Industria della carne: il “sistema marcio” raccontato dal “Guardian”

In un’inchiesta del quotidiano inglese lo sfruttamento dei lavoratori migranti, le catene di subappalto, il lavoro a basso costo che tengono in piedi l’industria della carne (anche in Italia)

Si parla anche dell’Italia nella lunga inchiesta pubblicata nei giorni scorsi dal The Guardian sulle condizioni di lavoro nell’industria della carne in Europa. Tra sfruttamento, catene di subappalto che impiegano per lo più lavoratori migranti a basso costo e mancanti controlli, a emergere è uno scenario europeo pressoché omogeneo di diritti negati che non lascia fuori neanche l’Italia.

Come riporta il quotidiano inglese, nel nostro Paese oltre il 50% della forza lavoro impiegata nella macellazione e il 25% di quella del settore della lavorazione, su un totale di 21mila addetti del comparto, sono migranti dell’Europa orientale, dai Balcani, dall’Africa settentrionale e centrale e dall’Asia orientale. Sempre maggiore è la quota impiegata attraverso cooperative in subappalto: lavoratori – hanno calcolato i sindacati – che possono arrivare a costare alla grandi aziende della carne fino al 40% in meno rispetto ai lavoratori assunti in maniera diretta. Una situazione molto simile a quella che si verifica in altri Paesi, come Belgio, Paesi Bassi e lo stesso Regno Unito, dove la quota di lavoratori di varia nazionalità europea del settore carne è del 62% su circa 97mila addetti. 

Il sistema dei subappalti

L’inchiesta del Guardian analizza principalmente proprio il modello dei subappalti che “è al centro dello sfruttamento e delle violazioni dei diritti nell’industria della carne”, spiega al quotidiano James Ritchie, assistente generale dell’Unione internazionale dei lavoratori del settore alimentare con sede a Ginevra. Tutto il sistema (definito “una fonte rinnovabile di lavoratori flessibili e a basso costo“) si basa proprio sull’abuso del lavoro interinale, diffuso nell’industria europea della carne più che in qualsiasi altra parte del mondo sviluppato: è ciò che lo rende un “sistema marcio”, come lo definisce nel servizio la sindacalista irlandese Nora Labo. E anche che fa sì che la carne abbia sul mercato un costo basso che la rende alimento “appetibile”. 

“L’emergere del sistema degli intermediari del lavoro riflette i cambiamenti più ampi nell’industria europea della carne negli ultimi decenni, compreso il consolidamento della quota di mercato da parte di una manciata di aziende e un numero in rapida diminuzione di piccoli macellai e macelli indipendenti. Migliaia di persone – analizza il Guardian – lavorano nei grandi macelli, che possono operare per 24 ore al giorno, soddisfacendo il sistema dei principali rivenditori e fornitori di servizi di ristorazione che ordinano grandi quantità di carne a basso costo su richiesta“. Un sistema reso possibile proprio dal bacino di lavoratori precari e a basso costo provenienti soprattutto da Paesi come Lituania, Lettonia, Polonia e Ungheria. 

Mancati controlli

La presenza massiccia di cooperative e agenzie del lavoro che gestiscono gli addetti del settore come fossero proprio dipendenti “può svuotare la responsabilità delle aziende nei confronti dei propri lavoratori e consentire loro di evitare la responsabilità legale per questioni quali retribuzione, orari di lavoro, incidenti e infortuni, in un settore riconosciuto come pericoloso e fisicamente impegnativo”, sottolinea il quotidiano inglese. E questo a fronte di un sistema di controlli sui diritti dei lavoratori molto debole in tutta Europa. 

La pandemia ha riportato sotto i riflettori il tema a causa dei molti casi di contagio da Covid-19 verificatisi in macelli e stabilimenti della lavorazione della carne proprio per le pessime condizioni di lavoro in cui in molti casi si ritrovano a operare gli addetti, in condizioni igieniche precarie, con impossibilità di rispetto del distanziamento fisico e con diritti differenti tra lavoratori assunti direttamente e impiegati precari. Ed è anche per questo che – ricorda ancora il Guardian – i sindacati europei continuano a chiedere un divieto immediato a livello europeo dell’impiego di lavoratori precari negli stabilimenti di carne.

“I lavoratori migranti nell’industria della carne – si legge in chiusura dell’inchiesta, con le parole di Martijn Huysmans, professore presso la Utrecht University School of Economics – sono un gruppo invisibile“. Proprio come gli animali al loro interno, non possiamo non rilevare. Icona di Verificata con community


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