Università di Oxford: “In Italia la carne dovrebbe costare il 109% in più”

Una ricerca condotta dall’Università di Oxford ha ipotizzato quali potrebbero essere i risultati di una tassazione sulla carne rossa e sulla carne lavorata: i risultati sono interessanti e il dibattito, soprattutto all’estero, è aperto.

Ricerca Oxford tassazione carne

Dalla primavera scorsa, la Gran Bretagna e l’Irlanda hanno deciso di tassare le bevande zuccherate. L’obiettivo è semplice: scoraggiare il consumo di prodotti che fanno male alla salute e che sono associati a problematiche come diabete e obesità, soprattutto fra i più piccoli. Questo già accade per il tabacco e per l’alcol. Il ricercatore Marco Springmann e il suo team della Oxford Universtity, hanno preso spunto da questa mossa politica epocale per ipotizzare lo stesso tipo di azione fiscale sulla carne rossa e su quella lavorata.

Cosa mostra la ricerca

La ricerca, pubblicata pochi giorni fa e accessibile gratuitamente online, ha ipotizzato quali potrebbero essere i panorami fiscali ed economici ideali per fare in modo che i costi della carne coprano i costi pubblici per la salute danneggiata da malattie correlate al consumo di questo alimenti. In poche parole, come suggerì anche lo chef Pietro Leeman in un’intervista, i costi di una bistecca o di una salamella, dovrebbero comprendere grazie alle tasse aggiunte, anche la copertura sanitaria dei danni che potenzialmente creeranno.

Una dei grafici della ricerca che mostra le percentuali di aumento della tassazione sulla carne rossa nei vari paesi del mondo.

 

Lo studio ha preso in esame 149 paesi nel mondo e ha fatto alcune proiezioni economiche con risultati decisamente interessanti. Secondo Springmann e il suo team, la tassazione sulle carni porterebbe a 220 mila decessi in meno legati a malattie cardiache, diabete e cancro e ad un nuovo gettito fiscale di circa 170 miliardi di dollari all’anno, soprattutto nei paesi ricchi o mediamente tali. L’aumento dei prezzi della carne porterebbe ad una diminuzione dei suoi consumi:da due porzioni al giorno, a due alla settimana, con un risparmio sui costi sulla salute pubblica di 41 miliardi di dollari.

In una recente intervista alla BBC, Springmann ha spiegato che la tassazione sulla carne non dovrebbe essere vista come un’ingerenza dello Stato nelle abitudini alimentari dei cittadini: “Se il consumo di carne e carne lavorata comporta, come sappiamo, dei rischi per la salute, questi e i loro relativi costi pubblici sono un problema che ricade sulle spalle di tutti i cittadini, non è più solamente una scelta privata”. Un argomento questo molto caro anche agli ambientalisti poiché, nonostante siano chiari gli impatti che gli allevamenti hanno sull’ambiente, sono in molti a sostenere ancora la tesi dell’ “ognuno mangi ciò che vuole senza rompere le scatole agli altri”.

In Italia

Anche il nostro paese è entrato nelle analisi proposte dalla ricerca di Oxford. I costi della carne lavorata in Italia dovrebbero raddoppiare, mentre quelli della carne rossa dovrebbero aumentare di circa il 22%. Le tasse più alte si registrerebbero negli Stati Uniti, seguiti da Australia e Gran Bretagna.

La tassazione proposta porterebbe ad una diminuzione mondiale media del consumo di carni lavorate del 16% e rappresenterebbe un taglio di 110 milioni di tonnellate di gas ad effetto serra all’anno dovuti agli allevamenti intensivi.

Lo stesso Springmann, sempre durante una trasmissione della BBC, ha spiegato che la tassazione non è la sola azione da compiere a favore di un mondo sempre più al limite del collasso: nuove tecnologie di produzione, revisione delle modalità di produzione del cibo, diminuzione degli sprechi alimentari e una sempre maggiore diffusione dell’alimentazione a base vegetale, sono pezzi di un puzzle complesso, ma tutti necessari. “Dovremmo trattare carne e carne lavorata come un lusso,- ha concluso il ricercatore –  e potremmo consumarla una volta a settimana, ma non di più”.

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