Porta a Porta: vegani in guerra contro l’agnello

Fra battute e tuttologi, ecco cosa è successo nella puntata di Porta a Porta dedicata a vegani e agnello

Porta a Porta vegani agnello

Non ci si aspettava certamente una trasmissione di qualità e nemmeno di carattere informativo. Del resto Porta a Porta è solo una trasmissione giornalistica che viene trasmessa sulla rete ammiraglia della Rai, quello che in Italia viene definito “servizio pubblico”.

Partiamo dal titolo della prima parte della trasmissione condotta da Bruno Vespa andata in onda il 17 Marzo: “La guerra dei vegani contro l’agnello”. E’ evidente che quella dei vegani (di questi “adepti” come sono stati definiti dal giornalista di Rai1 durante il dibattito) non è affatto una guerra per il semplice motivo che lo stesso concetto di “violenza” è estraneo alla scelta alimentare e di vita di chi sceglie veg. Non si tratta di una guerra “contro” l’agnello bensì, semmai, a favore dell’agnello che, nel periodo di Pasqua, non è altro che l’animale simbolo di tutti gli altri animali diventati macchine da produzione per soddisfare una tradizione e una cultura (non solo quella delle feste) che sembrano farci credere che mangiare carne in questi termini sia la cosa più naturale e normale del mondo.

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calab_1574924Che sia per etica o per salute non c’è niente di tradizionale nel mangiare la carne di animali che non sono diventati altro che “macchine metaboliche” in cui immettere cibo (spesso di scarsa qualità e ricco di antibiotici) per ottenerne altro. Non ci sono sentimenti, non sono esseri viventi, ma numeri e questo ne determina il destino nonchè il nostro alzare le spalle.
Il gioco comunicativo del gridare alla lesa maestà della tradizione e della cultura mediterranea (che Vespa sa benissimo funzionare nel nostro Paese) non sta in piedi. Non c’è nemmeno la tradizione religiosa a cui appoggiarsi e lo abbiamo scoperto parlando con l’Associazione Cattolici vegetariani che hanno ribadito “Non c’è traccia di sacrificio di agnelli nel Nuovo Testamento”.

Se il “vino vegano è un nuovo problema” come sottolinea l’immancabile Giorgio Calabresi, lo è anche la mancanza assoluta di argomenti proposti da Gianfranco Vissani che, non pago di aver dichiarato la scorsa settimana durante la trasmissione Tagadà su La7 che “sono le ragazze minorenni a fare le stupide con gli uomini più grandi” mentre si parlava di prostituzione (e qui la domanda è che cosa può aggiungere Vissani, cuoco, a questo dibattito?), arriva in quanto “tuttologo” anche a parlare di veganismo cercando di attaccare Mara di Noia, medico veterinario vegano, prima sul suo abbigliamento, poi sui campi di soia che determinerebbero la fine di tutti i terreni agricoli d’Italia, intervallando il tutto con una lezione sul Kamut, e chiudendo con una descrizione accurata di quanto sia inarrivabile il gusto dell’agnello.

cristiano-bonolo-e-simone-salviniDurante la trasmissione non si riesce a fare chiarezza nemmeno sugli “smart food” insieme alla giornalista Eliana Liotta e alla nutrizionista Lucilla Titta che vengono etichettate dal sempre verde Vissani come “Gianni e Pinotto”. Vero che la dottoressa Titta parla di “ideologia vegana”, e dovrebbe forse leggere la definizione di questa parola, perché non ha davvero nulla a che fare con la scelta vegetariana o vegana. Sta di fatto che nessuno riesce ad esprimere un concetto, la confusione regna sovrana, tranne quando, nemmeno a dirlo, interviene, come un buon padre di famiglia con tono di voce lento e conciliante, il professor Calabresi che mette i puntini sulle i (le sue, s’intende) spiegando che i vegetariani vanno bene mentre i vegani no perché “certamente hanno delle carenze”.

Storia vecchia, già sentita, quasi un teatrino che si ripete con la stessa sceneggiatura ma con nuovi personaggi. Tempo fa Solenghi, Maugeri, Pinelli e Calabrese e oggi Simone Salvini, Liotta, Titta, Vissani. Sempre le medesime battute del conduttore Vespa che ha dimenticato da tempo che cosa significa condurre una trasmissione di approfondimento giornalistico, i medesimi applausi comandati nello studio che enfatizzano i passaggi pro-tradizione e pro-carne, nonché la solita impossibilità di esprimere un concetto nella sua interezza da parte di chi la pensa diversamente dal conduttore.

Lo chef Simone Salvini, che cucina durante la trasmissione, scivola quando cerca di mantenere l’armonia dicendo che “meglio definirsi vegetariano che vegani per allargare il pubblico” ma chiude meravigliosamente con un tocco di classe e di grande fermezza che anche il suo alter ego, Germidi, avrebbe apprezzato; riferendosi a Vissani, Salvini spiega: “Non siamo qui a convincervi a diventare vegetariani o vegani, per cambiare le persone, siamo qui per offrirvi un piatto di buon cibo”. Anche se, manco a dirlo, della ricetta preparata dallo chef non si è capito assolutamente nulla, a parte il fatto che mette un po’ di tristezza a Bruno Vespa. E allora forse meglio riprendere le parole della chef stellata Nadia Santini che dice “La cucina sarà la base di un nuovo umanesimo”, basterebbe che non diventasse la scusa per diffondere una nuova ignoranza, di un nuovo obnubilamento di massa, oppure occasione per fare cattiva informazione. Applausi dallo studio.

Federica Giordani

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