Università di Oxford: “Veganismo unica soluzione contro l’inquinamento globale”

Più di 40mila azienda analizzate. Joseph Poore uno dei principali autori della ricerca ha cambiato il suo stile di vita dopo un anno di ricerche: “I consumatori hanno bisogno di tempo per prendere coscienza delle cose”

“Con le diete attuali e le moderne tecniche di produzione, nutrire 7,6 miliardi di persone sta deteriorando gli ecosistemi terrestri e acquatici, esaurendo le risorse idriche e intensificando i cambiamenti climatici“.  Ad affermarlo sono i ricercatori dell’Università di Oxford in uno studio pubblicato in questi giorni sulla prestigiosa rivista di settore Science, insieme a un messaggio importante: la dieta vegana risulta essere il più grande e importante mezzo per ridurre il nostro disastroso impatto sul pianeta.

Secondo gli esperti, infatti, una dieta completamente a base vegetale è in grado di ridurre di oltre il 73% le emissioni individuali di CO2, ma non solo: eliminare dalla propria dieta prodotti di origine animale consente un risparmio del 75% dei suoli, un’area equivalente alle dimensioni di Stati Uniti, Cina, Australia e Unione Europea messi insieme. Non solo quindi una riduzione significativa delle emissioni di gas a effetto serra, ma la liberazione anche di terreni perduti per fare spazio all’allevamento, una delle cause principali dell’estinzione di massa della fauna selvatica.

Allevamenti e inquinamento: la soluzione è alla portata di tutti

Lo studio realizzato dai ricercatori di Oxford, frutto di oltre 5 anni di ricerche, risulta attualmente uno dei più completi sull’argomento: i dati riguardano infatti 40 mila aziende sparse per il mondo, che producono alimenti di origine animale. I ricercatori hanno esaminato nello studio un totale di 40 alimenti, che coprono il 90% di tutti quelli consumati abitualmente, esaminando l’impatto ambientale di ciascuno di essi. I risultati parlano chiaro: la produzione di carne e latticini è responsabile del 60% delle emissioni di gas serra nella produzione alimentare, mentre questi prodotti forniscono solo il 18% delle calorie e il 37% delle proteine consumate a livello globale. Lo studio, inoltre, rivela che anche i metodi di produzione degli alimenti contribuiscono ad aumentarne o diminuirne l’impatto sull’ambiente: per esempio, il bestiame da carne allevato su terreni deforestati produce 12 volte più gas serra e utilizza 50 volte più terra di quello che pascola su terreni naturali.

Oxford studio veganesimo

L’infografica (qui, in alto), per esempio, mostra che c’è una notevole differenza tra l’impatto ambientale dei prodotti di origine animale e di quelli vegetali. Ottenere 100 grammi di proteine dalla carne di manzo, dalla carne di maiale o dal formaggio, infatti, comporta più emissioni inquinanti e richiede un enorme spreco di terre in più rispetto all’ ottenere la stessa quantità di proteine, per esempio, dai piselli o dal tofu.

“Una dieta vegana è probabilmente il modo migliore per ridurre il proprio impatto sul pianeta Terra: non solo per quanto riguarda i gas serra, ma anche per l’acidificazione globale, l’eutrofizzazione (arricchimento delle acque in sali nutritivi che provoca cambiamenti strutturali all’ecosistema, ndr), l’uso del suolo e dell’acqua – ha dichiarato il dottor Joseph Poore, tra i principali autori della ricerca – molto di più che ridurre i voli o acquistare un’auto elettrica, perché questo agirebbe solo sulle emissioni di gas a effetto serra”.

Poore ha inoltre spiegato che anche metodi di produzione considerati sostenibili, come ad esempio l’allevamento al pascolo, possono porre problemi ambientali. “Convertire il foraggio in carne è come convertire il carbone in energia, ha un costo immenso in termini di emissioni”, ha dichiarato, rivelando inoltre al The Guardian di aver smesso lui stesso di consumare prodotti di origine animale dopo il primo anno di ricerca sull’argomento, diventando vegano. “I consumatori hanno bisogno di tempo per prendere coscienza delle cose e di ancora più tempo per agire di conseguenza. A mio parere, però, comunicare le giuste informazioni ai consumatori potrebbe iniziare a orientare l’intero sistema alimentare verso la sostenibilità e la responsabilità“.

Crediti foto in apertura: Oipa.org

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