Essere veg è una moda? Sì, da millenni

Storia dei vegani

Pure fosse una moda, l’alimentazione vegana e vegetariana, complimenti a chi l’ha lanciata, visto che resiste immutata e solida da almeno duemila anni. È notizia freschissima, infatti, che grazie a una particolare e incredibilmente tecnologica TAC si è riuscito a stabilire come gli abitanti di Pompei investiti dall’eruzione del Vesuvio nel 79 a.C. avessero denti sanissimi e privi di carie molto probabilmente grazie all’alimentazione povera di proteine animali e composta soprattutto da cibi di provenienza vegetale. Ma a Pompei non si erano inventati nulla di nuovo.

Pitagora, l’inventore… del vegetarianismo

PITAGORA

Questa è la dimostrazione che l’alimentazione vegetariana fa parte della storia dell’uomo, o quantomeno è da sempre un’abitudine dell’essere umano. Lo dimostra il volume “La cena di Pitagora” di Erica Joy Mannucci. Già millenni fa l’uomo aveva capito come scegliere per i propri pasti cibi di origine vegetale avesse una miriade di benefici. Ma, se lo vediamo dal punto di vista storico, possiamo anche andare ancora più indietro nel tempo se è vero che sono in molti a considerare ideatore del vegetarianismo Pitagora, filosofo matematico astronomo scienziato e politico greco vissuto tra sesto e quinto secolo avanti Cristo. Qualche secolo più tardi, a proposito di questo illustre personaggio, Ovidio scriveva: «Per primo si scagliò contro l’abitudine di cibarsi di animali, per primo lasciò uscire dalla sua dotta bocca parole come le seguenti […]: “Smettetela, uomini, di profanare i vostri corpi con cibi empi! Ci sono le messi, ci sono alberi stracarichi di frutti, ci sono turgidi grappoli d’uva sulle viti! Ci sono erbe dolci e tenere […]. Avete a disposizione il latte e il miele profumato di timo. La terra nella sua generosità vi propone in abbondanza blandi cibi e vi offre banchetti senza stragi e sangue […]. Che enorme delitto è ingurgitare viscere altrui nelle proprie, far ingrassare il proprio corpo ingordo a spese di altri corpi, e vivere, noi animali, della morte di altri animali! Ti par possibile che fra tanto ben di dio che produce la terra, ottima tra le madri, a te non piaccia masticare altro coi tuoi denti crudeli che carne ferita, riportando in voga le abitudini dei Ciclopi?”». Una chiarissima argomentazione animalista e vegetariana, esposta circa cinquecento anni prima della nascita di Cristo. Qualche secolo più tardi, nel primo dopo Cristo, lo scrittore greco Plutarco diceva che «l’anima delle bestie selvagge è più nobile e più perfetta di quella umana. Il maiale, in conclusione, non ha alcun desiderio di ritornare uomo, perché vive una condizione più felice».

Il vegetarianismo nel cristianesimo

Tertulliano, teologo eterodosso vissuto a cavallo tra secondo e terzo secolo, teorizzava il vegetarianismo nel primo cristianesimo sostenendo che, giacché i mangiatori di carne sprofondano nei piaceri di salse e condimenti, l’essenziale diveniva il non provare piacere nel mangiare, tanto che alcuni si cibavano in piedi o camminando. Anche gli eretici evitavano ogni grasso animale, uova comprese, anche se mangiavano il pesce perché credevano che la riproduzione degli animali acquatici fosse esente dalla corruzione del rapporto sessuale. Nei giorni di digiuno previsti dalle regole cattoliche, ci si asteneva solo dagli animali terrestri, perché la carne di origine acquatica veniva considerata diversa da quella di origine terrestre. San Francesco, vissuto tra il 1182 e il 1226 e ancora oggi considerato il santo patrono degli animali e dell’ambiente, era ovviamente vegetariano, non predicava però questa scelta alimentare, sebbene la consigliasse: nessun obbligo ad astenersi da carne e pesce, ma ogni individuo era libero di prendere questa decisione per poter avere una ascesi più elevata. San Tommaso d’Aquino sosteneva che «gli animali, come le piante e gli esseri inanimati, sono naturalmente destinati al bene comune dell’umanità […]. Dio ha consegnato gli animali a colui che ha creato a sua immagine» e che l’elemento più importante di tutti è l’esigenza morale del rispetto dell’«integrità della creazione».

