L’attacco ai vegani del giornalista Massimo Fini spiegato bene

Le argomentazioni deboli sul perché i vegani metterebbero in pericolo la democrazia, spiegate passo passo.

MAssimo Fini-vegani

Quotidianamente è possibile trovare, anche non cercandoli, articoli, commenti o meme che prendono in giro o che mistifichino la cultura alimentare vegana. Alcuni sono fini a se stessi, altri sono molto divertenti, altri sono talmente privi di senso che si risveglia in chi fa informazione la necessità ancestrale, la spinta quasi sensuale, del dover rispondere in modo sensato. Non può diventare una vera missione perché occorrerebbe doversi mantenere con un vitalizio da parlamentare, ma ogni tanto è giusto concedersi un bagno di buon senso, giusto per non perdere l’abitudine.

Donne, animali e Fini

Veniamo al fatto: Massimo Fini, giornalista che ha il piacere di scrivere alcuni interventi sul giornale “Il Fatto Quotidiano”, è abbastanza noto per le sue posizioni “contro” che vanno a toccare nervi scoperti della nostra società. La sua posizione sul ruolo delle donne nel mondo, per esempio, non può considerarsi proprio “moderna”. Proviamo a leggere: “Per l’ex ministro Michela Vittoria Brambilla, pasionaria dell’animalismo come tutte le signore-bene che non hanno altro cui pensare…” oppure  ancora, “Che ci sia un aumento delle violenze sulle donne, a sentire le cronache, pare vero, come è vero che succede pure il contrario anche se in misura minore. Ciò è molto spesso dovuto a un disagio molto forte presente nel mondo maschile nei confronti dell’universo femminile, che è diventato particolarmente aggressivo. Da qui, per esempio, l’aumento notevolissimo dell’omosessualitùà tra gli uomini”. Insomma donne e animali non sono nella top ten degli interessi di Fini anche se, una scappatella in tal senso se l’è concessa proprio ieri con un articolo sul perché i vegani, gli animalisti e gli antispecisti sarebbero antidemocratici, un po’ fuori dal mondo, contro natura: ci stava, perché no.

The Farm horror

L’articolo e le sue tesi

L’intervento si intitola “L’Occidente è libero ma niente pollo” e ha portato sulle pagine del quotidiano, una serie di tesi deboli e superate, sintomo di una grave disinformazione (malattia comune e pestilenziale che si è abbattuta e continua ad abbattersi su molti).
Segnaliamo qui le tesi di Fini e le relative contro risposte in modo da concedere al lettore un esercizio quasi “scolastico” ma certamente utile, frutto di quella democrazia che Fini ritiene messa in pericolo dalle ideologie vegane.

1 – “Lo specismo è moralismo grottesco. Il leone si meraviglierebbe che qualcuno andasse a dirgli che non può sbranare l’antilope e sbranerebbe anche il coglione.”

Oltre all’eleganza dell’eloquio, possiamo notare che torna con prepotenza una delle migliori frasi anti vegane di sempre, l’esempio degli esempi: quello del leone e delle gazzella. Forse Fini non sa che nessun vegano, nessun animalista, basa la propria scelta sul presupposto di impedire a tutto il creato di mangiare carne e derivati. Certamente non ha letto i documenti fondanti dell’antispecismo, né le poche righe (anche solo su Wikipedia) relative agli obiettivi presentati da Donald Watson per coloro che decidano di scegliere questa alimentazione e stile di vita. Lo specismo ha a che vedere con la nostra percezione culturale del mondo animale e sul modo aberrante, antieconomico e dannoso con cui stiamo provvedendo alla nostra alimentazione attraverso la creazione di macchine metaboliche (una volta chiamate mucche, maiali, polli e pesci) che non hanno più nulla di naturale, normale e necessario.

2 – “Da sempre la storia del mondo animale, del quale facciamo parte, è una struggle for life e per la sopravvivenza fra specie diverse.”

