Rete Zero Waste: “Non serve la perfezione, quello “zero” è uno stimolo a fare meglio”

Abbiamo intervistato Valeria Viero, studentessa e una delle fondatrici della Rete Zero Waste, la prima comunità tutta italiana focalizzata su uno stile di vita con meno rifiuti.

La crisi ambientale nella quale ci troviamo ha bisogno di persone in tutto il mondo che agiscano anche, e soprattutto, nella vita quotidiana. In questa intervista, Valeria Viero, studentessa di Economics, Management and Computer Science all’Università Bocconi (Milano) e una delle fondatrici della Rete Zero Waste ci racconta la sua esperienza sia individuale che come parte della Rete Zero Waste.

Quando e come hai intrapreso il tuo percorso Zero Waste?

Ho intrapreso questo percorso quasi come uno scherzo tre anni fa, quando avevo appena cominciato l’università. Avevo visto un video del Huffington Post sulla zerowaster americana Lauren Singer in cui mostrava la sua trash jar, un piccolo barattolo di vetro contenente i suoi rifiuti degli ultimi quattro anni. Questo mi è sembrato uno stimolo e ho deciso di prenderlo come una sfida personale. Da lì in poi ho iniziato ad informarmi di più, a fare ricerche su internet e a guardare dei tutorial sulla riduzione dei rifiuti, soprattutto su siti esteri perché tre anni fa non c’era praticamente niente in italiano. Poi man mano su internet e sui social ho conosciuto altre ragazze italiane che avevano lo stesso interesse.

Ed è stato così che poi è nata la Rete Zero Waste?

Sì, prima è nato un piccolo gruppo su Whatsapp, due anni fa, dove ci scambiavamo dei consigli pratici e ci confrontavamo sulle nostre difficoltà, cosa fare con i bambini,sui luoghi di lavoro o di studio,… era un luogo dove la conoscenza era condivisa. Ma dopo qualche mese, il gruppo è cresciuto tantissimo, eravamo in cinquanta, e abbiamo deciso di lanciare il progetto su Internet. Quindi, dopo 6 mesi dalla creazione del gruppo Whastapp ci siamo organizzate per creare il sito web e il gruppo di Facebook, dove abbiamo creato una struttura a questa condivisione di cultura ed idee, e interagiamo con altre persone interessate a questo stile di vita. Dopo un anno dal lancio del sito, abbiamo creato anche la pagina Instagram della Rete e dei gruppi locali. Al momento la nostra community conta più di 20.000 membri.

Tra l’altro, una piccola parentesi: ho notato che voi fondatrici della Rete Zero Waste siete tutte donne. Secondo te, è un dato significativo o una casualità?

Non saprei però ho notato che Il 90% delle segnalazioni o delle persone che inseriamo nei gruppi sono donne e ragazze, tanto che le risposte automatiche che ho da inviare sono al femminile e devo cambiarle quando c’è un ragazzo. Mi sembra che gli uomini che abbiamo incontrato abbiano idee molto particolari, non cerchino molto l’integrazione e lo scambio, ma piuttosto si approccino a questo movimento con fare aggressivo.

Prima dicevi che all’inizio l’informazione che trovavi su internet era praticamente tutta su siti esteri. Quali pensi che siano le differenze pratiche nel fare un percorso Zero Waste qui in Italia rispetto che all’estero?

All’estero ci sono arrivati prima e penso che questo sia perché sia i cittadini che le istituzioni abbiano una sensibilità diversa. Quando ho intrapreso il mio percorso tre anni fa, da noi non si parlava di stile di vita Zero Waste. In Italia il percorso è stato un po’ più lento ma ultimamente vedo che c’è stato un po’ di cambiamento e un crescente interessamento al tema.
Secondo me è tutto un fattore di mentalità, ma non saprei spiegare il perché. Da un certo punto di vista in Italia siamo più avvantaggiati di altri paesi: grazie al nostro clima molto favorevole abbiamo tanta varietà di frutta e verdura che non dobbiamo importare e, così, abbiamo la possibilità di comprare alimenti che hanno un minore impatto ambientale, ad esempio. Oppure abbiamo dei negozi alimentari tradizionali di quartiere dove si vendono ancora prodotti sfusi, come si faceva una volta. Questi sono alcuni dei pregi dell’Italia che potremmo sfruttare di più dal punto di vista Zero Waste. D’altro canto, però, abbiamo difficoltà di altro tipo. Per esempio, in Italia ho riscontrato situazioni di troppo igienismo: ci sono negozi dove non mi hanno permesso di usare il mio proprio contenitore per fare la spesa, cosa che all’estero, per esempio in Spagna, ho visto che non è un problema.

