“La Giungla”: il primo libro-denuncia sui macelli del 1906

Può un romanzo stravolgere un’epoca generando un cambiamento sociale radicale? Con le sue descrizioni crude del mondo del lavoro senza tutele nelle fabbriche di carne, “La Giungla” lo ha fatto

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La giungla è una foresta tropicale fitta e impenetrabile in cui abitano moltissimi animali e specie arboricole rarissime e pregiate. Quella dipinta dal romanzo di Upton Sinclair, invece, non ha nulla di naturale né di misterioso o di affascinante. E’ la giungla di Packingtown, il quartiere dei macelli di Chicago che chi ha letto questo libro non può più dimenticare.

All’inizio del ‘900 è qui che si ritrovano a elemosinare lavoro migliaia di emigranti. Tra questi anche il protagonista del romanzo, Jurgis Rudkus, originario dell’Est Europa. Anche lui partito come molti altri dalla propria patria con grandi speranze, ma che si ritroverà invece ridotto, come gli altri, a minuscoli ingranaggi di una macchina enorme che influenza la vita di un’intera nazione: soldi, corruzione, assenza di diritti, sfruttamento dei lavoratori, abusi sugli animali; sono solo alcuni degli ingredienti del capitalismo cieco e folle delle origini.

Quando nel 1904 Upton Sinclair partì per Chicago, era uno scrittore di scarso successo e belle speranze. Quattro mediocri romanzi alle spalle, il ventiseienne Sinclair andava a Chicago richiamato da uno sciopero dei lavoratori dei macelli. Ci rimase due mesi, con un assegno di 500 dollari offerto da un miliardario socialista, George Herron. Si mescolò agli immigrati sottopagati, misurò come il sogno americano fosse lontano da quello che accadeva nei meatpackers (le tre maggiori aziende produttrici di carne in scatola, Armour, Swift e Morris). Tornato a casa, a Princeton, si mise al lavoro. Doveva pubblicare la storia a puntate sul settimanale socialista Appeal To Reason. Tirò fuori un romanzo, “La giungla” appunto, che seguiva la strada di Zola e Dickens, ridefiniva il realismo sociale in letteratura e apriva quindi la strada al giornalismo d’inchiesta e ai cosiddetti muckraker (letteralmente “rastrellatori di letame”), i reporter specializzati nel denunciare gli scandali e la corruzione.

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Foto: Interno di un macello di Chicago nei primi del ‘900

Quella di Sinclair è una critica aspra alla società di allora ma che non ha perso nel tempo la sua attualità perché racconta con parole crude, scene e vicende che ci appaiono irreali ma che a Packingtown erano all’ordine del giorno (e chissà in quanti Paesi “emergenti” o che si definiscono civili e democratici lo sono ancora oggi): topi enormi (e perfino perfino arti umani o interi cadaveri delle vittime di incidenti sul lavoro) che finivano dentro le macchine delle salsicce, mucche malate macellate, rifiuti e budella tirati su dal pavimento e impacchettati come prosciutto.

E le autorità che avrebbero dovuto vigilare? Sinclair le descrive come totalmente inefficienti, o più deboli degli interessi privati. La corruzione regnava su tutto come nel caso dell’ispettore sanitario, ritratto impietosamente: pagato per sorvegliare lo stabilimento dove i maiali venivano macellati e trasformati in prosciutti, spesso costui fingeva di non vedere le nefandezze che avvenivano in fabbrica. “Questo funzionario statale non aveva l’aria di uno che si ammazza di lavoro; non sembrava molto preoccupato che qualche maiale potesse sfuggire ai suoi controlli. Bastava rivolgergli la parola e lui era felice di spiegarti il pericolo mortale per chi mangia carne di maiali malati di tubercolosi; e mentre lui ti parlava dozzine di carcasse gli passavano dietro aggirando l’ispezione. Nel reparto per la produzione delle salsicce uomini e donne lavoravano in mezzo a un fetore vomitevole, i visitatori fuggivano per non soffocare”.

Sinclair voleva inizialmente denunciare le condizioni inumane dei lavoratori immigrati e l’abominio dell’America capitalista: la sua descrizione del macello fu però così convincente che la nazione allibita pensò a quello che mangiava più che a come venivano mangiati gli immigrati. “Puntavo al cuore del pubblico, per sbaglio l’ho colpito nello stomaco”, disse sconsolato.

Secondo la studiosa di storia letteraria Cynthia Brantley Johnson “nessun romanzo americano del Novecento provocò una tale indignazione, e nell’ultimo secolo solo il romanzo anti-schiavista La capanna dello zio Tom ha avuto un’influenza paragonabile a “La Giungla”. Non sembrano affermazioni esagerate: nel 1906 l’eco della Giungla contribuì a far passare al Congresso di Washington il Pure Food and Drug Act, la prima legislazione generale contro l’adulterazione dei cibi; mentre nel 1908 il Congresso metteva al bando il lavoro minorile.

Upton Sinclair, La Giungla, NET, euro 3,82

Serena Porchera

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