Le guerre del futuro? Per l’acqua, il 70% è per gli allevamenti

51 i Paesi a rischio conflitto per l’accesso alle risorse idriche nei prossimi dieci anni.

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Le guerre del futuro? Il movente sarà l’acqua. A sostenerlo l’ONU (Organizzazione Nazioni Unite), che ad inizio luglio ha pubblicato il rapporto annuale sullo sviluppo dell’Acqua. Qualche numero: l’acqua occupa tre quarti della superficie del nostro pianeta, il 97% è costituito dagli oceani e soltanto il 2,5% è acqua dolce. Il 68,9% dell’acqua dolce disponibile è contenuta nei ghiacciai e nelle nevi perenni, il 30,8% si trova nelle falde sotterranee e solo il rimanente 0,3% è costituito dai laghi e dai fiumi.

Il consumo di acqua pro capite, come facilmente intuibile dall’aumento demografico mondiale e da un migliore stila di vita adottato da alcuni Paesi in via di sviluppo, aumenta quotidianamente. Sorge spontanea una domanda, quindi: quali conseguenze? L’ONU sostiene che l’acqua, già nel secolo in corso, diventerà il movente che farà scoppiare nuove guerre. 51 sono, nello specifico, i Paesi a rischio di conflitti per l’accesso alle risorse idriche nei prossimi dieci anni: al momento si registrano tensioni tra Turchia, Siria e Iraq (per il fiume Eufrate), tra Israele, Palestina, Giordania e Libano (per il fiume Giordano e la falda acquifera della zona occidentale in Africa), tra Sudan del Nord e del Sud (per l’acqua dei bacini transfrontalieri tra Egitto e Sudan) e tra Sudan ed Etiopia (per il fiume Nilo), senza contare gli innumerevoli conflitti tribali in Libia e altri Paesi del Sahara per il controllo dell’acqua nelle singole regioni. Spostandoci ancora più ad est, Corea del Nord e del Sud si contendono la gestione del fiume Han, mentre le tensioni tra Pakistan e India per il controllo delle frontiere è ormai cosa nota. Anche l’America, infine, registra conflittualità tra Bolivia (che rivendica uno sbocco sul mare) e Cile e tra Stati Uniti e Messico (per il controllo delle acque del fiume Bravo).

Fanalino di coda: l’Asia

Il rapporto tra la disponibilità e il fabbisogno di acqua varia a seconda del continente: se il rapporto è positivo in America Nord e Centro (15%-8%), Sud America (26%-6%) e Australia/Oceania (5%-1%), lo stesso non si può dire dell’Europa (8%-13%) e dell’Africa (11%-13%). Le maggiori criticità sono però in Asia (36%-60%), dove vive più della metà della popolazione mondiale.

Le previsioni, come dicevamo, non sono rosee: si stima che, nei prossimi due decenni, il consumo mondiale dell’acqua subirà un ulteriore incremento del 40% e che entro il 2050 la domanda di acqua per coprire le necessità di 9 miliardi di persone sarà di circa 4900 chilometri cubici (rispetto ai 3350 attuali). Cosa fare dunque?

L’acqua negli allevamenti intensivi

Il 70% dell’acqua dolce a livello mondiale è destinato ad uso agricolo, il 22% ad uso industriale e solo l’8% per uso domestico. Ad avere un ruolo predominante nel consumo dell’acqua sono gli allevamenti intensivi: ne servono 15mila litri per un chilo di manzo (contro i 500-2000 litri richiesti dalla stessa quantità di vegetali). Troppi, se consideriamo che circa 2 miliardi di persone al momento stanno soffrendo per la scarsità di risorse idriche. Per non parlare delle contaminazioni delle riserve d’acqua proprio con i liquami derivati dall’uso massiccio della stessa per lo smaltimento delle deiezioni: gli allevamenti intensivi, oltre a privare il pianeta di acqua utilizzata per l’alimentazione degli animali che finiscono poi sui nostri piatti, inquinano (solo in Italia si producono oltre 10 milioni di tonnellate all’anno di acque reflue).

Yuri Benaglio 

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