“Formaggio vegano” si può dire e comunque non è questo il punto

Non chiamatelo formaggio, per carità, ma non possiamo pensare un po’ più in grande?

“Per favore, almeno non chiamatelo formaggio”: questo è uno dei commenti più gettonati che potrete trovare online e “live” in cene e ritrovi conviviali con amici e critici gastronomici dell’ultima ora quando si parla di preparazioni saporite, più o meno morbide e che più o meno si sciolgono ma, badate bene, vegane. Insomma, “formaggio” o peggio ancora “burger” o ancora “arrosto di seitan” sono come il fumo agli occhi per moltissimi: associazioni di categoria che si indignano, politici che gridano all’aberrazione delle tradizioni, tutti sembrano avere a cuore la lingua italiana e la tradizione culinaria (poco importa se poi il congiuntivo nel paese di Dante sta tirando gli ultimi, più della metà degli italiani non ha letto nemmeno un libro in un anno e i pranzi più gettonati sono a base di sushi).

formaggio-vegan_1172_650Ma torniamo al “formaggio“: dando un’occhiata all’etimologia della parola si scopre che la questione è decisamente complessa. I termini nel nostro paese per definire questo alimento sono due, “formaggio”  e “cacio”. Il primo deriva dal latino “formaticum” ossia “dar forma” e si riferisce al fatto che il formaggio per poter essere realizzato veniva messo all’interno di forme prestabilite per poi passare al riposo. La seconda etimologia ha a che vedere con il caglio, invece, che serviva per creare il formaggio a base di latte di capra o di mucca che ben conosciamo (non staremo a citare il fatto che esistono anche cagli di origine vegetale) Dato che la forma più utilizzata in Italia è “formaggio”, potremmo senza grossi problemi dire che l’espressione “formaggio vegano” non sia affatto errata dato che si tratta, nella maggior parte di casi, di preparazioni che vengono messe “in forma” e poi lasciate riposare per essere poi consumate.

parmigiano-vegano-formaggio-grattugiato-vegan_3173_650Secondo alcune lamentele a livello europeo, il consumatore, però, sarebbe completamente sciocco e non sarebbe in grado di distinguere fra un formaggio vegano ed uno a base di latte vaccino negli scaffali dei mercati: ma davvero o stiamo scherzando? Passiamo oltre. Vogliamo dire che si tratta di una questione di “orgoglio e mantenimento delle tradizioni”? Sia pure, ma forse converrebbe nel 2017 alzare il naso dal piatto e dal ricettario di Pellegrino Artusi e, come sta facendo anche Slowfood, capire che la questione è un po’ più ampia e riguarda il fatto, come dice il giornalista e presidente di CIWF International, Philip Lymbery che “qualcosa sta distruggendo il cibo del nostro futuro, sono gli allevamenti intensivi” ed è da lì che arriva la maggior parte del latte con cui vengono realizzati i formaggi “originali”.

allevamenti intensiviLasciamo da parte l’etica, questa parola che porta dietro di sé una quantità di storia del pensiero umano che solo ad immaginarla vengono le vertigini, una questione, fra l’altro, che difficilmente può essere “imposta” o “spiegata”, ma parliamo del buon senso, della devastazione dell’ambiente e della salubrità dei prodotti che mangiamo: forse, dati certamente non di parte alla mano, invece che creare matasse di questioni sterili sui nomi da dare alle cose che mettiamo nei piatti o che troviamo sugli scaffali (sempre di più, e i tradizionalisti dovranno farsene una ragione), sarebbe bello pensare che, se non mettiamo mano alle nostre abitudini, almeno un po’, non ci sarà più nemmeno il problema di che nome dare al formaggio perché non ci sarà suolo sufficiente per allevare nessun animale, non ci sarà acqua salubre da bere, non ci saranno oceani in cui pescare ma solo grandi masse di acqua senza ossigeno, le “dead zone” (che sono una realtà già ora mentre leggete.

Alziamo la testa dal piatto e dalle abitudini, proviamo ad imparare a mangiare qualcosa di diverso e meno dannoso chiamandolo come ci pare (anche “Gary” come ha fatto una signora inglese polemizzando contro Sainsbury)  e magari scopriremo anche che non è per niente male, anzi.

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