Isola di Gorgona, il paradiso tornato inferno: ecco come stanno le cose

La notizia della riapertura del macello dell’isola penitenziaria di Gorgona ha acceso una forte indignazione. Marco Verdone, mente e cuore di quel progetto ci racconta esattamente come sono andate le cose

Gorgona

*** Aggiornamento del 21 gennaio 2020: “Gorgona, sull’isola carcere toscana chiude il macello: in salvo 588 animali” ***

Marco Verdone, medico veterinario omeopata di frontiera, ha lavorato per circa 25 anni nel carcere dell’isola di Gorgona. Improvvisamente quello che era diventato un modello carcerario in cui gli animali presenti sull’isola come animali da reddito da macellare erano diventati compagni e sostegno per i carcerati, è tornato ad essere un inferno. Il macello dell’isola è stato riaperto: ai microfoni di Vegolosi.it Verdone racconta che cosa è successo davvero.

1989: nasce il progetto sull’isola carceraria. In che cosa consisteva? Qual era la situazione precedente al tuo arrivo? Quali le attività che venivano svolte?

Nell’autunno del 1989 sbarcai per la prima volta sull’isola di Gorgona. Ero laureato da due anni e non immaginavo cosa avrei dovuto affrontare nei successivi 25. Il carcere invece era presente sull’isola dal 1869 configurato come colonia agricola, così come altre realtà simili ormai non più esistenti (Pianosa, Capraia, Asinara). L’isola rientra dal 1996 nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e anche nella grande area marina protetta internazionale “Pelagos”, meglio nota come Santuario dei cetacei (istituito nel 1991 dal Ministero dell’ambiente). In uno scenario quindi di grande interesse naturalistico e di elevata biodiversità, la Casa di Reclusione di Gorgona avrebbe ospitato persone con reati definitivi e che hanno un residuo pena tale che spesso ne rappresenta l’ultima tappa nel cammino detentivo.  Tutte le persone detenute (attualmente circa 70) lavorano in varie attività (agricoltura, allevamento, edilizia, manutenzione, forno, ecc.) e sono remunerate.

Prima del mio arrivo esisteva un allevamento di animali gestito come tutti gli allevamenti rurali. Gli animali erano quasi tutti chiusi o fortemente limitati nella loro libertà di movimento. Erano presenti anche un caseificio e un macello mai adeguatamente normati e i prodotti erano venduti (come oggi) in un circuito interno a prezzi calmierati. Non esisteva alcuna riflessione in merito al ruolo che questi animali potessero svolgere in termini relazionali nei confronti delle persone recluse.

Erano presenti inizialmente bovini, maiali, pecore, capre, conigli e galline ovaiole.Le mucche erano prevalentemente legate alla posta in una stalla fatiscente, i maiali in box senza terra, i conigli in gabbia e le galline ovaiole in batteria. Solo le pecore e capre andavano al pascolo. Con il tempo sono arrivati da Pianosa alcuni cavalli avelignesi e asini sardi. Infine, ai gatti sempre presenti, si sono aggiunti in tempi recenti (primi anni 2000) anche un gruppo di cani che ha sempre creato problemi di gestione ancora oggi non risolti. Un piccolo apiario, seppur con alterne vicende, ha arricchito la presenza animale dimostrando in tempi recenti una particolare valenze per gli aspetti educativi e per quelli scientifici (eliminazione della varroa).

Mucca GorgonaQuali, invece la situazione successiva al tuo arrivo e all’avvio del progetto? Che cosa facevano i detenuti e qual era il ruolo degli animali nella loro “riabilitazione”?

Arrivato su questa isola “speciale”, oltre a dovermi occupare di tutte le problematiche sanitarie e gestionali delle varie specie, ho iniziato un percorso di conoscenza sul campo delle questioni più strettamente penitenziarie che, ovviamente, erano completamente sconosciute alla maggior parte delle persone cosiddette libere, compreso me.

Per fortuna nello stesso periodo fu incaricato di dirigere questo carcere Carlo Mazzerbo, un Direttore giovane e motivato con il quale si definirono in pieno accordo le linee generali di gestione ispirate alla qualità della vita degli animali presenti in virtù del principio fondamentale che lo scopo del carcere era (ed è) permettere di far lavorare e migliorare le persone detenute in un contesto che favorisca la rieducazione e il reinserimento lavorativo. Nel settore dell’allevamento era quindi necessario innanzitutto migliorare le condizioni di vita degli animali per permettere quell’avvicinamento e quelle relazioni che poi, con gli anni, abbiamo capito sempre meglio essere così determinanti per la salute psichica ed emotiva di chi se ne prendeva cura. Nonostante le varie difficoltà (culturali, economiche, burocratiche) abbiamo sempre mantenuto saldi questi principi cogliendo ogni occasione per migliorare il benessere degli animali che, in una visione di circolarità, avrebbe poi influito su quello degli ospiti umani.

