I vegani non devono avere paura, gli hippie avevano ragione

La controcultura alla fine degli anni ’60 ha aperto le porte del nuovo mondo, quello nel quale viviamo: siamo pronti, però, ad accettare tutti gli strumenti della rivoluzione?

Cosa hanno a che fare il mondo dopo internet e il veganesimo? Conoscete certamente la frase “Stay hungry, stay foolish” (Restate affamati, restate folli). Forse anche voi, come me fino a poche settimane fa, credete sia il motto di Steve Jobs, inventore del mondo Apple. Bene, ci sbagliavamo in allegria: la frase è stata scritta da un certo Steward Brand. In pochi sanno chi sia, eppure, oltre ad aver riassunto in una sola frase la base della contro cultura che ha creato la “società del web” negli anni ’70, è autore di una serie di riflessioni interessanti anche per il mondo dell’animalismo e del movimento vegan, anche se lui non lo sa.

Chi è Brand?

Classe 1938, Brand è nato nell’Illinois ed è stato definito dallo stesso Jobs (che gli ha “scippato” la frase nel discorso a Stanford) come “l’inventore” di Google: non nel senso tecnico bensì filosofico del termine. Brand è sempre stato un ambientalista, uno che voleva cambiare il mondo, ma era anche un ragazzo che amava le cose pratiche.
Nel 1968 ha dato alle stampe un libro, il Whole Earth Catalog, ossia un vero e proprio elenco di strumenti e contatti per vivere una vita il più possibile green. Dove comprare il terreno per dare vita al proprio orto, a chi chiedere per costruire un sistema di irrigazione che funzionasse, dove andare a comprare a colpo sicuro un libro che racconti gli effetti dell’inquinamento. Brand mise insieme in un solo catalogo migliaia di nomi, prodotti, indicazioni e recensioni stilate da un gruppo di “redattori” guidati da lui, che permettesse a tutti di “saltare la mediazione“, di poter avere accesso diretto a quello che gli serviva per vivere diversamente e in modo più ecologico. In “The Game” Alessandro Baricco, lo descrive come uno dei pionieri del mondo in cui attualmente ci troviamo a vivere.

Brand durante un Ted del Febbraio 2013 in California

Abbattere le mediazioni, cambiare gli strumenti

L’assenza di mediazione, la volontà di strappare quel velo creato dalla società sul tema della produzione di carne e derivati, è esattamente quello che il movimento animalista e vegano cercano di fare da sempre, in modi diversi. La rete, internet, ha permesso uno sviluppo enorme di questi due movimenti di azione e pensiero: gli strumenti che abbattono l’intermediazione hanno permesso alle associazioni animaliste di mostrare che cosa accade negli allevamenti intensivi; le micro camere nascoste e le dirette Facebook permettono a chi ne ha voglia, di scoprire che cosa significa davvero “mangiare una fetta di carne”. E’ sempre più comodo capire che cosa significa “allevamento intensivo”, è sempre più facile entrare in contatto con un medico esperto in alimentazione vegetale e chiedergli un consiglio, oppure leggere una ricetta su come fare il ragù senza carne e via discorrendo. Brand e la contro cultura che si riuniva nei garage delle villette americane sul finire degli anni ’60, sono stati, quindi, molto importanti.

Molte persone provano a cambiare la natura degli umani, ma è davvero una perdita di tempo. Non puoi cambiare la natura degli umani; quello che puoi fare è cambiare gli strumenti che usano, cambiare le tecniche. Allora, cambierai la civiltà”

Questo che parla è Brand. Non è una frase da poco, è un concetto enorme. Quando l’ho letta ho immediatamente pensato alla questione vegana (deformazione professionale, immagino). In poche parole, Brand non aveva e non ha (è tutt’ora attivo e tiene decine di conferenze in tutto il mondo) nessuna fiducia negli esseri umani e nella loro capacità di farsi domande che cambino la loro essenza. Si deve andare al sodo.
“Sei abituato a mangiare il burger e il pollo tutti i sabati e le domeniche? Tieni, mangia questi stampati in 3d o coltivati in laboratorio, costano uguali, anzi meno, hanno lo stesso sapore, ma sono meglio, fidati”: potrebbe funzionare abbastanza bene.

Insomma, non bastano le ricette (lo dico a nostro discapito), serve proprio una cosa facile, immediata: la bistecca 3d? La carne coltivata? Il formaggio fatto con le proteine dei legumi? Sì. Eppure sono moltissimi gli animalisti e i vegani che non accettano l’idea che questi nuovi strumenti (che esistono e sui quali si sta già investendo) possano essere utili.

La carne stampata in 3d da Giuseppe Scionti, ricercatore italiano che ha creato la start up Novameat

Niente paura

Questo non mette in cantina l’informazione sul fronte etico e morale o le battaglie dell’attivismo, no. Sono solo due strade diverse per arrivare allo stesso casello: la liberazione animale prima possibile, una natura preservata e non distrutta brandello per brandello, sempre più persone che smettono di credere che mangiare vegano sia una cosa da pazzi.
Non è un piangersi addosso, ma i fatti lo avranno dimostrato anche a voi: quanta paura fa la parola “vegano”? Sulle confezioni dei prodotti, nelle vetrine dei negozi, ai camerieri dei ristoranti, a vostra nonna alla cena di Natale o al vostro medico di famiglia? Un sacco. Di chi è parte della colpa, lo sappiamo. Per dire: ci sono state persone che mi hanno chiesto preventivamente se potevano chiedermi il contatto su Facebook anche se non erano vegane: trovo sia un segnale un tantino preoccupante dell’immagine che, generalmente, passa di questo tipo di scelta.

Non dobbiamo avere paura dell’innovazione, né dell’idea che ci saranno i burger stampati in 3d o che arrivi la carne vegetale che “sanguina” succo di barbabietola, o del sushi fatto di amido che sembra pesce vero: quella sarà sicuramente una strada e se alcuni di noi ne percorrono un’altra, sarà bene evitare di cambiare corsia solo per gettare biglie sotto i piedi di chi sta lavorando a soluzioni che potrebbero essere davvero globali. Lasciamo da parte il “Non mangerei mai un burger vegetale che sa di carne e sanguina”, perché l’obiettivo non siete più voi, bisogna allargare lo sguardo.

Cambiamo gli strumenti, creiamo delle alternative e cambieremo (forse) la civiltà.

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