Chi odia i vegani? Il ruolo della stampa nella diffusione dell’ignoranza

Uno studio sociologico di Nicola Righetti spiega con dati empirici il ruolo dei media nella creazione del “sentiment” negativo verso chi sceglie un’alimentazione 100% vegetale.

Ormai qualche anno fa, Nicola Righetti che nella vita è PhD e cultore della materia a Verona e assegnista di ricerca all’Università di Urbino, pubblicò uno studio molto interessante dal titolo “L’Inchiostro digitale è vegano? La rappresentazione del veganismo sulla stampa”. Si tratta di un’analisi che sembra confermare una serie di sentori e riflessioni dovute al buon senso ma che non avevano ancora trovato dalla loro un’analisi empirica vera e propria. La sintesi della ricerca, datata 2016, è che la stampa italiana fra il 2005 e il 2015 ha parlato moltissimo del tema vegano (28.700 sono gli articoli apparsi nel 2015 contro i 9 del 2005) e che ne ha parlato quasi equamente, per metà in modo positivo e per metà in modo negativo. Questi dati sono molto diversi, per esempio, da quelli emersi dallo studio di Morgan e Cole in Inghilterra, dove la stampa è decisamente sfavorevole al 100% vegetale.
Eppure l’impressione generale è che, nella maggior parte dei casi,  i media, soprattutto generalisti, abbiano fatto e continuino a fare pessima figura quando si parla di vegani.

La bufale sui bambini vegani

Per prima cosa Righetti sottolinea un aspetto interessante, ossia che il veganesimo è portatore di una “polisemia valoriale” ossia che al suo interno si trovano non solo approcci personali diversissimi, ma anche branche di motivazioni di adesione profondamente distinguibili. Le “sezioni”, chiamiamole così, sono quelle dell’approccio etico, di quello ambientalista e di quello salutista ed è su quest’ultimo che la stampa di casa nostra, ha lanciato gli attacchi (non informati) più duri.

Righetti mostra un grafico che racconta di una vera e propria impennata, nel 2015, della percezione negativa del vegan a causa di un paio di casi di bambini ospedalizzati per malnutrizione che vennne imputata, erroneamente, alla scelta vegana dei genitori, poi imposta (sic!) ai figli. Le notizie, come spiegò in modo preciso la Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana, si rivelarono tutte delle bufale, non perché la bambina e il bambino protagonisti dei due casi (uno a Milano e uno a Genova) non fossero stati male, ma perché la scelta vegana dei genitori o l’alimentazione dei piccoli, non era in correlazione con lo stato fisico dei pazienti.

Il problema è che il tema della salute sui media è anche quello più coinvolgente, al contrario di quello ambientalista e di quello etico, quest’ultimo lontano almeno mille chilometri da una qualsiasi possibilità di diventare “mainstream”. Questo significa che, come spiega Righetti: “Pochi casi, ma ad elevata notiziabilità, possono diffondere una rappresentazione negativa del movimento molto rapidamente ed efficacemente, nonostante molti più articoli positivi, ma di limitata diffusione, possano continuare ad essere scritti”. Insomma, sono bastati pochi articoli scritti senza il controllo delle fonti e senza ascoltare tutte le “campane” scientifiche, per creare un’ondata di percezione negativa a sfavore della scelta vegana.

I media influenzano la nostra vita?

Il ruolo dei media non è mai da sottovalutare perché quando ciò accade (o è accaduto) le conseguenze possono essere davvero molto rilevanti. La formazione dell’opinione pubblica è una responsabilità perché non solo può generare sacche di ignoranza diffusa, facendo circolare con una velocità incredibile informazioni sbagliate (come per esempio, quella che la scelta vegana sia pericolosa per i bambini o che per poter scegliere di seguire un’alimentazione 100% vegetale sia necessario sottoporsi a continui e periodici controlli medici) ma può anche creare un sentimento sociale diffuso di negatività che influenza direttamente chi ha intrapreso questa scelta.

Righetti scrive: “In un mondo in cui cibi e prodotti derivati dallo sfruttamento animale sono un dato di realtà non problematico, diventare vegani significa riportare alla presenza della coscienza quel “referente assente” che è la vita dell’animale mistificata sotto forma di cibi e merci, un processo non solo complesso da avviare e da portare a maturazione ma anche da mantenere”. Ma ecco il problema: “Quando l’individuo non è inserito in una rete supportiva, la pratica s’indebolisce e si disallinea da quella “ufficiale”. Nel caso del veganismo, il ruolo della comunità sembra più importante che in altri “movimenti dietetici” contemporanei, più individualisti”.

Insomma, quando la stampa sbaglia nel riportare informazioni, quando utilizza un lessico che tende a ridicolizzare o a relegare tra i “freak” coloro i quali decidono di fare una scelta vegana, non si tratta più solamente di storture del sistema mediatico o dell’incompetenza, mai sanata, dei giornalisti sul tema, bensì di un vero e proprio “sistema domino” che determina anche difficoltà nell’estendere il messaggio della cultura veg, e crea impedimenti nella vita di tutti i giorni di chi vive secondo questa filosofia. “Diffondendo rappresentazioni stigmatizzanti, (i media, ndr) – continua Righetti – potrebbero contribuire a rafforzare i pregiudizi delle reti sociali familiari, professionali e amicali, […] Questo potrebbe influenzare il supporto sociale, importante per l’identità e la pratica vegana ma anche per la vita personale e professionale e forse favorire una chiusura “settaria” quale strategia di difesa della propria visione del mondo da un ambiente ostile”.

Vigilare e cercare fonti di informazione che a loro volte si rivolgano a interlocutori competenti e riconosciuti, è la sola strategia da seguire per evitare di continuare sulla pericolosa strada della banalizzazione delle informazioni sulla scelta vegan. Ma, stiamone certi, continueremo a leggere articoli nei quali la scelta 100% vegetale è definita come dieta dimagrante, quelli nei quali leggeremo che i genitori vegani impongono una scelta pericolosa e ideologia ai propri figli, quelli nei quali si assoceranno le parole “vegan” e “moda”, quelli nei quali scopriremo che i vegani sono una setta, o di nuovo testi nei quali si parlerà di “scelta alimentare privativa e non equilibrata”. Starà solo al pubblico cercare di fare della buona contro lettura.

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