto a mangiare uno shawarma (più noto come kebab o gyros) a base di carne.

La presa di posizione dell’IDF è diretta conseguenza di un fenomeno che non può essere ignorato: negli ultimi 10 anni, in Israele, il movimento vegano è cresciuto in maniera esponenziale. Considerato il numero così elevato di vegani, unito all’obbligo del servizio di leva (che dura ben 24 mesi per le donne e 36 per gli uomini), è piuttosto naturale che le scelte alimentari della popolazione influenzino, tra le altre, quelle nelle mense dell’IDF. Non a caso “Domino’s Pizza” ha rivoluzionato il proprio menù vendendo la prima pizza vegana della catena proprio a Israele, nel 2013.

Essere vegani nell’esercito

Se la vita per i soldati vegani israeliani è notevolmente migliorata, non si può dire lo stesso per l’Europa dove un paio di anni fa è balzato agli onori della cronaca proprio il caso del giovane Antoni da Campo, escluso dall’esercito svizzero per essersi rifiutato di indossare i tradizionali anfibi neri in cuoio in dotazione a tutti i militari. In quell’occasione il ragazzo, dopo aver fatto ricorso, era stato infine dichiarato idoneo a intraprendere il servizio militare ed era stato reintegrato nell’esercito.

Non tutti allora avevano preso bene la conclusione della vicenda. “Il nostro esercito si è lasciato ridicolizzare da un soldato vegano che è riuscito a farsi presentare, in particolare sulla stampa internazionale, come colui che ha fatto cedere l’Esercito svizzero addirittura prima di aver prestato il suo primo giorno di servizio” aveva affermato il deputato Jean-Luc Addor proponendo addirittura di escludere ipso facto i vegani dall’esercito. “Non è assolutamente possibile accettare che questi, dall’interno o con l’intervento dei media, si dedichino a una forma di propaganda volta a minare la credibilità e le capacità operative del nostro esercito”. La mozione, giudicata anticostituzionale, fu respinta dal Consiglio Federale.

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