I biscotti a forma di animale non possono essere vegani: la polemica USA

Se un bambino addenta una testa di tigre di pasta frolla sta imparando ad essere specista? La polemica innesca un dibattito interessante e complesso.

Non si tratterebbe più degli ingredienti, del verificare se un cibo contenga o meno latte, uova, carne o burro: se un biscotto ha la forma di un coniglio, di un leone, o di qualsiasi altro animale, secondo Corey Lee Wrenn, docente di sociologia all’Università di Monmouth, vegana ed attivista per i diritti animali, quel biscotto non può definirsi vegano.

La questione è stata approfondita dalla stessa Wrenn in relazione al caso di una marca di biscotti a forma di animali prodotti dal brand Nabisco e che raffiguravano sulle confezioni degli animali in carrozzoni da circo dotati di sbarre. Dopo la segnalazione fatta da PETA sull’immagine negativa che questo pack comunicava ai bambini, primi fruitori di questi biscotti, l’azienda decise di rinnovare le sue confezioni, illustrandole sempre con animali ma in una situazione diversa: delle mamme con i loro cuccioli. Nonostante l’apprezzamento da parte di PETA, la Wrenn scrisse sul suo blog:

Collezionare gli animali, accoglierli, maneggiarli e infine mangiarli, sottolinea la nozione di supremazia umana

Secondo la sociologa inoltre: “Giocattoli per bambini, media e altri prodotti sono accuratamente costruiti per capitalizzare l’interesse dei bambini per gli animali, insegnando loro anche specismo e dominio”. In sintesi, lo specismo partirebbe anche da gesti apparentemente banali come addentare la testa di una tigre di pasta frolla, in una forma di anti veganesimo rituale anche se non effettivo dato che i biscotti in questione, in particolare, sono 100% vegetali.

Anche Matthew Cole, docente di sociologia alla Open University nel Regno Unito si espresse sulla vicenda sostenendo la medesima tesi:

Il fenomeno dei cracker animali rimane problematico e parte di una più ampia cultura dello specismo

La questione è stata quindi resa paradossale facendo riferimento ad un’altra possibilità: che dire degli omini di pan di zenzero che mangiamo a Natale? Secondo Cole e la Wrenn il discorso in quel caso è diverso: “Nel caso di alimenti a forma umana, abbiamo sempre un oggetto impersonale e molto generalizzato, mentre nel caso degli animali si mangia una forma ben specifica, riconoscibile” e aggiungono: “Immaginatevi se si facessero dei biscotti a forma di persona di colore, oppure di donna con un seno prosperoso, o di bambino neonato: forse la polemica scoppierebbe immediatamente”.

Ovviamente il fenomeno letto in questa chiave potrebbe applicarsi ad altri ambiti: pensiamo alle giostre per bambini che riproducono cavalli imbrigliati o che tirano carrozze, o ad altri alimenti che riproducono le forme animali in vendita anche nel nostro paese come pasta, caramelle e biscotti. Ma non possiamo dimenticare che la forma animale è spesso anche veicolo di educazione opposta: come spiega Anna Maria Manzoni nel suo libro “In direzione contraria“, i bambini hanno un legame pre-culturale con gli animali che viene stimolato e ripreso dai giocattoli che riproducono animali e che diventano compagni di gioco.

Il tema dei giocattoli non è comunque esente da “rischi” filosofici se pensiamo a quelli che riproducono fattorie, o ai finti cestini della spesa che contengono bistecche o cosce di pollo. Fecero polemica, qualche anno fa due giocattoli: il pesce in legno che riproduceva i tagli per il sushi e il camion giocattolo di un tir che trasportava mucche.

Rimane chiaro che si tratta di questioni davvero delicatissime e lontane dal processo attuale su larga scala, dove il punto principale è ancora e solo capire che gli animali non sono al nostro servizio e non dovrebbero affatto essere oggetti di consumo e semplici macchine mataboliche per produrre calorie da consumare.

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