Il vegetarianesimo nel XVI secolo

montaine

Nel sedicesimo secolo, se Erasmo da Rotterdam criticava la caccia e sosteneva altresì l’importanza della felicità naturale degli animali legata all’indisciplina, pur non parlando mai apertamente di abitudini alimentari, in maniera più netta Michel de Montaigne chiedeva all’uomo – nella sua “Apologia di Raymond Sebond” – di sviluppare un ragionamento incentrato «su quali basi ha fondato i grandi privilegi che crede di avere sulle altre creature». Pochi decenni dopo, il cappellaio Roger Crab – arruolatosi nella New Model Army, esercito organizzato da Oliver Cromwell – lasciò la sua bottega distribuendone il ricavato ai poveri e affittò una fattoria isolata con un campicello: nella sua idea, il consumo di carne era un lusso nonché la causa di rialzo dei prezzi, cosa che non poteva far altro che aggravare la povertà. Per questo, lui è considerato il primo storico sostenitore del vegetarianismo stretto ma anche il primo promotore di questa condotta, che un certo successo ebbe tra i suoi fedelissimi. Qualche anno dopo, il vegetariano Cartesio riteneva che una dieta priva di alimenti animali fosse più salutare perché la carne non è adatta ai meccanismi fisiologici del corpo umano, cosa che stabilì con esperimenti condotti su se stesso: «Dio non poteva volere la sofferenza di creature innocenti», diceva. C’è anche da ricordare però che Cartesio sosteneva gli esperimenti sugli animali e il fatto che fossero al pari di “macchine” e che non provassero dolore.

Il vegetarianesimo nel Settecento

Nel Settecento ci fu un primo boom della dieta vegetariana, promossa da alcuni medici in tutta Europa: in Svezia, ad esempio, la sostenne Linneo, mentre in Francia c’era Louis Lémery, figlio del notissimo chimico Nicolas. Anche il medico della famiglia reale inglese John Arbuthnot era sostenitore di questo stile di vita. Anche in Italia ci furono personaggi che appoggiarono queste idee: il principale fu Antonio Cocchi, secondo cui l’uomo non è di natura carnivoro e quella che oggi potremmo definire “alimentazione latto-vegetariana” è in grado di «guardare la presente sanità del corpo e di ristabilire la perduta». Scriveva che il regime alimentare da lui proposto «non è privo nemmeno di una certa delicata voluttà, e d’un lusso gentile, e splendido ancora, se si voglia volger la curiosità, e l’arte, alla scelta, ed all’abbondanza degli ottimi alimenti, freschi vegetabili, come pare, che c’inviti la fertilità, e naturale disposizione delle nostre belle campagne». Insomma, inclusivo, non esclusivo. A fine secolo, l’ex militare e giornalista scozzese John Oswald – diventato vegetariano durante un suo viaggio in India – tornò in patria esponendo le sue idee in fatto di alimentazione: scrisse anche dei volumi in cui sperava che con la Rivoluzione Francese si potesse porre fine al dominio dell’uomo sulle altre specie, cosa che sarebbe – nella sua idea – sfociata in un cambio dei pasti da parte dei popoli. La scelta vegetariana per lui era un semplice sentimento naturale, ma anche una presa di posizione morale e politica (anche se, su quest’ultimo aspetto, venne criticato e accusato di incoerenza e misantropia, visto che era un militare con varie esperienze di guerra sul campo).