Non è chiaro in che modo l’addentare quella che Fini definisce “una sacrosanta coscia di pollo” possa avere a che fare con la battaglia per la sopravvivenza. Ammettiamo senza problemi che nel passato (molto passato) la caccia fosse uno dei pochi mezzi per garantire all’uomo cibo, riparo e calore: ma che cosa possiamo dire del presente? Ora, cioè, che qualsiasi evidenza scientifica conferma che l’alimentazione a base vegetale è adatta a qualsiasi stadio della vita? In che modo Fini combatte la sua battaglia per sopravvivere mentre con il carrello affronta le perigliose corsie del supermercato più vicino o l’insidioso bancone della macelleria? La nostra specie ha la responsabilità totale del disastro ambientale peggiore che si sia mai visto, dell’estinzione di migliaia di specie animali ogni anno, dell’avvelenamento da plastica dei mari, della distruzione di interi ecosistemi: è la natura che gioca la sua partita alla sopravvivenza, ma contro di noi.

Ristorante Tokyo pesca

3 – “Chi davanti alla scelta di salvare un gatto o un bambino privilegerebbe il gatto? L’uomo ha diritto di essere antropocentrico.

Il paradosso logico sembra essere il rifugio sicuro di tutti coloro che non hanno voglia di ascoltare e capire che cosa sia il veganismo. La questione è che il veganismo non è un tentativo di mettere in secondo piano l’uomo per fare in modo di tornare ad uno stato di natura, ma una riflessione filosofica (densa di prassi) che deve rimettere in discussione il nostro ruolo nei confronti della natura e del modo in cui la stiamo devastando. Quando non è necessario uccidere un essere senziente che mostra volontà di vivere, qual è la motivazione reale per cui si continua a farlo? Questo è il punto: mangiare carne e derivati non è più (se lo è mai stato) necessario.

4 – “Come siamo andati lontani rispetto alla sapienza greca. Non esiste libertà individuale nella nostra epoca perché essa è continuamente insidiata e compressa da minoranze ma anche da maggioranze di fanatici per cui non dovremmo più fumare, né bere o corteggiare senza permesso scritto e adesso non dovremmo più addentare neanche una sacrosanta coscia di pollo.”

Siamo davvero lontani dalla Grecia, ma sul serio. Forse Fini non ha avuto modo di leggere alcuni testi nati proprio in quella culla della civiltà che fu la Grecia. Forse una sbirciata a Plutarco o ad alcuni testi attribuiti a Pitagora, potrebbero portarlo quantomeno a riflettere sul fatto che il tema del rapporto fra l’uomo, la sua alimentazione, lo sfruttamento e l’uccisione degli animali, è un tema profondo e antico, connaturato all’animo umano, quando esso si pone delle domande vere. Fini gioca di nuovo al paradosso e spera di convincere qualcuno dell’esistenza di una sorta di lobby vegana che toglie libertà, che impedisce di consumare carne e altro. E’ evidente che così non è ma è vero a volte il contrario: chi fa questa scelta alimentare e di vita si trova spesso a doversi giustificare, a cambiare ristorante, a portarsi il cibo da casa, a non doversi esporre per evitare quella che in una recente ricerca sociologica è stata definita “isolamento sociale”. Non esiste fanatismo nel voler porre il piano della discussione su un altro livello, nel voler mostrare che forse esiste un’altra visione del mondo e del nostro modo di porci verso chi viene sfruttato, deriso, maltrattato e ucciso solo perché alla bistecca, davvero, non si può rinunciare. Non lo si può fare perché serve a nutrire il proprio edonismo, il mito dell’uomo che prevarica, che addenta, sbrana e primeggia sulla “bestia” però, ormai, senza muovere un passo dal divano e lasciando ad altri il lavoro sporco, quello dietro le pareti degli allevamenti intensivi che, guarda caso, non è mai possibile visitare, riprendere, mostrare al pubblico se non rischiando la galera.

Detto questo, il giornalista può tornare alle sue sigarette e alla sua bistecca senza che questo turbi il sonno di chi ha fatto una scelta alimentare e di vita consapevolmente. Nel frattempo, i leoni possono continuare a mangiare le gazzelle e la democrazia è salva.

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