“Ero un allevatore, ora ho un santuario per animali: è il minimo che possa fare” – Podcast

Massimo Manni, romano, è il fondatore del Santuario Capra Libera Tutti che da 7 anni, accoglie animali salvati da situazioni di pericolo e dai macelli

“Molti credono che quello che faccio qui al Santuario sia una cosa grandiosa, in realtà è il minimo che si possa fare”, Massimo Manni sintetizza così la sua attività di fondatore di uno dei santuari per animali più famosi (e social) d’Italia, “Capra libera tutti” Quello che colpisce di lui è l’energia e la positività che le sue parole regalano e la sensazione che il suo livello di comprensione del mondo animale sia da cintura nera, se non altro perché è uno dei pochi che ha provato a stare da entrambe le parti della barricata: prima pastore e allevatore di capre, agnelli, conigli da compagnia alle porte di Roma e poi fondatore di un santuario e vegano.

Uno sguardo dalla finestra del santuario dove Massimo vive con 200 compagni di vita

Cosa è successo: non è stato di certo un cambiamento “classico” il tuo?

E’ successo che dopo averli allevati, ho dovuto venderli i miei animali, per questioni pratiche, dovevo liberarmi dei maschi per far andare avanti l’allevamento. Ho rivisto giorni dopo quel fatto, alcuni dei miei agnelli trattati come oggetti, in condizioni pessime e me li sono ricomprati al doppio del prezzo e da lì, da solo, ho iniziato a capire che il mio allevamento poteva già essere un santuario.

E l’alimentazione?

A me i vegani stavano profondamente antipatici, non li tolleravo, eppure mentre il mio allevamento diventava un santuario dove gli animali crescevano e non servivano a niente (concetto non facilissimo da spiegare), cucinavo e iniziavo a vedere i muscoli, il grasso, i tendini… gli animali, insomma. Allora ho allontanato la forma e ho iniziato a mangiare i burger, le polpette, ma non è servito: diventare vegano è stato il passo necessario e naturale.

Spiegami bene questa cosa degli animali che non servono a niente, detta così non suona benissimo…

Se vai in una fattoria didattica ti spiegano cosa producono gli animali: il latte, le uova, la lana… ma la verità è che gli animali non servono a niente, servono a sé stessi, non producono nulla, quello è il loro corpo, la loro riproduzione, la loro vita, punto e chiuso. Quindi quando mi chiedono che cosa faccio con i prodotti che gli animali mi danno ora che sono felici qui nel santuario, tendo ad essere un po’ duro nello spiegare questo concetto, perché è da li che nasce il problema, lo specismo è legato all’idea che gli animali sono proprietà che hanno una funzione per noi e non è così.

Un selfie più che normale per Massimo Manni, con due delle ospiti del Santuario

Cosa vede chi viene al tuo santuario?

Conosce gli animali per quello che sono. Non ci sono barriere fra loro e noi, le uniche barriere sono quelle che li proteggono dalla strada, ma gli spazi sono vasti e loro vivono la loro vita tranquillamente. Sono circa 200 animali, fra cani, capre, maiali, mucche, cavalli, gatti, agnelli, un lama… fra loro si instaurano relazioni incredibili, ed è commuovente. Le persone che arrivano dopo poco le trovo sedute per terra, in mezzo all’erba senza paura di sporcarsi e che coccolano una mucca o giocano con un capretto: il problema con i visitatori è farli andare via.

Credi che esista una forma di attivismo animalista più efficace di altri?

Io ti posso solo dire che se avessi incontrato qualcuno come i ragazzi di The Save Movement quando io ero allevatore, forse questo passo l’avrei fatto decisamente prima. Il dialogo è l’unica soluzione: io detesto qualsiasi forma di violenza e sono convinto che chi lavora negli allevamenti lo fa non di certo perché è crudele. Ti dirò di più: se ad un certo punto qualcuno andasse da loro a dire “ora il tuo lavoro è pelare patate e creare burger di seitan” loro direbbero “va bene, basta che mi fate guadagnare, a me va bene”. Gli allevatori sono il nemico? Forse, ma non è di certo insultandoli che si otterrà qualcosa.

Tutta l’intervista, che vi consigliamo davvero di non perdere, la potete ascoltare nel nostro podcast all’inizio dell’articolo.


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2“Noi viviamo grazie al mare, se muore anche noi lo faremo”. Intervista ad Alessandro Borgogno, ricercatore dello European Research Institute.

3 – Il clima è cambiato, facciamolo anche noi“. Intervista a Luca Mercalli, climatologo e divulgatore scientifico

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