Ogni gruppo di animali diviso per specie era seguito da uno o più detenuti. Spesso arrivavano persone senza esperienza e uno dei miei compiti era di formarli facendo acquisire loro le nozioni base per una corretta gestione sicura sia per l’operatore che per l’animale. Nel tempo abbiamo liberato tutti gli animali confinati, riportandoli sulla terra e facendoli vivere in gruppo. L’unica specie rimasta ancora in gabbia, nonostante vari tentativi di “liberazione”, erano i conigli che in seguito non furono più allevati. In questo modo si era raggiunto l’obiettivo di non avere più animali “reclusi” e di garantire a tutti un’adeguata libertà di movimento e di socialità in base alle esigenze di ogni specie.

Grazie a questo interesse per le necessità primarie di ogni animale allevato, fu possibile iniziare a ragionare su relazioni che tenessero in considerazione il punto di vista dell’”Altro” animale, essere senziente che come noi ha diritto di vivere nel modo migliore possibile. I detenuti si prendevano cura degli animali che producevano (latte, carne, uova) e necessariamente si riproducevano. Inizialmente si raggiunse il traguardo di avere animali sani, limitando al massimo l’uso di farmaci chimici e adottando la medicina omeopatica e la fitoterapia. Con il tempo e le verifiche sul campo, l’interesse della riflessione etica e quindi pratica (etica-pratica) si è esteso all’intero arco vitale di quei soggetti che scoprivamo sempre più svolgere un ruolo importante nella vita degli umani reclusi. La fine della vita di quegli animali, alla maggior parte dei quali fu attribuito un nome, ci interessava e non potevamo più voltare lo sguardo assistendo alla loro morte nel piccolo macello dell’isola. Quell’estremo atto interessava me come medico veterinario e le persone che si occupavano degli animali come protagonisti di una relazione che non poteva più accettare la morte violenta, oltre che inutile, di compagni di vita reclusa. Ho capito, insieme a tanti altri che per (ri)educare qualcuno non è possibile ucciderne un altro. Ed in questa direzione che ci siamo mossi per portare a galla le domande-tabù relative alla morte di altri esseri viventi, mai come in quel luogo così insostenibile. Per tale motivo ho deciso, ad un certo momento, di fare un patto con i miei pazienti-amici e di non mangiarli più. Questo è stato il mio impegno individuale al quale sono seguite altre iniziative volte a dare voce e storie a chi non poteva averne.

Che ruolo hanno avuto, secondo te, gli animali nel “mondo interiore” dei detenuti?

Il mondo del cittadino recluso è un mondo di privazioni, di assenze: materiali, ma soprattutto affettive, relazionali. Gorgona è un caso a parte rispetto al panorama detentivo generale dove la maggior parte delle persone detenute (53.873 in 193 istituti al 31.05.2016) trascorre quasi tutto il suo tempo ad oziare e in situazioni non sempre soddisfacenti dal punto di vista dei livelli di ben-essere essenziali (vedi condanna all’Italia nel 2013 da parte della Corte europea dei diritti umani per trattamento “inumano e degradante”). In tali contesti la presenza di “una vita”, qualunque essa sia, assume un valore che per noi “liberi” non è immediatamente concepibile. Prendersi cura, o semplicemente interagire, con un altro essere vivente rende un soggetto privato della libertà, meno morente. Sia che si tratti di una pianta che, a maggior ragione, di un senziente a noi più vicino come un altro animale. La presenza degli animali appartenenti a così tante specie diverse introduce “mondi nuovi” e la possibilità di sperimentare altre modalità comunicative ed emozionali. Ciò deve essere opportunamente guidato e accompagnato per arrivare all’obiettivo ultimo di riuscire a far considerare l’Altro, in quanto tale, senza utilizzi per l’umano e con il pari diritto alla vita. Si è trattato di un percorso lungo e non semplice ma Gorgona offriva gli scenari giusti per avviarci su questa strada.

Infatti, per sostenere questo percorso, avevo concepito la prima “Carta dei diritti degli animali di Gorgona” (da riaggiornare) che, con l’aiuto di altre persone, avevamo inserito in un libro dal titolo profetico “Ogni specie di libertà”A questo, poi, sono seguiti alcuni provvedimenti che abbiamo chiamato “Decreti di Grazia” nei quali lo stesso Direttore del carcere riconosceva ad alcuni animali più rappresentativi dell’isola lo status di “soggetto rifugiato” e il ruolo di “cooperatore del trattamento”.
È chiaro che questo non bastava e che avremmo voluto salvare tutti gli animali presenti. Inoltre, sempre in accordo con il Direttore Mazzerbo, anche in vista di una più ampia razionalizzazione delle attività, era iniziato un blocco delle riproduzioni e a luglio del 2014, ancora il Direttore sospendeva le macellazione per inadempienze igienico-sanitarie.
Tutto ciò non è stato accettato con “entusiasmo” dall’apparato burocratico e di controllo del carcere dando inizio a conflittualità, spesso tenute nell’ombra, che hanno avuto un ruolo importante nell’ostacolare questo originale processo non violento.

