Qual è il collegamento fra il coronavirus e gli allevamenti intensivi?

In un lungo articolo il quotidiano “The Guardian” ha spiegato come i pipistrelli e i pangolini siano solo un anello della catena

Pipistrelli, pangolini, cammelli, civette delle palme. Abbiamo provato orrore e ribrezzo in questi ultimi mesi davanti alle notizie che arrivavano dalla Cina e che mostravano che cosa si vende nei mercati “umidi” asiatici. Gli animali selvatici, nuova prelibatezza e vecchia risorsa (il pangolino viene cacciato illegalmente da 70 anni) vengono catturati, contenuti in gabbie accatastate una sull’altra e macellati al momento: non ci sono frigoriferi per poterli mantenere freschi per i clienti. Il virus che ha infettato il primo essere umano generando la pandemia nella quale siamo immersi, la Covid-19, viene dai pipistrelli e arriva dalla Cina, forse c’è stato un animale ospite intermedio, il pangolino, ma forse no: il sangue di uno di questi animali, o la sua saliva sono arrivati fino ad uno dei clienti del mercato e da lì al resto del mondo. Sembra difficile, così,  trovare un collegamento fra questa storia e le vaschette da 6 cosce di pollo vendute ad un prezzo ridicolmente basso nei pulitissimi e sterilizzati supermercati occidentali, eppure il collegamento c’è.

A raccontarlo passo passo è un articolo accuratissimo del quotidiano The Guardian. Il biologo evoluzionista Rob Wallace dell’Agroecology and Rural Economics Research Corps di St Paul, Minnesota spiega: “Se si vuole capire perché questa pandemia è accaduta ora e non, diciamo, 20 anni fa – dato che il gusto dei cinesi per quello che noi occidentali consideriamo un piatto esotico non è una novità – bisogna includere una serie di altri fattori. Possiamo dare la colpa all’oggetto – il virus, la pratica culturale – ma la causalità si estende anche alle relazioni tra le persone e l’ecologia“. La catena delle cause è lunga, ma è chiara. Vediamola.

Il grafico mostrato dalla trasmissione “Indovina chi viene a cena” e che spiega quanti chili di carne a testa si consumano nel mondo attualmente in un anno pro capite

La catena delle cause e delle conseguenze

A partire dagli anni Novanta la Cina ha ampliato i suoi sistemi di produzione alimentare su scala industriale. Un effetto collaterale di questo, come hanno documentato gli antropologi Lyle Fearnley e Christos Lynteris, è stato che i piccoli agricoltori sono stati tagliati fuori dall’industria zootecnica. Alla ricerca di un nuovo modo per guadagnarsi da vivere, alcuni di loro si sono rivolti all’allevamento di specie diverse, selvatiche, e si sono avvicinati alle zone sempre più remote della Cina, quelle nei pressi  delle foreste, sempre più minacciate da questa espansione. Gli animali allevati (come gli zibetti) sono vicini e alla mercé, fisicamente, di quelli ancora allo stato selvaggio: nulla impedisce che un pipistrello morda o defechi nella gabbia di uno zibetto che si infetterà di un virus tipico di quell’animale, creando quell’amplificatore della zoonosi (ossia una malattia che passa dagli animali all’uomo) facendolo diventare poi pericoloso per l’uomo (se non altamente letale come nel caso di Ebola, dell’HIV o del virus Nipah). Quindi: solo questione e colpa di chi mangia “le cose strane” e, a nostro avviso, ributtanti? Nemmeno per sogno perché dietro a questo cambiamento ce n’è stato un altro nel modo in cui viene prodotto il cibo: i moderni modelli di agroalimentare stanno contribuendo alla comparsa sempre più frequente delle zoonosi.

