I vegani salveranno il mondo? Ecco i dati del New Scientist e del Guardian

Un’accesa polemica ha accompagnato l’uscita del numero 1255 di Internazionale, la cui copertina è dedicata al tema della scelta vegana affrontata da vari punti di vista.

“Non c’è abbastanza terra”. Questa frase, scritta da Georg Monbiot, giornalista e scrittore britannico sul The Guardian potrebbe essere la sintesi perfetta di tante risposte e di tante polemiche sul tema dell’alimentazione a base animale. La “questione vegana”, che crea sempre accesissimi dibattiti su terreni scivolosi e complessi come quello dell’etica, dovrebbe invece provare a partire dai dati: infatti se c’è una cosa certa è che i numeri non hanno nulla a che vedere con le ideologie soprattutto se arrivano da fonti così diverse e tutte autorevoli.

Internazionale, settimanale italiano diretto da Giovanni De Mauro, ha deciso di dedicare la copertina del numero 1255 al tema dell’alimentazione vegana affrontandolo attraverso tre aspetti fondamentali: quello dell’approccio pratico e salutistico con l’articolo di Chelsea Whyte del New Scientist, quello dell’impatto ambientale con l’articolo apparso sul The Guardian di Monbiot e quello della questione etica con un articolo bellissimo apparso su Le Monde che mette a confronto l’autrice ed ex allevatrice Jocelyne Porcher e il giornalista antispecista Aymeric Caron. Il messaggio è chiarissimo e va dato merito a De Mauro di aver posto vicini, come in un puzzle perfettamente riuscito, tre articoli così diversi fra loro ma, al contempo, così intensi e chiari.

New Scientist

Il “New Scientis” ospita le parole di Chealsea Whyte, giornalista del settimanale dedicato alla divulgazione scientifica nato più di 60 anni fa e che ogni settimana raggiunge quasi 3 milioni di persone. La Whyte mette nero su bianco la sua esperienza personale e racconta di aver provato ad essere vegana, ma di aver ceduto dopo qualche tempo a causa di qualche problema di salute dovuto alla fatica di dover pensare per bene a che cosa mangiare per ottenere tutti i nutrienti necessari non più da carne e formaggi, ma da verdure e cereali. Una sorta di “pigrizia” mentale, una mancanza di abitudine che si rivela chiara nell’espressione che la giornalista usa per raccontare le fonti di Omega3 “il pesce – scrive – è una fonte comoda di acidi grassi”. “Comoda”, è chiaro, rispetto all’abitudine. Non c’è nulla di scomodo nelle noci, nella frutta secca o nei semi oleaginosi (o nelle alghe). Alla fine del suo racconto, corredato di dati importanti, la risposta della Whyte è che è tornata ad essere vegana e i suoi sono tornati ad essere “pasti abbondanti e deliziosi a cui non manca nulla, soprattutto la gioia”.
Ecco solo alcuni dati forniti nell’articolo:

Un quarto delle terre non coperte dai ghiacci di tutto il pianeta è usata per far pascolare il bestiame.

Un terzo di tutti i terreni coltivabili è usato per produrre cibo destinato agli animali.

Il bestiame mangia fra le tre e le venti volte la quantità di proteine che restituisce per il consumo umano.

L’allevamento del bestiame è responsabile del 14,5% delle emissioni globali di gas serra.

Per produrre una kilocaloria di proteine del latte serve una quantità di energia proveniente da combustibile fossile 45 volte superiore rispetto a quella necessaria per coltivarne una di soia.

Le piantagioni di soia sono una delle causa della deforestazione ma ad oggi servono principalmente per produrre mangimi animali, non tofu e bevande vegetali.

The Guardian

Veniamo a George Monbiot, quello della frase che ha aperto questo articolo. Il giornalista apre il pezzo sinceramente spiegando che la sua ansia maggiore, quella che lo “tiene sveglio la notte”, proviene dalla domanda:”Da dove verrà il cibo?”. “Entro la metà di questo secolo – scrive – ci saranno altri due o tre miliardi di persone sulla Terra. Una qualsiasi delle questioni che sto per elencare potrebbe contribuire a provocare una carestia di massa”. Ecco alcuni dei temi e i dati elencati da Monbiot:

Gli allevamenti di bestiame sono uno spreco agghiacciante. Il 36% delle calorie coltivate sotto forma di cereali e legumi è usato per nutrire gli animali da allevamento.

In media servono 0,01 metri quadri di terreno per produrre un grammo di proteine tratte da piselli o fagioli e 1 metro quadro per produrre la stessa quantità di proteine da ovini e bovini.

La produzione di carne mondiale è quadruplicata in cinquant’anni dato che con l’aumento dei redditi la dieta delle persone tende a dirigersi verso le proteine animali rispetto a quelle vegetali.

Prendendo come riferimento il 2010, le Nazioni Unite prevedono che il consumo di carne aumenterà del 70% entro il 2030 e la domanda di colture potrebbe raddoppiare entro il 2050. E non c’è abbastanza terra.

Monbiot conclude: “Non esistono risposte facili, ma il passaggio da una dieta animale a una basata sulle piante, è cruciale. O forse, pur di non cambiare dieta saremo disposti a far morire di fame masse di gente?”.

Nel 2018, immersi della cultura occidentale, nei servizi, nel benessere più o meno diffuso, nell’accesso continuo e libero alle informazioni, non si tratta davvero più di una sterile battaglia fra erbivori e carnivori, fra stili di vita e visioni del mondo (più o meno filosofiche), siamo invece di fronte a questioni reali, tangibili e che vanno risolte cambiando abitudini e facendole cambiare strada, con le nostre scelte, alle aziende produttrici.

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