Studentessa di veterinaria vegana: “Resisto, ma mi sento sola”

Martina ha scelto un percorso che sta seguendo con tenacia, in questa intervista ci racconta il suo punto di vista su che cosa si studia e come nei corsi di studi dedicati a futuri medici degli animali

studentessa veterinaria vegana

Dopo le prime due puntate di questo viaggio insieme agli studenti di veterinaria di Milano, ossia Jacopo, veterinario che ha difeso la sue scelta onnivora e Carla (nome di fantasia) studentessa di veterinaria e attivista vegana, è arrivato il momento di incontrare Martina, studentessa di medicina veterinaria a Milano che ha fatto una scelta di vita vegan. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come hai scelto il tuo stile di vita e il tuo percorso di studi?

Sono diventata vegana durante l’ultimo anno di scuola superiore, per motivi etici: mi sono imbattuta per caso in alcuni video di PETA sulle condizioni degli animali negli allevamenti e da allora, da amante degli animali, ho deciso che non potevo più continuare a mangiare prodotti animali, mi sarei sentita incoerente con me stessa. Subito dopo ho scelto di studiare medicina veterinaria, volevo che il mio lavoro avesse a che fare con gli animali.

Hai difficoltà a conciliare le tue convinzioni etiche con quello che studi?

Il mio corso di studi è incentrato principalmente sugli animali da reddito e sulla produzione negli allevamenti; l’80% di quello che ci insegnano è finalizzato alla sanità pubblica e al controllo delle carni. Il benessere animale, qui, è un argomento molto sentito, ma di sicuro non è fine a se stesso: gli animali da allevamento devono stare bene, ma solo perché un animale in salute produce di più e meglio di un animale malato.

Agli studenti viene insegnato che c’è differenza tra il benessere di un cane e quello di un maiale?

Ovviamente sì e io percepisco molto questa cosa. Il fine ultimo, per un cane o un gatto, è che stiano bene: se stanno bene loro, stanno bene anche i loro padroni. I grossi animali, invece, sono animali da reddito e come tali vengono trattati: questa differenza è netta e sta alla base di quello che ci viene insegnato.

Il tema della sofferenza animale come viene trattato?

Quello che ci viene sempre detto è che, in ogni fase produttiva fino alla sua morte, l’animale deve soffrire il meno possibile, anche perché tutto deve avvenire nel rispetto delle leggi. La questione davvero importante è il benessere animale, perché c’è differenza dal punto di vista “filosofico” ed etico da quello scientifico: per i miei compagni tutto quello che avviene nel rispetto delle leggi è da considerarsi benessere, per me no.

Nell’immaginario collettivo il veterinario è il professionista che ama gli animali: sei d’accordo?

Quando mi sono iscritta a questo corso di laurea pensavo fosse così, ma col tempo mi sono dovuta ricredere. L’amore per gli animali, per me, va di pari passo con il rispetto per la loro vita e, di conseguenza, con l’evitare che finiscano nel mio piatto. Tra i miei compagni, invece, i vegetariani e i vegani sono pochissimi; tutto sommato, però, trovo che non sia incoerente da parte loro. Anzi, arrivo quasi io a sentirmi incoerente: il percorso di studi che affrontiamo è talmente mirato alla produzione di carne e derivati animali che tutto quello che ci viene insegnato, per un onnivoro, ha senso. Per come è impostata la facoltà, vedrei con difficoltà una maggioranza di vegetariani e vegani tra gli studenti, sinceramente, perché è molto complicato studiare gli animali quasi esclusivamente da questo punto di vista.

Cosa deve aspettarsi un vegano che voglia iscriversi a questo corso di laurea?

Deve prepararsi a sentirsi da solo. Personalmente non ho avuto difficoltà i primi anni di università, anche per via delle materie di studio più “neutrali”, che non implicano una finalizzazione dell’animale. Quest’anno, invece, ci occupiamo maggiormente di animali da allevamento e sto iniziando a sentire che c’è una differenza netta tra il mio modo di vedere le cose e quello dei miei compagni: qui lo specismo è la norma, gli animali da allevamento vengono presentati come “macchine da produzione” ed è normale, per gli altri studenti, che sia così. Ho stretto delle amicizie, i miei compagni rispettano le mie idee, ma il mio sentire è diverso dal loro e questo mi pesa, anche se cerco di ripetermi il contrario.

Esistono momenti di dibattito sulla “questione vegana”, durante le lezioni?

Sì. Capita spesso che i professori esprimano la loro posizione contro i vegani e gli animalisti durante le lezioni: le idee degli animalisti non hanno spazio, siamo visti un po’ come una “minaccia da debellare”. Purtroppo qui entra in gioco anche la paura di ripercussioni sul proprio corso di studi, quindi il più delle volte la cosa migliore è stare zitti e incassare gli attacchi, anche se non è facile.

Cosa vuoi fare, una volta laureata?

Sono ancora indecisa, perché non voglio lavorare negli allevamenti e nei macelli, anche se amo soprattutto i grandi animali. Spero solo di non demordere come altre persone, vegetariane e vegane, che hanno deciso di lasciare questa facoltà perché troppo difficile “emotivamente”: se e quando riuscirò a laurearmi, so che questo percorso mi avrà fortificata nelle mie convinzioni. Mi auguro di poter usare le mie conoscenze per un lavoro che sia a favore degli animali, nel vero senso della parola.

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