Carne di pesce coltivata in laboratorio, il burger di tonno rosso è già realtà

Nessun animale ucciso per essere mangiato, una soluzione che a livello economico non è ancora pronta ma che è già realtà.

Pesce coltivato in laboratorio

Ottenere lo stesso cibo ma con altri metodi produttivi è una delle chiavi di ricerca che maggiormente si stanno sviluppando nel mondo o a dire tutta la verità, negli Stati Uniti e in Medio Oriente. Un ragionamento molto semplice che cerca di trovare una soluzione pratica ad un problema reale: i metodi di produzione dei cibi di origine animale non sono nati per durare, sono stati pensati e si sono sviluppati pensando di avere infinite risorse a disposizione e creano delle conseguenze a livello ambientale mostruose. In coda, ma solo per metterci dalla parte del 90% del mondo, gli animali muoiono nel peggiore dei modi, ogni giorno, ogni minuto.

Finless Food, è una startup californiana che si pone come obiettivo quello di ricreare carne di pesce utilizzando la coltura cellulare: quello che già si sta provando a fare da molti anni con la carne, applicato però al pesce. In sintesi: di prendono delle cellule da animali vivi, le si pongono in condizioni di crescita facilitate, le si coltivano, le si indirizzano a diventare muscolo, grasso, tessuto connettivo e poi le si mette in forma per venderle (e mangiarle). Medaglioni di carne di tonno rosso creati in laboratorio sono già stati realizzati dalla Finless Food nel 2017, qualcuno li ha già cucinati e mangiati: si può fare, quindi.

Il tonno rosso non è stato scelto a caso: “Si tratta di una delle specie più sfruttate e a rischio di estinzione e con un prezzo altissimo sul mercato – ha spiegato il CEO dell’azienda Micheal Selden – è un pesce di lusso che potrebbe non esserlo più nel momento in cui riusciremo a rendere scalabile a livello economico la sua produzione in vitro”. E’ anche vero che però all’inizio, ha confermato Selden in un’intervista, sarà il pesce in vitro ad essere un prodotto di lusso.

I problemi sono sempre gli stessi: la velocità di produzione di questi tessuti animali in vitro, il costo di produzione e la maturità del mercato e dei consumatori che dovranno “accettare” di mangiare carne che non viene da animali sfruttati, imprigionati e poi macellati, bensì da cellule che si moltiplicano.

Selden biochimico e biologo molecolare (fondatore del progetto insieme a Brian Wyrwas, anche lui con la stessa formazione) ha spiegato più volte che

“non si tratta di un alimento vegetariano, quello che mangerete sarà carne a tutti gli effetti”.

Anche su uno dei punti più delicati della questione della carne rossa in vitro, ossia la necessità (al momento) di usare siero fetale bovino per la coltura in vitro (elemento tratto da animali macellati), Selden ha voluto chiarire: “Non intendiamo portare sul mercato nessun tipo di siero che coinvolga componenti animali. L’uso di siero a base animale non ha senso per l’azienda. Abbiamo avviato questo progetto per ragioni ambientali, e pensiamo che utilizzare ingredienti di origine animale processo rappresenti una sconfitta”. Sta di fatto che al momento Selden non ha spiegato che cosa stiano utilizzando come liquido di coltura.

Ci si sta lavorando, quindi. Le alternative non sembrano facilissime da trovare e i tempi non sono certamente veloci ma la strada è segnata, l’interesse è altissimo e gli investimenti ci sono.

E i vegetariani, i vegani? Cosa farebbero davanti ad un prodotto simile? La questione è puramente filosofica e profondamente interessante perché riguarda le ragioni per le quali si arriva ad una scelta di questo tipo, una scelta che in alcuni casi non ha a che vedere né con l’ambiente né con la salute, bensì con l’etica. Mangiare carne che non proviene da animali sfruttati (qualora, chiaramente, si trovi una alternativa al siero animale), bensì da semplice riproduzione cellulare avvenuta in laboratorio, è da considerarsi in ogni caso una scelta non etica? 

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