Extinction Rebellion: “No all’eco-fascismo: è solo alibi per idee distorte” – Intervista

Dopo la comparsa di decine di cartelli che inneggiavano allo sterminio degli uomini per la salvezza del pianeta, l’associazione ambientalista ha deciso di prendere posizione

Nel mezzo dell’emergenza targata Covid-19, in giro per il mondo ma anche nel nostro paese, sono apparsi alcuni adesivi che recitano “Corona Virus is the Cure, Humans are the desease” (ossia “Il corona virus è la cura, gli esseri umani sono la malattia”). La frase è apparsa a firma del movimento politico che lotta per la giustizia climatica, ambientale e sociale Extinction Rebellion che ha immediatamente preso le distanze dal messaggio veicolato e ha denunciato il fatto come segnale chiaro di “eco fascismo“. Si tratta di un termine interessante e che apre numerose prospettive di dibattito, così abbiamo parlato direttamente con Linda Gatto di Extinction Rebellion alla quale abbiamo chiesto alcuni chiarimenti.

Ci spiega che cosa significa esattamente “eco fascismo”?

Esatto, son comparsi in diverse parti del mondo, compresa l’Italia, adesivi targati Extinction Rebellion (ma non a opera del movimento) con frasi come “Corona Virus is the Cure, Humans are the desease” che son da definirsi come espressione di Ecofascismo. Con Ecofascismo si intende un’ideologia che pone enfasi sul preservare la natura disprezzando la vita umana. L’ecofascismo inneggia al genocidio e trova le sue radici nel suprematismo bianco e nella xenofobia. Gli ecofascisti pensano di avere diritto di determinare quali persone debbano essere spazzate via dalla faccia della Terra, e quindi sacrificate per la causa, usando la difesa della Natura come alibi per le loro distorte idee. Nell’idea che gli esseri umani debbano scomparire dal pianeta per permettere alla vita di continuare ad esistere, se anche non ci fosse alcuna discriminazione di genere o etnia e quindi l’umanità tutta venisse giudicata ugualmente colpevole, si tratterebbe comunque di proporre lo sterminio come unica soluzione possibile all’emergenza che stiamo vivendo, e di nuovo una volontà di predeterminare chi debba vivere e chi no.
Se nel dichiarare ciò, in aggiunta, si finisce per elogiare un’epidemia come quella in corso, che di fatto sta mietendo molte più vittime nei paesi poveri e nelle fasce deboli e svantaggiate della popolazione, si cade inequivocabilmente nel fascismo.
Niente di più lontano da Extinction Rebellion.

Quali sono a vostro avviso i metodi di comunicazione più efficaci con chi non ha assolutamente idea della connessione fra le proprie azioni quotidiane e la crisi climatica che stiamo vivendo?

Purtroppo non c’è una risposta semplice e univoca. La comunicazione è uno strumento complesso ma anche potentissimo e necessario, quindi val la pena di non sottovalutarlo e imparare a usarlo nel modo più corretto. Ogni volta che ci troviamo ad avere a che fare con un interlocutore dobbiamo capire che tipo di comunicazione utilizzare, valutando il suo temperamento, il contesto in cui ci troviamo, il livello di consapevolezza che quella persona ha rispetto a un certo tema e la sua disponibilità ad ascoltare. In generale comunque ci affidiamo tantissimo ai principi della comunicazione nonviolenta (CNV) o comunicazione empatica come metodo di comunicazione preferenziale, non solo nell’attivismo ma anche nella vita di tutti i giorni e nel dialogo con se stessi. La CNV è una forma di comunicazione basata sul rispetto, sull’ascolto e sulla comprensione reciproca. Fornisce gli strumenti per riuscire ad analizzare razionalmente e oggettivamente le situazioni e per imparare a gestire i conflitti; Insegna ad empatizzare con se stessi e con l’interlocutore, attraverso l’ascolto attivo dei sentimenti, e a concentrarsi sulla volontà di comprendere piuttosto che su quella di avere ragione. Per comprendere bisogna ascoltare, domandare, e non insinuare, accusare, pretendere. Insegna a basarsi il più possibile su osservazioni oggettive anziché sulla propria personale percezione del sentire altrui, che molto spesso si rivela errata e porta appunto a generare inutili conflitti. Più che una questione di linguaggio è una questione di mind set, di intenzione, e richiede molto senso critico e umiltà.
Può essere complicato, all’inizio, mettere in pratica questo tipo di comunicazione perché la società in cui viviamo e il sistema tossico che l’ha prodotta ci abitua, fin da quando nasciamo, ad un sistema di valori completamente diverso e basato sul dominio, sull’idea di forza e supremazia, sulla competizione e l’individualismo. Ci porta a lottare continuamente per vincere, per avere ragione, per essere meglio di qualcun altro, e ci obbliga ad una vita di continua tensione, confronto e inadeguatezza.
La società che noi desideriamo (ri)creare, invece, si basa su solidarietà, cooperazione, supporto e comunità.

Le vostre sono spesso manifestazioni colorate, ricche di musica e con iniziative anche spettacolari:  credete che in qualche modo ciò possa allontanare un pubblico già non troppo avvezzo alla causa ambientalista/animalista?

In verità crediamo che questo possa aiutare ad attirare proprio quel tipo di pubblico non ancora sufficientemente sensibile alla causa o non politicizzato o spaventato dall’idea della protesta. Finora questa teoria si è dimostrata sempre valida: essere festosi, colorati e positivi rende più inclusive azioni che altrimenti potrebbero apparire pesanti ed escludenti. Certo, va fatto con cognizione di causa e metodo, per non rischiare di essere fraintesi e scambiati per dei semplici festaioli che non prendono sul serio la causa ma che cercano solamente una scusa per divertirsi. Il classico commento “ma andate a lavorare” è più frequente se si commette l’errore di far passare l’idea di festa senza mettere abbastanza in evidenza il contenuto fondante dell’azione.

Una protesta pacifica del movimento

A vostro avviso questa crisi pandemica, sarà la giusta occasione per un cambiamento di paradigma globale? Oppure il “ritorno alla normalità” sarà semplicemente una rincorsa nuova alla crescita economica esponenziale?

Purtroppo temo che sia presto per parlare di un vero cambio di paradigma: il Governo non sembra intenzionato ad ascoltare e la gran parte dei settori industriali si sta già preparando per spingere al massimo la produzione non appena sarà possibile tornare a lavorare normalmente, per tentare di recuperare il danno economico subito. Di buono però c’è che la popolazione, in generale, sembra aver raggiunto una maggiore consapevolezza sul tema di cosa è davvero necessario e cosa no, così come sul fatto che questa non sarà l’unica emergenza che dovremo affrontare d’ora in avanti. Inoltre i governi hanno dimostrato di essere in grado di fronteggiare in modo veloce e radicale le emergenze, se lo vogliono, il che ci permette di avanzare con ancora più forza le nostre rivendicazioni sul dire la verità e agire ora per contrastare la crisi ecologica e climatica in corso!
Infine, abbiamo tutte e tutti avuto un piccolo assaggio di cosa voglia dire collasso sociale e per molte persone è stata un’esperienza tutt’altro che facile.
Per quanto non ci sia nulla da gioire di questa pandemia, speriamo almeno che sia stata in grado di farci aprire gli occhi.
Ora tocca a noi sfruttare questo momento per informare il più possibile e mostrare un’alternativa a questa prospettiva così tragica.
Per sopravvivere avremo bisogno di mettere in comune risorse scientifiche e sociali e imparare a prendere decisioni condivise.

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