“Primavera silenziosa”: il monito sempre attuale di Rachel Carson

L’inchiesta sul DDT realizzata dalla biologa americana negli anni Sessanta ha cambiato la storia: considerato un pilastro del moderno ambientalismo, denuncia ancora oggi la miope smania dell’uomo sulla natura

Un testo che è l’antesignano della moderna ecologia, pilastro del movimento ambientalista del secolo scorso e ancora oggi attuale e necessario: è “Primavera silenziosa”, il libro più famoso di Rachel Carson, biologa marina e divulgatrice scomparsa nel 1964. Pubblicato nel 1962, questo saggio rappresentò una vera e propria denuncia, supportata da ricerche e dati scientifici, contro l’impiego sconsiderato di pesticidi chimici negli Stati Uniti del secondo Dopoguerra. Un’inchiesta che ha cambiato la storia.

L’indagine sul DDT

Tra i pesticidi denunciati da Carson c’era, infatti, il DDT, fiore all’occhiello dell’ingegno militare degli Alleati, che lo utilizzarono per controllare la diffusione di tifo e malaria. Sebbene efficace come insetticida contro la zanzara anofele, portatrice della malaria, il DDT costituiva un grosso pericolo per l’ambiente e per l’uomo: oggi è cosa nota, ma negli anni della stesura del suo libro, Rachel Carson incontrò non pochi ostacoli nel rendere noti i dati allarmanti emersi durante le sue ricerche. Carson decise di indagare in modo approfondito sul DDT grazie a una lettera spedita da una sua cara amica di Boston al giornale locale The Boston Herald. La donna raccontava con rammarico della morte “di massa” dei pettirossi in seguito alla nebulizzazione di DDT nei campi che circondavano la sua abitazione. Nel 1958, Rachel Carson iniziò dunque la sua ricerca – che durerà 4 anni, più un anno di totale isolamento della stessa autrice per scrivere il saggio -, supportata da un’equipe di scienziati e giornalisti pronti a denunciare insieme a lei gli effetti nocivi dei pesticidi e a proporre soluzioni alternative.

Il concetto di “bioaccumulo”

Carson e il suo team di inchiesta raccontarono per la prima volta il concetto di “bioaccumulo”. Effettuando delle analisi sulla concentrazione di pesticidi nell’ambiente, infatti, si rilevavano valori apparentemente trascurabili; tuttavia, gli organismi che si nutrivano delle piante presenti in quell’ambiente contenevano percentuali lievemente maggiori di pesticida. Gli animali che a loro volta mangiavano questi organismi presentavano valori ancora più alti, e così via salendo nella catena alimentare. Si scoprì, infatti, che i vegetali fissano il DDT presente nel terreno, che viene poi assorbito dagli animali che se ne alimentano, dai loro predatori e infine dall’uomo attraverso l’alimentazione.

Carson spiegò che le conseguenze di questa catena erano deleterie per tutti i viventi coinvolti: negli uccelli, ad esempio, i pesticidi chimici danneggiavano gli organi riproduttivi e assottigliavano i gusci delle uova, impedendo la riproduzione di specie quali i pettirossi, gli svassi o l’aquila dalla testa bianca. Negli esseri umani, invece, il DDT era del tutto velenoso e Carson mostrò come la sua presenza fosse correlata all’aumentare dell’incidenza di malattie tumorali, di cui lei stessa fu vittima qualche anno dopo.

“Primavera silenziosa” non promosse il divieto totale dei pesticidi, ma sostenne la necessità di un uso più oculato e mirato di queste sostanze, non solo perché l’utilizzo indiscriminato favoriva la resistenza da parte degli insetti target, ma anche per gli effetti nocivi sull’ambiente e gli uomini portati alla luce dalle ricerche. L’approccio ideale, per Carson, era quello “biotico”: tenere conto dei delicati meccanismi di interazione tra le specie infestanti e quelle infestate, valutando i rischi chimici e biologici a lungo termine delle sostanze impiegate.

