E-commerce illegale di animali: ecco il lato oscuro del web

Il commercio on-line di animali amplifica il quarto mercato illegale del mondo: WWF, Google e i maggiori colossi del web si uniscono per arginare la speculazione che minaccia la biodiversità. L’obiettivo? Ridurre dell’80% il traffico di natura entro il 2020

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Il quarto mercato illegale al mondo dopo quello di armi, droga ed esseri umani, si espande ancora di più grazie alle piattaforme web: oggi come oggi basta un semplice click, dalla comoda poltrona di casa propria, per acquistare animali selvatici in via di estinzione e prodotti provenienti dal bracconaggio. Cuccioli di tigre, oggetti in avorio, uccelli e rettili sono solo alcuni degli “articoli” proposti da e-commerce che speculano sul traffico illegale di natura on-line.

In questo modo gli utenti, in maniera consapevole o meno, contribuiscono ad allargare questo mercato criminale del valore di 20 miliardi di dollari all’anno, ai danni della biodiversità del nostro pianeta: il commercio illegale di fauna e flora selvatica sta infatti drammaticamente determinando la progressiva diminuzione, fino ai limiti dell’estinzione, di specie come elefanti, rinoceronti, pangolini, ma anche specie meno note fra piccoli mammiferi, rettili, insetti e pesci.

I prodotti del traffico illegale di natura: una panoramica

I prodotti messi a disposizione sono vari e coprono molti campi differenti: nell’abbigliamento si propongono pelli e pellicce di mammiferi e rettili in via di estinzione sotto forma di borse, scarpe e vestiti, nonché tappeti e divani per la sfera dell’arredamento. Gli animali da compagnia più acquistati, invece, sono gli uccelli come i nibbi australiani ma anche scimmie come gibboni e macachi. Infine non mancano neppure souvenir e manufatti ornamentali come conchiglie, coralli, insetti, farfalle e carapaci di tartaruga.

Questo tipo di commercio ha trovato nel web un importante alleato: prima di tutto, la mancanza di normative internazionali ed europee inerente questa attività su internet, ne permette la continuazione indisturbata; inoltre, le continue evoluzioni della comunicazione on line forniscono sempre nuove vie, facili e immediate, dalle piattaforme alle app fino ad arrivare ai social network.

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Le prime risposte: TRAFFIC e Alibaba

In questo quadro lavora instancabilmente TRAFFIC“, un network fondato nel 1976 e composto dal WWF e IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) per monitorare e arginare le vendite di fauna e flora protetta. Nel 2014 si è unito alla causa Alibaba, il gigante dell’e-commerce cinese: secondo il patto siglato, TRAFFIC assicura il sostegno tecnico allo staff di Alibaba per rintracciare eventuali prodotti di fauna selvatica tra le offerte proposte; inoltre l’e-commerce cinese si fa veicolo di pubblicità e banner per sensibilizzare gli acquirenti al tema del bracconaggio, spingendoli a rifiutare ogni prodotto che derivi dal mercato illecito di wild life.

“Il passo fatto da Alibaba è cruciale perché dichiara un impegno a rimuovere dal proprio business tutti i prodotti illegali ricavati da specie selvatiche e minacciate, ma anche a spiegare ai consumatori il drammatico impatto che questo tipo di commercio ha sugli animali e sull’uomo” – ha dichiarato Isabella Pratesi, direttore Programma Conservazione Internazionale del WWF Italia – “Ci aspettiamo ora che tutti coloro che possono schierarsi dalla parte delle comunità locali, degli elefanti, dei rinoceronti e delle tigri e lo facciano il prima possibile con o senza il WWF. Il tempo è agli sgoccioli“.

Il ruolo dei social network

Ogni meandro del web è quindi buono per espandere questa attività, ma quello prediletto dagli “imprenditori” risulta essere il mondo dei social network, soprattutto Facebook, grazie al numero di utenti che riesce a raggiungere ogni giorno e alla facilità con cui avviene la comunicazione. I risultati ottenuti da TRAFFIC in soli 5 mesi di monitoraggio di 14 gruppi chiusi Facebook, parlano chiaro: le pagine, nate per la compravendita di animali con più di 60.000 iscritti, contano ogni mezz’ora più di 106 commercianti attivi e 80 specie diverse in vetrina. Di queste ultime fanno parte soprattutto nibbi australiani, merli indiani, barbagianni, gatti a testa piatta, macachi, gibboni e rettili. Uno dei paesi più attivi in questo campo è la Malesia: secondo Kanitha Krishnasamy, programme manager di TRAFFIC “l’ascesa dei social network sembra aver permesso la creazione di un fiorente mercato per trasformare gli animali selvatici in animali da compagnia, cosa che in precedenza non esisteva in Malesia”.

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La mobilitazione dei giganti del web: Google e gli altri

Con il tempo la rete di questo mercato nero si è allargata a livelli inimmaginabili. Per questo motivo, da qualche giorno WWF e Google hanno deciso di arginare questa preoccupante realtà facendo fronte unico insieme ai colossi del web, dell’e-commerce e dei social network quali: Alibaba, Baidu, Baixing, eBay, Etsy, Facebook, Google, Huaxia Collection, Instagram, Kuaishou, Mall for Africa, Microsoft, Pinterest, Qyer, Ruby Lane, Shengshi Collection, Tencent, Wen Wan Tian Xia, Zhongyikupai, Zhuanzhuan e 58 Group. Lo scopo della coalizione è quello di diminuire dell’80% il traffico di natura on line entro il 2020. Un’alleanza importante che, grazie alle risorse di cui dispone ogni membro, potrà raggiungere risultati davvero significativi.

“Questo accordo è una pietra miliare significativa per porre fine al traffico di animali selvatici online” – commenta Isabella Pratesi, direttore Conservazione di Wwf Italia – “Abbiamo tutti un ruolo da svolgere nel garantire che un mondo senza rinoceronti, elefanti, tigri e migliaia di altre creature non diventi una realtà“.

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