Earth Day: l’allevamento è un disastro globale

Il 22 aprile si festeggia l’Earth Day. E’ bene riflettere su una delle prime cause di inquinamento al mondo

inquinamento

La Terra sta morendo. Nel giorno della sua celebrazione una riflessione è d’obbligo: cosa la sta uccidendo? Ogni anno vengono allevati circa 70 miliardi di animali. Questa stima non tiene conto dei pesci allevati per il consumo umano. Gli allevamenti occupano il 25% della superficie terrestre. In che modo questa realtà impatta sull’ambiente che ci circonda e sulla nostra vita?

I DATI DELLO SPRECO

Allevamenti intensiviNel mondo due animali su tre vengono allevati intensivamente. In questo modo viene spezzato il loro legame con la terra: vengono spostati dal pascolo a gabbie, capannoni e recinti fangosi. A livello globale il 70% della carne di pollame, il 50% di quella di maiale, il 40% di quella bovina, il 60% delle uova, vengono prodotti in allevamenti intensivi. In Italia l’85% dei polli sono allevati intensivamente, oltre il 95% dei suini vivono in allevamenti intensivi, quasi tutte le vacche da latte non hanno accesso al pascolo.

Su una popolazione mondiale di 7 miliardi di persone, circa 1 miliardo di esse soffre la fame. Un terzo della raccolta mondiale di cereali viene però utilizzato per alimentare il bestiame; se fosse utilizzato direttamente per il consumo umano sfamerebbe circa 3 miliardi di persone.

Se piantassimo in un campo tutte le coltivazioni utilizzate per alimentare gli animali da allevamento, arriveremmo a coprire l’intera superficie dell’Unione Europea, o la metà degli Stati Uniti. Gli allevamenti industriali non producono cibo, lo sprecano. Per ogni 100 calorie di cereali commestibili utilizzati come mangime per il bestiame, otteniamo solo 30 calorie sotto forma di carne o latte; una perdita del 70%. Il Report sulla Sicurezza Alimentare delle Nazioni Unite riconosce che i “sistemi intensivi riducono l’equilibrio nella produzione di cibo” a livello mondiale.

Le Nazioni Unite stimano che nel mondo un terzo del cibo venga sprecato. Questo cibo costituisce il 28% dei terreni agricoli, per un valore di 750 miliardi di dollari, l’equivalente del PIL della Svizzera. La sola Gran Bretagna spreca ogni anno in carne l’equivalente di 110 milioni di animali allevati, per un valore di 2.4 miliardi di sterline.

Globalmente, si spreca ogni anno una quantità di carne corrispondente a 12 miliardi di animali allevati, per un valore di 486 miliardi di dollari. Questo dato include 59 milioni di bovini, 270 milioni di suini e più di 11 miliardi di polli.
Ogni anno viene abbattuta un’area di foresta pari alla metà della Gran Bretagna, prevalentemente per coltivare mangime per animali e allevare bestiame.

I DATI DELL’INQUINAMENTO DELL’ARIA

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A livello mondiale l’industria del bestiame è responsabile dell’emissione del 51% di tutti i gas serra prodotte dall’uomo – più di tutte le nostre macchine, gli aerei, i treni messi assieme. Il metano prodotto dal bestiame è 86 volte più distruttivo della CO2 prodotta dai veicoli. L’industria della carne produce oltre il 65% del protossido d’azoto e causa il rilascio del 44% di tutto il metano emesso nel mondo; si stima che soltanto negli Usa gli animali allevati per fini alimentari producono ogni minuto 3,1 tonnellate di deiezioni. Cui va aggiunta la dispersione – tra gli altri – di auxinici, antibiotici e ormoni.

