Carne separata meccanicamente: scarti industriali nelle cotolette

L’ultima puntata de “La Gabbia”, il programma di La7 condotto da Gianluigi Paragone, ha mostrato ancora una volta ai telespettatori italiani un fenomeno già piuttosto conosciuto: lo sfruttamento intensivo e i trattamenti – spesso disumani – a cui sono sottoposti i polli negli allevamenti. In quei luoghi in cui, insomma, ha origine la produzione delle carni che si trovano nei supermercati sotto forma di cotolette impanate surgelate, würstel, crocchette, polpette, ma anche di ripieno di tortelli e ravioli. Oltre alle scene a cui siamo ben abituati, il servizio si è soffermato su due “usanze” spesso messe in secondo piano: il lavaggio della carne con ammoniaca e il significato della dicitura “carne separata meccanicamente” che spesso viene riportata sulle etichette dei prodotti.

La giornalista Cristina Scanu ha intervistato la nutrizionista Elena Dogliotti della fondazione Veronesi, che ha spiegato: “Le carni separate meccanicamente vengono ricavate dalle carcasse, quindi dovrebbero essere degli scarti industriali, che vengono invece rielaborati – per ridurre la quantità di scarto – per poterne estrarre tutto quello che rimane attaccato”. Un sottoprodotto della lavorazione industriale, o meglio uno scarto della lavorazione industriale che viene riutilizzato per ricavare ancora qualcosa. Ma a cosa corrispondono questi scarti? “Ossa, cartilagini: una sorta di grosso tritacarne ne fa un impasto molto malleabile -spiega ancora la nutrizionista- che si presta a molti utilizzi, come i würstel o le cotolette”.

Quello che nei decenni passati, senza le innovazioni tecnologiche, veniva gettato perché inutilizzabile, ora viene usato per ottenere altri prodotti che spesso sono “ad alto contenuto di sodio, piuttosto grassi – ha spiegato Franca Braga di Altroconsumo, sempre intervistata da “La Gabbia”.-  prodotti che non sono indicati per i bambini”. Peraltro questi alimenti costano “mediamente sui dieci euro al chilo – ha aggiunto la Braga – La panatura può essere al 60%, quindi quello non è il prezzo della carne ma il prezzo di un prodotto che per il 60% è pane”. A questo si aggiunge il silenzio delle istituzioni perché “il regolamento sulle etichettature dei prodotti alimentari entrato in vigore lo scorso 1° aprile non obbliga le aziende a trascrivere l’origine della carne separata meccanicamente, mentre sul fresco la tracciabilità è totale”.

La nutrizionista Dogliotti ha poi rivelato un’altra usanza che spesso viene attuata nelle industrie: questi prodotti, la cui indicazione d’origine non è obbligatoria, in alcuni casi durante la lavorazione “vengono lavati con delle soluzioni di ammoniaca“. Il risultato è l’annullamento completo della carica batterica ma anche del sapore, che quindi viene uniformato e diventa così estremamente diverso da quello di un semplice petto di pollo.

Questo trattamento con ammoniaca era stato portato alla ribalta circa un anno fa dal celebre chef britannico Jamie Oliver, che aveva denunciato come le parti grasse della carne bovina utilizzata per produrre gli hamburger di McDonald’s venissero lavate con ammoniaca disciolta in acqua. Oliver diceva: “Stiamo prendendo un prodotto che sarebbe stato venduto nel modo più economico per i cani e dopo questo processo, viene dato agli esseri umani. Oltre alla bassa qualità della carne, l’idrossido di ammoniaca è nocivo per la salute. Perché qualsiasi essere umano ragionevole dovrebbe voler mettere carne trattata con ammoniaca nelle bocche dei loro figli?”. Dopo questa denuncia, che vista la popolarità del personaggio aveva avuto un’enorme eco mediatica, McDonald’s ha eliminato dalle sue ricette la carne trattata in questo modo (scelta che anni fa era già stata compiuta da altre famose catene di fast food come Burger King e Taco Bell).

Domenico D’Alessandro

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