Il vegetarianesimo nel XVIII secolo

gandhi

Veniamo all’Ottocento. Il dottor William Lambe, professore all’Università di Cambridge, si impose in tutta Europa con la sua scelta di applicare una sorta di “vegetariano terapeutico” a vari suoi pazienti, cosa che negli anni gli permise di raccogliere una discreta casistica. In Inghilterra, il noto esponente dei democratici Thomas Erskine, già divenuto Lord Cancelliere della Corona, era fiero sostenitore del benessere degli animali tanto da proporre alla Camera dei Lord, nel 1809, una legge che proibisse la crudeltà verso tutti gli animali domestici che «venivano considerati come beni, privi di diritti e quindi di protezione giuridica». La legge venne poi bocciata, ma dimostra come il discorso fosse già in atto allora. Ci vollero altri tredici anni prima di una norma che rendesse reato il maltrattamento di bovini, cavalli e pecore, pur senza riconoscere diritti agli animali e punendo la sua violazione con pene pecuniarie modeste: il “primo firmatario” fu il parlamentare Richard Martin. Il dibattito che si aprì nella terra di Sua Maestà fece sì che si creasse, il 30 settembre 1847, nella cittadina di Ramsgate nel Kent, il primo movimento veg della storia. Era la Vegetarian Society, che tre anni dopo aprì una “filiale” negli Stati Uniti. In questa occasione nacque, di fatto, il termine “vegetariano”. Nei suoi primi anni, i movimenti veg legarono molto con quelli femministi, tanto che sono numerose le protagoniste associate a entrambe le idee: le più importanti furono Mary Wollstonecraft, Harriet Beecher Stowe, Margaret Fuller e Lydia Maria Child. Fu in questi anni che il vegetarianismo iniziò a includere, tra le sue fila, personaggi noti in tutto il mondo che inevitabilmente crearono “pubblicità” attorno ad esso: i principali furono sicuramente il compositore tedesco Richard Wagner e lo scrittore russo Lev Nikolaevič Tolstoj. Un capitolo a parte spetta indubbiamente a Mohandas Gandhi, cresciuto vegetariano per l’usanza della casta dei mercanti dell’India occidentale da cui proveniva. Da ragazzo si era convinto che mangiando carne gli indiani sarebbero riusciti a mandare via gli inglesi grazie alla forza che avrebbero acquisito, ma poi si trasferì a Londra dove tornò al vegetarianismo grazie a degli studi che lo convinsero della sua bontà sia dal punto di vista etico che da quello medico. Di fatto, questa fu la prima causa per la quale Gandhi si battè, visto che divenne prima membro e poi dirigente della Vegetarian Society. Altri noti personaggi vegetariani a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo furono i coniugi Sidney e Beatrice Webb, il commediografo George Bernard Shaw, lo scrittore e poeta Edward Carpenter.

Il vegetarianesimo nel XIX secolo 

Siamo arrivati ai nostri giorni. Nel ventesimo secolo il movimento vegetariano è pian piano diventato solido e affermato in tutto il pianeta. Ma allo stesso modo ci sono tanti personaggi finiti poi nei libri di storia che hanno fatto sì che esso diventasse così noto fino a questo livello. Il filosofo Piero Marinetti, uno dei pochissimi professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà e adesione al fascismo, fu uno di questi: secondo lui, la crudeltà verso gli animali era una prova dell’esistenza del male come forza a sé stante nel mondo. Va altresì ricordato che tutte le società vegetariane presenti nel periodo nazista vennero messe fuorilegge, che venne loro impedita la pubblicazione di qualsiasi documento e che uno degli aspetti su cui si basavano i gerarchi nazisti nel sostenere tesi animaliste fu quello dell'”estetica dell’animale” il quale «deve avere tratti nobili: se capitani d’industria e capi fascisti tengono animali intorno a sé, non sono terrier, ma alani danesi e giovani leoni. Il loro compito è di pimentare il potere con la paura che ispirano». Teoria francamente delirante (si parla spesso anche di «lupo ariano») nascosta dietro un ostentato animalismo, insomma.

La nascita del movimento vegano

Nel 1944 la Vegetarian Society si scisse in due tronconi: uno di questo andò a formare un movimento parallelo, quello vegano. Il suo primo sostenitore fu «un obietore di coscienza che vedeva l’abbandono delle uova e dei latticini come la logica conseguenza della scelta vegetariana». Negli ultimissimi decenni del secolo, il movimento veg è diventato quasi “pop”: la decisione di numerose star del cinema e dello spettacolo di aprirsi a questo stile di vita ha conquistato le copertine delle riviste patinate. In un certo senso, possiamo dire che non è il vegetarianismo (e il veganismo) ad andare di moda, ma lo è l’idea stessa che esso sia una moda. Ad ogni modo, la domanda è: dopo quanti secoli si può smettere di parlare di “moda”?

Domenico D’Alessandro

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