Polli, anatre e maiali

“C’è chiaramente un legame tra la comparsa di virus dell’influenza aviaria altamente patogeni e l’intensificazione dei sistemi di produzione del pollame“, dice l’epidemiologo spaziale Marius Gilbert dell’Université Libre de Bruxelles in Belgio. Più animali come polli, anatre e tacchini (gli uccelli, va ricordato sono stati alla base di molte zoonosi nel corso della storia umana, più di molte altre specie), vengono stipate insieme e fatte riprodurre in modo meccanico e industrializzato creando delle famiglie di “cloni genetici“, ossia animali che fra loro hanno pochissime differenze che permetterebbero ad un virus di incontrare una certa resistenza immunitaria e quindi quello che in virologia viene definito “semaforo rosso”, più il rischio che il virus si rafforzi essendo amplificato e attacchi l’uomo, è alto. Ricordiamoci che negli allevamenti di polli o simili, gli operatori, anche se coperti e muniti di mascherine sono a contatto con milioni di animali e con i loro corpi macellati, il loro sangue, il loro respiro, ogni settimana.

In uno studio nel 2018, il team di ricerca di Gilbert mostrò come gli “eventi di conversione” storici, per esempio, un ceppo di influenza aviaria non molto patogeno diventato molto più pericoloso, si verificò nel sistema del pollame commerciale, e più frequentemente nei paesi ricchi. L’Europa, l’Australia e gli Stati Uniti avevano generato più virus potenzialmente pericolosi per l’uomo della Cina.

Una foto della mostra Antropocene mostra la situazione della deforestazione in Malesia

“E se mangiassimo meno carne?”

Ad un certo punto l’articolo mette in evidenza un concetto che forse avrete letto in giro: davvero, ci si domanda “Se avessimo mangiato tutti meno carne non ci sarebbe stato il Covid-19?”. L’articolo risponde:  “Le affermazioni sono in parte vere. Anche se i collegamenti che si tracciano spesso sono troppo semplicistici, è ormai evidente che il modo in cui la carne viene prodotta – e non solo in Cina – ha contribuito a Covid-19“.

La catena di causa-effetto potrebbe essere parzialmente riassunta (e di molto semplificata) in questo modo: la distruzione degli ecosistemi (per esempio con la deforestazione per avere nuove aree coltivabili a soia per mangimi animali o per avere nuovi terreni da adibire a pascolo, ma anche l’uccisione di miliardi di animali selvatici) portano all’esposizione sempre maggiore di virus naturalmente “dedicati” agli animali selvatici che arrivano più vicini ad animali e sistemi di produzione che poi finiscono nei nostri piatti. La pressione ecologica che l’uomo sta mettendo in atto, il famoso antropocene, distrugge equilibri che proteggono anche la nostra salute, perché, come ha spiegato benissimo il professor Stefano Mancuso che dirige il Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale, “se crediamo che il mondo si sia sviluppato per competizione, sbagliamo di grosso: il mondo funziona per cooperazione”.

Il problema è che noi come specie non stiamo affatto cooperando con la natura (della quale facciamo parte a pieno, e nulla come questa pandemia ci sta rimettendo “al nostro posto”) la stiamo solo depredando, distruggendo, sfruttando e “mangiando” (letteralmente) credendo che modificando l’ordine dei fattori il risultato non cambi, e invece cambia. Se non cambieremo rotta, se pensiamo che “tornare alla nostra vita di tutti i giorni” significhi riprendere con i nostri stili di vita, soprattutto alimentari, come se nulla fosse stato, questa del Covid-19 sarà la prima di una lunga serie di pandemie con le quali dovremo fare i conti. Non sarà mai più possibile sostenere che “quello che mangio riguarda me, è una scelta personale“, perché non lo è affatto: mette in pericolo tutti ed ora, forse, il motivo è più chiaro.

Bisogna cambiare, e non “entro l’anno X”, bensì  da subito. Ricordiamoci che la prima cosa che possiamo fare per arginare tutto questo è facile e veloce: dobbiamo cambiare alimentazione ed escludere da subito carne e derivati dalla nostra alimentazione.

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