Acquistare sfuso è un’ottima soluzione: spesso nei mercati è possibile comprare anche frutta secca o disidratata, farine, legumi e cereali senza imballaggio, oltre a frutta e verdura.

Parlavi anche della varietà alimentare e l’impatto ambientale, quindi il movimento Zero Waste non è solo basato sulla riduzione del consumo di plastica?

Mi sembra importante sottolineare la differenza tra il movimento Plastic Free e il movimento Zero Waste. Il movimento Plastic Free è un rifiuto completo all’uso di tutto tipo di plastica, indipendentemente di quale sia il suo utilizzo e che sia monouso o non, prediligendo altri materiali quanto più possibile. Lo Zero Waste è collegato con tutto ciò, ma va oltre: il tuo “rifiuto” (permettimi il gioco di parole) è verso quello che non è essenziale alla tua vita, è un rifiuto non alla plastica in generale, ma principalmente a quella monouso, agli imballaggi non necessari, allo spreco di risorse in generale. Al contrario, se per esempio abbiamo già un qualsiasi oggetto durevole in plastica, non lo si vede come un problema ma come una risorsa da utilizzare e sfruttare fino alla fine della sua vita utile. L’importante sarebbe sfruttare la plastica al massimo. Lo Zero Waste fa enfasi su questo: sullo sfruttamento al massimo delle risorse di cui disponiamo già (non parliamo di nuova produzione, ma di utilizzare al meglio gli oggetti) e di rimetterle in circolo, in una vera ottica di economia circolare.

Per il fatto di usare al massimo quello che già si ha e non acquistare prodotti nuovi o superflui, si può quindi collegare lo Zero Waste con il minimalismo?

Da questo punto di vista possiamo dire di sì, ma c’è anche una differenza fondamentale e che possiamo vedere in casi come il famoso metodo Mari Kondo, secondo il quale prendi tutte le cose che non ti danno gioia e le butti nella spazzatura: dal punto di vista Zero Waste, si tratta di una pila di risorse che va in discarica. Spesso le persone che praticano il minimalismo non si pongono problemi quando buttano quello che non gli serve più, non pensano a quanti rifiuti producono. Questo, invece, non ha senso da un punto di vista Zero Waste perché l’obiettivo, come dicevo, è sfruttare le risorse al massimo. Inoltre, dobbiamo considerare anche gli aspetti positivi della plastica: quante cose ha fatto la plastica in campo medico? La plastica non è il demonio. Siamo noi che con le risorse che abbiamo non riusciamo ad ottimizzarla al massimo. Quindi buttare qualcosa che può servire, che è in buono stato e che è una risorsa non ha molto senso. Sarebbe meglio vendere, scambiare e regalare ciò che non ci serve più, invece di buttarlo.

Quali sono le prime difficoltà che hai incontrato nel tuo percorso?

Le difficoltà più immediate sono state quelle collegate con la spesa, e penso che queste siano sempre le più comuni quando le persone iniziano un percorso verso lo Zero Waste: dove fare la spesa sfusa, come organizzarmi con sacchetti e contenitori vari e come fare quando mangio fuori. Ma una volta localizzati i negozi vicini dove potevo comprare sfuso, i bar dove mi mettevano il panino nel mio contenitore, ho risolto le mie prime necessità.

Ci sono ancora difficoltà che non sei riuscita a gestire?

Io studio ancora all’università e per questo motivo la mia principale difficoltà è stata la riduzione di carta, penne e materiale da cartoleria in generale. Tutto l’aspetto universitario in generale è difficile da gestire perché, per esempio, i quaderni per prendere appunti o su cui faccio i calcoli, una volta esauriti, li butto necessariamente via. Volumi di carta, quindi. Puoi fare scelte un po’ più sostenibili come utilizzare carta riciclata o utilizzare dispositivi digitali. Molte persone riescono a studiare usando il computer, ma purtroppo per me questa è una grande difficoltà per cui non sono ancora riuscita a trovare una soluzione. Un’altra difficoltà per me è che uso lenti a contatto, che non sono riciclabili, ed è qualcosa della quale non posso fare a meno.

La maggior parte dei rifiuti che produciamo potrebbe essere abbattuta compiendo semplici scelte diverse di consumo quotidiano.

