Chi ha paura di dire “vegano”? Una riflessione aperta

Sono molti gli influencer, gli chef o persino i divulgatori che decidono di “omettere” questa parola per paura di infastidire o allontanare il pubblico: ma qual è la cosa giusta da fare?

Questo testo è tratto dall’editoriale del mese di Giugno del nostro mensile Vegolosi MAG


Non si tratta di una questione banale, né di una riflessione che debba portare solo a polarizzazioni, spesso completamente inutili e prive di complessità, oggi più che mai necessaria. L’uso – o il non uso – del termine “vegano” in articoli di giornale, libri a tema, telegiornali e diciture di prodotti è una scelta che riguarda non solo chi la scelta vegana vuol criticarla e boicottarla ma anche chi, magari anche di lavoro, vuole difenderla e spiegarla.

Anche la nostra redazione in questi 8 anni si è spesso interrogata sul da farsi: la parola “vegano”, non possiamo negarlo, genera un moto di diffidenza e contrarietà pregiudizievole, dovuto, lo sappiamo bene, a come è stata raccontata dai media negli anni e anche da alcune modalità aggressive con cui viene presentata da alcuni sostenitori. Scegliere di non usarla, però, da una parte allarga il possibile bacino di pubblico al quale presentare una ricetta, un libro o un video e così, amplia il bacino di persone che potrebbero diminuire il loro consumo di prodotti di origine animale; dall’altra il non uso scalfisce alla radice le ragioni filosofiche e storiche che questa parola, coniata nel 1940 da Donald Watson come risultato dell’elisione della parola “vegetarian”, porta con sé.

Il ruolo delle parole che usiamo per definire le cose è questione che affonda le radici nella filosofia greca. Platone ne parlò anche nel Cratilo, dialogo aporetico (ossia dal quale non si giunge ad una vera e propria «soluzione», ndr) nel quale sostiene che il nome esiste laddove esiste la cosa da nominare: se conosco il nome, quindi, conosco la cosa che esiste al di là di quel nome che è rivelazione ma anche rinvio all’oggetto-concetto.

È giusto quindi, non nominare la parola per evitare «rogne»? Oppure è necessario utilizzarla sempre di più per calarla in contesti diversi, difendendola e privandola di quella patina di fastidio che la circonda?
Non è facile giungere ad una conclusione, anzi. Da una parte chi non usa il termine per ampliare il suo raggio d’azione, tradisce in qualche modo la storia del movimento vegano, ma punta a tentare di raggiungere più velocemente il risultato: sempre meno animali uccisi. Dall’altra, chi la usa deve camminare a passi leggerissimi per non ricoprire questo termine di novi pregiudizi, rimanendo in saldo equilibrio fra attivismo e dati scientifici.

Intanto, però, cerchiamo, almeno, di non aver paura di usarla quando è necessario farlo: la Crusca – per ora – non la inserisce fra le parolacce. 

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