Wet markets: una petizione internazionale ne chiede la chiusura per sempre

Sono definiti dagli esperti di malattie infettive come “autostrade per i virus” e qui gli animali vivono un vero inferno.

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“Se prendi gli animali selvatici e li metti in un mercato con animali domestici o altri animali, dove c’è la possibilità per un virus di fare il salto di specie, stai creando … una super autostrada per i virus per passare dall’animale selvatico all’uomo. Non possiamo più farlo. Non possiamo più tollerarlo”. Queste sono le parole che il dottor Ian Lipkin, esperto di malattie infettive ha rilasciato durante un’intervista alla rete americana CBC news. Ora una petizione internazionale rivolta alle Nazioni Unite da parte di Animal Equality, chiede la chiusura definitiva di questi luoghi.

Cosa sono i “wet makets”?

I così detti “mercati umidi” sono strutture di vendita di animali selvatici e non in zone del mondo come l’Asia, l’Africa e alcune zone del Centro America. Vengono definiti “umidi” a causa dell’acqua e del sangue sparsi sui pavimenti che ospitano le bancarelle; gli animali sono detenuti vivi e poi macellati nel posto. Il motivo di questa pratica è l’assenza di strutture di conservazione del cibo come i frigoriferi. I wet markets sono frequentati e affollati specialmente da persone che vivono in povertà ma alcuni delle specie vendute, soprattutto quelle selvatiche, sono destinate anche ai ristoranti.

Perché vanno chiusi?

Secondo la letteratura scientifica fino ad ora pubblicata, l’attuale virus Covid-19, un Coronavirus molto infettivo proprio dei pipistrelli, dopo aver fatto il salto di specie forse in un mammifero, il pangolino, ha generato una pandemia globale, e avrebbe avuto origine proprio in uno di questi mercati umidi, in particolare nello Huanan Seafood Wholesale Market, presso Wuhan città capitale della provincia di Hubei nella Cina centrale che conta circa 11 milioni di abitanti. La costante presenza di animali intrappolati in gabbie, ammassati fra loro e in condizioni di stress, paura e malattia, oltre alla vicinanza fra loro di specie molto diverse (selvatiche e non) che non sarebbero mai entrate in contatto fra loro in natura, rappresenta quello che anche il dr. Michael Greger nel 2006 nel suo Birdflu, saggio dedicato all’influenza aviaria, aveva definito come il “luogo perfetto per la diffusione di malattie nuove, gravi ed altamente infettive”. Questi mercati, secondo Matteo Cupi, Direttore Esecutivo di Animal Equality in Italia “sono una minaccia immediata per la salute e la sicurezza pubblica“.

La crudeltà sugli animali

Le terribili immagini diffuse dall’associazione animalista in un video mostrano alcuni wet market sparsi per il mondo, dalla Cina, Vietnam e India, mettendo in chiaro anche un altro aspetto che non deve essere dimenticato: la sofferenza inflitta agli animali. E’ facile vedere in quegli sguardi di cani, gatti, procioni, cervi, polli e pesci, il terrore, la paura nonché lo stato di profonda prostrazione fisica che provano in condizioni pressoché infernali. Siamo nel 2020 eppure queste immagini sembrano arrivare da un passato lontanissimo che speravamo di esserci lasciati alle spalle. Invece non solo è un presente vivo ma sta anche mostrando i denti: di quella sofferenza inflitta ad altri esseri viventi, paghiamo ora tutti le conseguenze dirette.

E’ chiaro che la chiusura di questi markets non è una cosa facile: l’economia che gira attorno a questi enormi luoghi è radicata e oltre a doverne chiedere la chiusura, la politica internazionale, se ascolterà i cittadini firmatari, dovrà anche prevedere dei piani di rientro e conversione di queste attività commerciali, spesso di sussistenza.

 

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