Quindi, anche le persone che seguono un percorso Zero Waste non sono perfette…

Assolutamente no! Nessuno è perfetto. La Rete Zero Waste ha lanciato sui social la rubrica #retequasiperfetta proprio per sottolineare che la perfezione non esiste e che lo “zero” è un obiettivo a cui tendere. Sui social, soprattutto in Instagram, ci sono influencers internazionali che fanno vedere come la loro vita Zero Waste sia perfetta e bellissima ma sembra quasi che lo facciano più per farsi vedere che per ispirare o consigliare altri, come invece era la mia idea all’inizio, quella cioè di condividere un messaggio, come fosse possibile seguire questo stile di vita. Ora invece sembra che le persone postino sui social le foto delle loro autoproduzioni più per vantarsi, oppure per ribadire che “quello che faccio io è giusto mentre quello che fai tu è sbagliato”. Per esempio, quando all’inizio dicevo che mangiavo carne, ho ricevuto molte critiche, perché mi dicevano che tutto quello che facevo veniva sprecato poi mangiando carne, ma quelle critiche non erano fatte con intenzioni costruttive. Per questo motivo #retequasiperfetta è una rubrica con una attitudine positiva, finalizzata a fare in modo che le persone che ci seguono non cadano nel giudizio facile dei social, dove tutto sembra perfetto.

È quindi vero che molte persone che si avvicinano allo Zero Waste sono o diventano Veg nel loro percorso?

Dal punto di vista alimentare, io non ho mangiato mai molta carne. Se la mangio una volta alla settimana è tanto. Il fatto è che secondo me, più ti avvicini allo Zero Waste, sviluppi sempre di più un pensiero critico verso tutto ciò che ti circonda e ti metti in discussione te, le tue scelte di vita e anche la tua dieta, del tipo “ha senso mangiare la carne?”, ma anche “che senso ha mangiare la quinoa o l’avocado se provengono dall’altra parte del mondo?”. In realtà, la cosa importante non è lo “zero”, quello “zero” è una cosa utopica, ma il processo, lo sforzo che faccio di miglioramento continuo, per arrivare al meglio che posso fare. Ognuno deve porsi il proprio limite: la vita non è fatta di rinunce.

La vita non è fatta di rinunce, è vero, ma a volte ci può essere la tentazione di cedere alla comodità. Ci daresti un decalogo di consigli pratici?

1. Crearsi un kit da viaggio da avere sempre pronto nello zaino con tutto quello che serve in una normale giornata: borraccia, sacchetti riutilizzabili e porta pranzo, per esempio.

2. Organizzarsi e pianificare la spesa: non aspettare di finire i prodotti sfusi per andare a fare rifornimento, ma andare prima che finiscano per non trovarsi a dovere andare al supermercato perché è finito il sapone per i piatti.

3.
Identificare i luoghi di fiducia: informarsi su bar, panifici, botteghe di quartiere dove non hanno problemi a usare i tuoi contenitori riutilizzabili. Per esempio, io vado sempre nello stesso bar e quando mi vedono sanno già che non voglio la cannuccia, non devo neanche chiedere.

4. Avere un’attitudine positiva verso genitori, partner o coinquilini che non seguono lo stesso percorso: è importante per avere una pacifica convivenza. Sarebbe ideale trovare la tecnica che funziona per incoraggiare e coinvolgere ogni persona in particolare. Per esempio, mia mamma preferisce andare al supermercato e non vede il motivo per fare mille giri quando può fare la spesa in un unico posto, ma se le dico di andare assieme al mercato agricolo, una volta che siamo lì, le può capitare di vedere una cosa che non mangiava da quando era piccola e le viene anche voglia di tornarci.

5. Avere sempre un’attitudine positiva verso l’errore e vederlo come una possibilità di miglioramento. Errori ne farai sempre, ma devi ricavare il meglio da quello che hai.

6. Visto che è impossibile ridurre tutto, e che ci sono molti, troppi ambiti in cui uno dovrebbe focalizzarsi, consiglio di fare quello che ti rende felice, quello che migliora il tuo stato d’animo. Lo Zero Waste non dev’essere una rinuncia ma qualcosa che si aggiunge ed è in sintonia con la tua vita di tutti i giorni.

7. Non cedere al consumismo ambientalista, a volte ci sentiamo tentati di comprare oggetti Zero Waste perché sono belli esteticamente, ma che in realtà abbiamo già, basta un po’ di creatività nel riutilizzare quello che abbiamo già. Per esempio, perché comprare delle bellissime Mason Jar se abbiamo i barattoli di vetro delle marmellate?

8. Ascoltare le storie dei nonni. Molte volte quando mi trovo davanti a qualcosa per cui non vedo una soluzione senza plastica o comunque senza rifiuti mi chiedo come faceva la nonna? Vi assicuro che da domande del genere sono uscite le storie più impossibili di come si viveva nel Dopoguerra.

9. Consultare la mappa del sito della Rete Zero Waste per scoprire altri negozi sfusi o case dell’acqua dove riempire la borraccia nella tua città o se devi viaggiare in un’altra città italiana.

10. Iscriversi al gruppo Facebook della Rete Zero Waste per confrontarsi con altre persone e chiedere informazioni pratiche quando si ha una difficoltà che non si riesce a superare.

Intervista di Alberto Fornasier

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