Carnitina sì, carnitina no

Una sostanza “accusata” di essere carente nella dieta veg: ma livelli leggermente più bassi sono davvero un pericolo?

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La carnitina è un derivato dell’aminoacido lisina. È presente nella membrana plasmatica dei muscoli scheletrici, del cuore, del rene e dell’intestino e sintetizzata nell’organismo umano, a partire da due amminoacidi (lisina e metionina) in presenza di vitamine come la niacina (B3), vitamina B6, vitamina C e ferro, prevalentemente a livello epatico e renale.

Il suo ruolo è quello di trasportatore gli acidi grassi a lunga catena nella matrice mitocondriale, dove vengono convertiti in energia.

Il fabbisogno umano di carnitina è soddisfatto, in parte, dalla biosintesi endogena e, in parte, dall’assunzione alimentare. Si è calcolato che per soddisfare il fabbisogno quotidiano di carnitina, un individuo necessiti di circa 80 mg per ogni kg di peso corporeo; l’organismo umano è in grado di sintetizzarne fino a 20 mg, la differenza viene generalmente integrata con un’alimentazione di tipo tradizionale, essendo maggiormente presente in alimenti di origine animale.

I vegetariani e i vegani trovano più difficoltà, ma anch’essi, con un po’ di attenzione, possono reperire dagli alimenti vegetali questa sostanza: ne sono molto ricchi per esempio l’avocado e il tempeh (semi di soia fermentati) seguiti da noci e semi, legumi, verdure come carciofi, asparagi, barbabietole, broccoli, cavoletti di bruxelles, aglio, prezzemolo; frutti come albicocche e banane; cereali come grano saraceno, granturco, miglio, farina d’avena, crusca, frumento integrale, germe di grano.

Il suo deficit potrebbe causare necrosi muscolare, accumulo di lipidi nelle cellule del fegato, ipoglicemia, dolore muscolare, fatica e confusione, ma con gli alimenti di cui sopra, di cui una dieta veg bilanciata è ricca, si allontana qualsiasi pericolo.

Ma la cosa più interessante è stata riportata da uno studio condotto dai ricercatori della Cleveland Clinic’s Heart and Vascular Institute, che ha sottoposto a indagini cardiologiche un gruppo di 2595 pazienti, suddivisi in tre gruppi (onnivori, latto-ovo-vegetariani e vegani), e ne ha valutato i livelli di carnitina e il rischio cardiovascolare; pare infatti che ci sia una relazione tra il consumo eccessivo di carne e le patologie cardiache, come già sappiamo abbondantemente, e che questo legame nasca dall’opera della flora batterica sulla carnitina.

Quando il cibo entra in contatto con la flora batterica viene elaborato attraverso molti processi chimici, uno dei quali produce un enzima chiamato trimetilammina-N-ossido (TMAO), che è stato associato con l’aterosclerosi, promuovendo la formazione delle placche che irrigidiscono le arterie. Lo studio ha evidenziato come nei soggetti che presentano più elevati livelli di TMAO, livelli plasmatici più elevati di carnitina risultino associati con un maggior rischio di cardiopatia, infarto, ictus cerebrale e morte.

La flora intestinale degli onnivori, che assumono le maggiori quantità di carnitina, produce anche più elevate quantità di TMAO, e questa combinazione potrebbe essere responsabile per loro di un maggior rischio cardiovascolare. Per contro, la produzione di TMAO da parte della flora batterica intestinale dei vegetariani (latto-ovo e vegani) risulta essere molto più bassa.

Quindi livelli più bassi di carnitina eviterebbero la produzione di metaboliti dannosi a livello intestinale. Questo può contribuire a spiegare i benefici cardiovascolari delle diete che escludono la carne.

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