Dimenticate le zanne degli elefanti, l’avorio è 100% vegan

Ricavato dal seme della palma Phytelephas macrocarpa, che cresce nelle foreste amazzoniche, l’avorio vegetale è un materiale ecosostenibile e versatile, si usa anche per le cornamuse.

Malgrado i divieti internazionali e le norme a tutela delle specie selvatiche, il commercio dell’avorio è un problema ancora attuale, che comporta ogni anno l’uccisione di decine di migliaia di elefanti. 

Oggi, però, è possibile fermare questa pratica crudele senza scontentare gli amanti di monili e statuette, dal momento che un’alternativa totalmente vegetale esiste. Si tratta dell’endosperma della “Pianta dell’Elefante”, conosciuto anche come Corozo o Tagua, che, una volta essiccato, possiede un aspetto molto simile all’avorio di origine animale e può essere lavorato e tinto con estrema facilità. Questi semi arrivano dalla pianta Phytelephas macrocarpa che si trova in Bolivia, nel Brasile nordoccidentale e in Perù.

La palma da cui si trae l’avorio vegetale

La pianta dell’elefante

I frutti di questa pianta vengono raccolti ogni anno e presentano una superficie irregolare, coperta da spine che vengono rimosse prima dell’essiccazione al sole, che dura circa sei mesi. Terminata questa fase il seme viene ulteriormente sbucciato, finché non si trova l’anima, di colore bianco e dalla consistenza identica all’avorio.

Il frutto e i semi: da qui nasce l’avorio vegetale

La lavorazione: un processo da svolgere con cura

A questo punto gli artigiani intagliano la Tagua, fino a fargli assumere la forma desiderata e procedono alla tintura con l’utilizzo di coloranti per tessuti e bottoni, la cui origine è prevalentemente vegetale. Solo per alcune nuance più difficili da realizzare, come il turchese, vengono usati prodotti sintetici. Il colore viene diluito in acqua bollente e si aggiunge il sale, che funge da fissatore. Segue una nuova fase di essiccazione e la rifinitura con uno strumento levigante a motore che assicura al materiale la sua brillantezza. Le perle di avorio vegetale sono ora pronte per essere assemblate tra loro o montate su gioielli.

Alcuni monili realizzati con l’avorio vegetale

Quando economia ed ecologia vanno di pari passo

L’esportazione di questo materiale garantisce la conservazione della foresta in cui la pianta vive. Ciascun esemplare, infatti, ha una fase di crescita di 10/12 anni, durante i quali non produce frutti; solo una volta giunto a maturazione fruttifica una volta all’anno. Questo fa sì che ogni albero venga preservato scrupolosamente, dal momento che se venisse abbattuto e poi sostituito da una pianta nuova, si avrebbe comunque una minor resa per almeno un paio di lustri. 

La produzione dell’avorio vegetale costituisce, inoltre, una risorsa economica importante per chi lo coltiva e lo lavora. Si tratta per lo più famiglie e cooperative costituite da nativi delle foreste pluviali, che conoscono i cicli della natura e operano nel rispetto della stagionalità. 

L’artigianalità ecuadoriana incontra il design italiano: la storia di Mario e Antonella

Un luogo dove si possono acquistare diversi prodotti in avorio vegetale è “Solstizio Milano” uno showroom dall’atmosfera zen, situato all’interno di un cortile che dà su viale Certosa. Il titolare è Mario Jerez, nato in Ecuador e trasferitosi in Europa nel 1994, prima in Germania e, l’anno successivo, in Italia.

Nel capoluogo lombardo, che ormai considera la sua seconda casa, l’artigiano ha avviato la sua attività nel 2001. Successivo è stato l’incontro con Antonella Petillo, che oggi è sua moglie, designer milanese dalla spiccata creatività. Il sodalizio tra i due artisti si è rivelato felice nel lavoro, oltre che nella vita, e nel giro di qualche anno “Solstizio Milano” è diventato una realtà imprenditoriale strutturata, che oggi vende in tutto il mondo grazie alla collaborazione con numerose botteghe equo-solidali, la partecipazione a fiere internazionali e un e-commerce che si rivolge a commercianti e privati.

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