L’eredità di Rachel Carson

Scienziata, giornalista, divulgatrice, attivista, donna. Mentre scriveva “Primavera silenziosa”, Rachel Carson si stava sottoponendo alla radioterapia contro il tumore al seno che l’avrebbe uccisa pochi anni dopo, quindi prese precauzioni in anticipo, nascondendo fino all’ultimo le sue condizioni di salute temendo che potessero costituire un ulteriore appiglio alle critiche dei suoi nemici: il suo libro, del resto, era un vero e proprio j’accuse contro la disinformazione portata avanti dalle industrie chimiche e contro l’accettazione incondizionata di queste informazioni da parte degli organi pubblici. Il libro ottenne un enorme successo dopo la sua pubblicazione, ma le accuse e le provocazioni contro Carson non tardarono ad arrivare. DuPont e Velsicol, per esempio, due grandi dell’industria chimica del Novecento, minacciarono azioni legali, mentre alcuni membri delle associazioni pro-DDT non esitarono ad attaccare la scrittrice personalmente, denigrando la sua formazione accademica, tacciandola di essere una fanatica poco attraente e per questo non sposata, e “probabilmente comunista”. Una vera e propria macchina del fango messa in moto contro un’informazione che non doveva trapelare.

Ma le intimidazioni e la malattia non impedirono a Rachel Carson di tenere importanti discorsi pubblici, di orientare le politiche agricole e, in generale, di influenzare i movimenti ambientalisti delle generazioni successive alla sua. Tutto questo funzionò. Il presidente Kennedy istituì un comitato d’inchiesta per indagare sulle scoperte della Carson e nel 1972 fu Nixon a vietare definitivamente la produzione del DDT. Carson, inoltre, ispirò i primi movimenti ecologisti ed ecofemministi, voci fuori dal coro in un dopoguerra profondamente industrializzato e consumista.

Antropocene ante litteram

Il libro alterna dati scientifici e il racconto di avvenimenti naturali e politici a profonde considerazioni sul rapporto tra uomo e ambiente. L’incipit dei capitoli su acqua, suolo e vegetazione, ad esempio, sono dei veri e propri inni alla bellezza di questi elementi, soprattutto prima della loro contaminazione da parte dell’uomo. Carson denuncia l’indifferenza degli uomini del suo tempo ai ritmi della natura, agli equilibri tra gli organismi che vivono il pianeta, dagli invisibili actinomiceti ai grandi mammiferi, passando per muschi, licheni, lombrichi, insetti, uccelli e persino rocce. 

Tutti anelli di una forte quanto delicata catena di cui l’umano pensa di non fare parte, poiché “mano mano che procede verso i suoi conclamati obiettivi di conquista della natura, lascia dietro di sé una spaventosa scia di distruzioni dirette non soltanto verso la terra, ma anche verso gli esseri viventi che vi abitano assieme a lui”. “Da quando la Terra esiste – riconosce l’autrice – gli esseri viventi hanno modificato l’ambiente in misura trascurabile; soltanto durante il breve periodo che decorre dall’inizio di questo secolo ai giorni nostri, una sola “specie” – l’uomo – ha acquisito una notevole capacità di mutare la natura del proprio mondo, […] tanto da costituire un pericolo”. Nel libro, quindi, è facile intravedere una sorta di definizione ante litteram di quello che adesso definiamo “antropocene”.

La smania dell’uomo

Second Carson, il problema principale è la miope smania da parte dell’uomo di eliminare ciò che non è immediatamente utile al profitto, come se quello che trova sul suo cammino gli appartenesse. Ma questi ostacoli al profitto hanno la forma dei bisonti sterminati nelle pianure occidentali degli Stati Uniti, degli uccelli costieri e delle garzette eliminati per le loro piume pregiate e, al tempo di Carson, “le vittime innocenti delle crociate contro gli insetti“: pettirossi, fagiani, procioni, gatti e gli animali allevati.

Raccontando le scene dei ritrovamenti di animali in agonia a causa dei veleni sparsi nell’ambiente, Carson scrive: “Chi di noi, messo a conoscenza di azioni che possono causare tali sofferenze ad una creatura vivente, non sente diminuita la propria dignità di uomo?”.

Queste parole sono, oggi come allora, estremamente preziose e importanti: “Il ‘controllo della natura’ – scrive ancora Rachel Carson – è una frase piena di presunzione, nata in un periodo della biologia e della filosofia che potremmo definire ‘l’Età del Neanderthal’, quando ancora si riteneva che la natura esistesse per l’esclusivo vantaggio dell’uomo. […] Ed è davvero estremamente triste che una scienza ancora così immatura abbia avuto a propria disposizione le armi più moderne e terribili che finisce per rivolgere contro la stessa Terra su cui viviamo. Penso che come umanità siamo chiamati ad affrontare la più grande sfida della nostra storie – conclude – dimostrare la nostra maturità e capacità di padroneggiare non tanto la natura, quanto noi stessi”.

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