Inchiesta: 500 mila scrofe in Italia vivono metà della loro vita in gabbia – VIDEO

Ciwf Italia lancia una petizione per dire “basta” all’allevamento delle scrofe in gabbia, pratica legale in UE ma contraria al benessere etologico degli animali.

“La mamma è sempre la mamma”, recita un noto detto popolare, e questo vale anche in una specie che non sia la nostra. Eppure, non è sempre così: Ciwf Italia Onlus – ha visitato alcuni allevamenti italiani di scrofe che partoriscono i suinetti destinati a diventare una delle eccellenze italiane nel mondo, gli insaccati e i prosciutti DOP.

Le immagini mostrano come queste mamme siano rinchiuse per metà della loro breve vita (2-3 anni al massimo) in gabbie così strette da consentire loro solo di alzarsi e accovacciarsi, e di fare un paio di passi avanti e indietro. Una vita in gabbia per 5 settimane durante la gestazione e 4 settimane durante l’allattamento, che avviene sempre e comunque attraverso le gabbie: proprio per questo i cuccioli sono costantemente separati dalla madre e vengono tenuti al caldo attraverso l’uso di lampade riscaldanti.

Gabbie di gestazione, Ciwf: “Non sono necessarie”

Il problema, però, non è solo la mancata possibilità di muoversi ma anche e soprattutto l’impossibilità, per questi animali, di esprimere il proprio comportamento naturale: fare il nido per prepararsi al parto, per esempio, è un comportamento tipico delle scrofe in gestazione, che ovviamente viene represso all’interno degli allevamenti. L’impossibilità a comportarsi secondo il proprio istinto provoca alle scrofe una condizione di forte stress psicologico: frustrate e depresse, vivono una vita estremamente diversa da quella che vivrebbero in natura, grufolando ed esplorando il territorio in cerca di cibo.

L’utilizzo delle gabbie gestazionali – che è considerato legale su tutto il territorio europeo – viene giustificato con la necessità di massimizzare la produzione ed evitare lo schiacciamento dei suinetti, il cui numero per parto, a causa della selezione genetica, aumenta sempre di più. Eppure, come sottolinea Ciwf, alcuni studi hanno dimostrato come non ci sia una relazione dimostrabile tra l’uso delle gabbie e la riduzione della mortalità dei suinetti: allevare le scrofe secondo queste modalità, dunque, non è necessario.

Scrofe allevamenti intensivi in gabbia

Nell’immagine, una scrofa chiusa all’interno di una gabbia di gestazione

I numeri dell’allevamento in Italia e la petizione

Concretamente, però, quali sono i numeri dell’allevamento di scrofe nel nostro paese?

  • 500 mila: le scrofe allevate ogni anno in Italia;
  • 2 anni: la vita media di una scrofa in un allevamento intensivo, mentre in natura vivrebbe in media 10 anni;
  • 2-3: le cucciolate che ogni scrofa ha ogni anno;
  • 10-15: i suinetti che possono nascere a ogni parto;
  • 15: i capezzoli ottenuti grazie alla selezione genetica, necessari per aumentare il numero di cuccioli a ogni parto;
  • 9 settimane: il tempo che la scrofa trascorre rinchiusa in gabbia per ogni parto;
  • 28 giorni: l’età in cui i suinetti vengono separati dalla mamma;
  • 4,46 miliardi di euro: il valore al consumo prodotti DOP.
Scrofe gabbia allevamenti intensivi Italia

Nell’immagine, una scrofa separata dai suoi cuccioli, tenuti al caldo da una lampada riscaldante

Non può esserci eccellenza in una gabbia“: su questo punto, Ciwf è chiara ed esprime la necessità di mettere fine a questa pratica all’interno degli allevamenti italiani. Per farlo, l’associazione ha lanciato una petizione chiedendo al Ministero delle Politiche Agricole e a quello della Salute di avviare un processo per la graduale dismissione delle gabbie in Italia, che preveda anche incentivi per gli allevatori al fine di facilitare la transizione. “Moltissimi cittadini ignorano che il sistema crudele dell’allevamento in gabbia è usato anche per le scrofe e che dietro ogni prodotto suinicolo che consumiamo c’è, nella maggior parte dei casi, una madre a cui è stato negato il più basilare dei diritti che la natura ci ha dato: accudire la propria prole. “L’allevamento in gabbia può e deve essere superato al più presto anche per questi animali”, ha dichiarato Annamaria Pisapia, Direttrice di CIWF Italia Onlus.

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