Che cosa è successo esattamente fra il 2015 e il 2016 e perché ora Gorgona ha di nuovo un macello attivo?

La sospensione delle attività di macellazione, come detto disposta dal precedente Direttore per motivi igienico-sanitari, non è mai stata ben accolta da una parte del personale. I prodotti di Gorgona sono acquistati a prezzi calmierati e questo ha sempre rappresentato un piccolo privilegio al quale non si è mai voluto rinunciare. Il macello (come il caseificio) è funzionale all’allevamento che crescendo inevitabilmente di numero “deve” poi ridurlo decimando gli animali. La richiesta di carne a basso costo ha prevalso rispetto alle intenzioni di realizzare qualcosa di unico e di elevato valore etico. Sta di fatto che a fine febbraio 2015 vengo trasferito, senza preavviso e senza motivazioni, da Gorgona a Livorno.

La motivazione è che il mio compito sarebbe stato svolto dai tecnici dell’azienda Frescobaldi (che sull’isola hanno in gestione la vigna). Un ruolo pubblico sostituito da un soggetto privato che tra l‘altro non ha ufficialmente competenze dirette sulla gestione dell’azienda zootecnica. Intanto anche il Direttore Mazzerbo non ha proseguito il suo incarico sull’isola e, inoltre, all’agronomo Francesco Presti, che condivideva con me la gestione agro-zootecnica dell’isola, non è stato rinnovato il contratto di consulenza. La macellazione è ricominciata… perché è normale che sia così: ovvero altrimenti cosa ci stanno a fare gli animali? Se non producono sono solo un costo!

Quali sono state, se le conosci, le reazioni dei detenuti rispetto a questo cambiamento?

Non so oggi cosa possano pensare le persone detenute. Quello che invece ho osservato in diverse persone, quando era in corso il cambiamento dall’uccidere gli animali a “risparmiarli”, è stato una certa attenzione. Nonostante alcuni limiti culturali e l’assenza di una riflessione approfondita circa la questione dello sfruttamento e sofferenza degli animali, si stavano creando interessanti spazi di dialogo che avrebbero avuto necessità di essere accompagnati, sostenuti, “liberati”. Si stava inaugurando una nuova visione della vita che, in modo del tutto inedito per la maggior parte di essi, inseriva nel campo di interesse dei soggetti portatori di “diritti” anche i non umani. Per la prima volta stavamo rendendo partecipe la comunità umana di Gorgona di idee e pratiche che escludevano l’uccisione di “soggetti deboli” dai loro orizzonti. Un’esperienza che traduceva in realtà i principi rieducativi fondati sulla nonviolenza indirizzati non più a produrre cibo (latte, formaggi, carne) ma, semplicemente e per ragioni evidenti, persone “nuove”.

Marco Verdone GorgonaChe cosa chiedete ora all’amministrazione carceraria?

La vasta comunità di cittadine/i riunitisi attorno al progetto Gorgona e che vede in questa esperienza un obiettivo comune che travalica i confini dell’isola, ha formulato varie richieste sia all’Amministrazione Penitenziaria che alle massime cariche dello Stato. Ciò è avvenuto attraverso una petizione pubblica e un Appello sottoscritto da importanti figure del mondo giuridico, della cultura e mediatico. Una delegazione di Associazioni impegnate per la tutela degli animali e dell’economia solidale, ha anche incontrato il Sindaco di Livorno (competente per Gorgona) che ha manifestato pieno sostegno a questo progetto. A sua volta ha rilanciato, attraverso una lettera alle Istituzioni, invitando a “perorare l’appello”  e chiedendo di “intervenire a supporto di questa assai lodevole iniziativa”.

Inoltre alcune associazioni promotrici il progetto (Lav, Essere Animali, Ippoasi) hanno organizzato il 18 giugno scorso una manifestazione pubblica a Livorno che ha registrato la partecipazione di circa cento persone provenienti da molte parti d’Italia. Come si legge nel relativo comunicato stampa si chiedeva: “lo stop delle macellazioni e delle riproduzioni degli animali nel carcere dell’isola di Gorgona e la ripresa del progetto di rieducazione nonviolenta delle persone detenute. La direzione del carcere permetta la visita delle associazioni sull’isola e fornisca i promessi dati necessari a formulare una proposta per il salvataggio di un’esperienza unica in Italia”.

Ad oggi siamo quindi in attesa di poter svolgere una visita sull’isola e attivare un dialogo con le Istituzioni per non perdere questa straordinaria occasione in cui gli animali siano considerati “compagni pienamente tutelati delle persone detenute a fianco del loro difficile percorso rieducativo.”

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