…DELL’ACQUA

L’allevamento di bestiame necessita di enormi quantità d’acqua: 15.000 litri solo per produrre un chilo di carne di manzo (contro i 500-2000 litri richiesti dalla stessa quantità di vegetali). Circa 2 miliardi di persone al momento stanno soffrendo per la scarsità di risorse idriche ed è probabile che questo numero cresca fino a 4-7 miliardi entro il 2050, ovvero più della metà della popolazione mondiale. Nonostante questo il 30% di tutta l’acqua consumata sulla Terra è destinata alle produzioni animali. Gli allevamenti intensivi minacciano di contaminare le riserve d’acqua con i loro liquami derivati proprio dall’uso massiccio dell’acqua per lo smaltimento delle deiezioni. L’inquinamento da nitrati, in Europa, è ormai un problema molto serio dovuto per almeno il 50 per cento alla presenza di allevamenti intensivi.

Le acque reflue prodotte da un allevamento intensivo sono altamente inquinanti – solo in Italia si producono oltre 10 milioni di tonnellate all’anno di reflui- soprattutto perché caratterizzate da una forte presenza di antibiotici, ormoni e metalli pesanti somministrati artificialmente agli animali, non ché di numerosi microrganismi patogeni e da un eccesso di sostanza organica. La difficoltà di gestione di questi liquami si tocca con mano in numerosi bacini idrografici dove molte specie vegetali e animali ne hanno gravemente risentito.

…DELLA TERRA

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Il 91% della foresta amazzonica è stata distrutta dall’industria dell’allevamento con la conseguente estinzione di 100 specie animali al giorno private del loro habitat. Il disboscamento e la desertificazione stanno annientando la biodiversità. L’eccessiva acidità del suolo e delle acque, causata dalle piogge acide (a loro volta causate dall’ammoniaca liberata nell’atmosfera dai liquami) rende i terreni non fertili e inadatti all’agricoltura.

L’IMPATTO SULLA SALUTE UMANA

I luoghi chiusi, sovraffollati, caldi e malsani degli allevamenti sono ideali per la diffusione di patologie ed epidemie tra gli animali. Tanto è vero che l’80% degli antibiotici venduti negli Stati Uniti sono destinati proprio al bestiame, principalmente per tenere lontane quelle malattie altrimenti inevitabili negli allevamenti industriali. Questa pratica contribuisce a creare l’emergenza dei superbatteri resistenti agli antibiotici.

Due terzi dei polli in vendita in Gran Bretagna sono risultati positivi alla contaminazione da Campylobacter, una causa crescente di intossicazione alimentare. I polli, causa dell’80% delle infezioni in Gran Bretagna, sono più vulnerabili se stressati con diete povere e da condizioni di vita proibitive tipicamente riscontrate negli allevamenti intensivi.

Gli animali allevati intensivamente e alimentati a grano producono carne con una concentrazione maggiore di grassi saturi (dannosi), con meno proteine e nutrizionalmente più povera di quella degli animali che possono pascolare.
Attualmente un tipico pollo da supermercato allevato intensivamente contiene circa il triplo di grassi e un terzo in meno di proteine di 40 anni fa. E la dieta occidentale, che si sta imponendo a livello globale, esporta nel mondo un’epidemia crescente di disturbi legati all’obesità (oltre a impoverire e stravolgere le tradizioni culinarie e alimentari dei paesi in cui si insedia).

Lo scorso autunno l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme sulla cancerogenicità delle carni rosse individuando la soglia di rischio in un consumo di 50 gr/die; oggi in Italia se ne consumano in media 214 al giorno.
Cosa si può fare? Consumare vegetali e eliminare la carne dalla propria dieta non è solo una scelta etica ma apporterebbe un miglioramento delle condizioni di vita umane e animali e dello stato del pianeta in generale inimmaginabili:

  • sfruttamento del terreno 16 volte inferiore
  • consumo dell’acqua 13 volte inferiore
  • utilizzo del petrolio 11 volte inferiore
  • riduzione del 50% dell’emissione dei gas serra

Fonti: Philip Lymbery (CIWF International), essereanimali.org, quotidiano.net, repubblica.it, cowspiracy.com

Serena Porchera

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