Vandana Shiva e l’economia “verde dollaro”

vandana shiva

Sorridente, calma, avvolta nella tradizionale veste indiana: si è presentata così Vandana Shiva ieri in Cascina Cuccagna. Qui, in questo luogo testimone di una “vecchia Milano” rurale fatta di orti e cortili e non di uffici e grattacieli, l’attivista e ambientalista era ospite della conferenza di apertura del Convegno annuale della Società dei territorialisti che si terrà oggi e domani, 17 e 18 maggio. Il suo intervento aveva un titolo significativo: “Verde sarà il colore del denaro o della vita? Guerre di paradigma e Green Economy”.

Davanti a una sala gremita di gente, la vincitrice del premio Nobel alternativo per la pace nel 1993 ha ricordato che il verde è il colore delle foreste, delle foglie, dell’erba, della natura, ma è anche il colore dei dollari, veri o più spesso presunti dalla finanza internazionale (circa un trilione al giorno), che servono per speculare sulle terre dei Paesi più poveri del pianeta.

Gli investimenti e ricavi che la Shiva ha definito “irreali” danneggiano il suolo e il paesaggio, peggiorano le condizioni di vita di migliaia di contadini, riducono alla fame interi villaggi. Questo accade perché l’economia definita dal mero profitto vede la terra come una risorsa da spremere: laddove l’unico obiettivo di poche multinazionali è accaparrarsi terreni preziosi (il cosiddetto land grabbing) nelle zone più fertili del mondo, dislocando la produzione di cibo o di cotone, le popolazioni di quei Paesi diventano sempre più schiave della resa delle colture e perdono sovrnità territoriale. Le multinazionali stesse chiedono ai contadini di uniformare le sementi, li convincono che quelle da loro utilizzate hanno poco valore, ne propongono altre, magari Ogm.

Si innesca allora un circolo vizioso che vede da un lato i contadini indebitarsi a dismisura (a volte fino al suicidio) per poter pagare, anno dopo anno, nuove sementi coperte da brevetto e nuovi pesticidi appositamente studiati; dall’altro la costante perdita di biodiversità vegetale in favore della standardizzazione della produzione.

La soluzione per contrastare questa vera e propria guerra contro i contadini, la terra e la libertà è, secondo Vandana Shiva, ricominciare a pensare localmente e tutelare la biodiversità, recuperare i local seed, ossia le sementi locali e antiche, frutto di secoli di selezione e tornare a una piccola agricoltura, biologica, magari urbana. Bisogna creare reti e scambi tra contadini, trasferire conoscenze, diversificare.

Ripartire insomma dalle piccole aziende agricole o addirittura dagli orti, naturalmente bio, aiuta a fare del mondo un posto migliore. Quale luogo più adatto di una cascina per parlarne?

Per approfondire: www.seedfreedom.in

Chiara Boracchi

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