Carne, le 20 multinazionali più grandi inquinano come tutta la Germania

Il rapporto “Meat Atlas” fa il punto sull’industria della carne che, foraggiata con miliardi di dollari da banche e fondi di investimento, è responsabile del 21% delle emissioni, nel più totale disinteresse dei Governi del mondo

Le cinque più grandi multinazionali della carne producono più emissioni di gas serra del gigante del petrolio Exxon. Se poi prendiamo le prime venti, il loro impatto in termini di emissioni supera quello di tutta la Germania. Sono alcuni dei dati che emergono da “Meat Atlas”, il corposo “atlante della carne” pubblicato da Friends of the Earth Europe e dalla fondazione Heinrich Böll Stiftung. Il dossier, di oltre 70 pagine, fa il punto sul sistema di produzione dei prodotti di origine animale, sul suo impatto su clima e ambiente, sulle nuove tendenze in fatto di consumi, che interessano anche analoghi della carne. E sul sistema economico-finanziario e politico che tiene in piedi l’industria della carne.

Emissioni e consumi

Il settore alimentare rappresenta tra il 21% e il 37% delle emissioni globali di gas serra, ricorda il dossier. La parte più rilevante è rappresentata proprio dagli allevamenti industriali, che rappresentano circa il 57% di questa quota. A livello globale, ciò significa che l’intera industria zootecnica è responsabile fino al 21% delle emissioni di gas serra.

Poi, ci sono lo sfruttamento idrico e quello dei suoli: “Tre quarti dei terreni agricoli del mondo vengono utilizzati per allevare animali o le colture per nutrirli e l’allevamento del bestiame e la coltivazione della soia sono i maggiori responsabili della deforestazione, i cui effetti includono l’aumento delle emissioni, la distruzione delle comunità indigene e dei mezzi di sussistenza dei piccoli agricoltori e le pandemie”, evidenzia l’atlante. Tutti numeri destinati ad aumentare, se il trend di produzione e consumo di carne e prodotti lattiero-caseari non inizierà a rallentare come, invece – secondo il dossier – è destinato a succedere (un incremento di 40 milioni di tonnellate entro il 2029, che significa 366 milioni di tonnellate di carne all’anno).

Il settore è dominato dalle multinazionali che “gestiscono macelli giganti con condizioni di lavoro spesso pessime che hanno scatenato diversi focolai di Covid-19″, ricorda oltretutto “Meat Atlas”. Sono loro, le multinazionali, come dicevamo in apertura, che concentrano produzione ed emissioni pari, se non superiori, a quelle di intere economie altamente industrializzate come quelle di Germania, Francia e Gran Bretagna, ha calcolato il dossier.

Agribusiness miliardario

Se la produzione aumenta è grazie alle innovazioni tecnologiche e perché cresce la domanda, sopratutto in Paesi dalle economie in espansione, ma anche perché il sistema continua a essere “foraggiato”: tra il 2015 e il 2020, le aziende globali di carne e prodotti lattiero-caseari hanno ricevuto oltre 478 miliardi di dollari di sostegno da 2.500 società di investimento, banche e fondi pensione, la maggior parte con sede in Nord America o in Europa. Ed è qui, così come in Cina e Brasile, che continua a essere concentrata anche la produzione (circa il 60% del totale).

“Le banche e i gestori patrimoniali – è il paradosso evidenziato nel rapporto – continuano a finanziare le aziende industriali della carne e dei prodotti lattiero-caseari nonostante le contraddizioni dirette tra questo supporto e il loro allineamento con gli obiettivi di sviluppo sostenibile, nonché i loro altri impegni ambientali, sociali e di governance”.

Nessuna strategia

Ma la contraddizione non riguarda solamente i big dell’agribusiness. Quello che emerge – evidenziano gli estensori del rapporto – è che, nonostante l’impatto del sistema industriale della carne e le discussioni su politiche green e transizione ecologica, di fatto nessun Paese del mondo ha assunto finora una vera strategia di riduzione dei consumi di carne e di riconversione industriale del sistema.

“L’allevamento industriale della carne sta alimentando le fiamme della crisi climatica e il collasso della biodiversità, minacciando la salute di agricoltori, lavoratori e consumatori – le prove sono clamorose“, spiega Stanka Becheva, di Friends of the Earth Europe. La critica è rivolta, in modo particolare all’Unione Europea che, almeno sulla carta, ha fatto propri obiettivi di sostenibilità ambiziosi, anche in campo alimentare, con il Green News Deal e la strategia Farm to Fork (ne abbiamo parlato nel numero 8 di Vegolosi MAG, che puoi trovare qui).

“L’UE – prosegue Becheva – ha bisogno di frenare questa industria insaziabile, ma in questo momento i suoi leader stanno solo mangiando dalla mano del big dell’agribusiness. L’Europa deve agire per reprimere la deforestazione e le violazioni dei diritti umani nelle catene di approvvigionamento, facilitare il passaggio a più diete a base vegetale, e reindirizzare miliardi di euro di sussidi e finanziamenti ai piccoli agricoltori sostenibili”.

La spinta dei giovani

Di queste incongruenze e della necessità di agire (nei giorni del “bla bla bla” di Greta Thunberg lanciato proprio qui in Italia), i principali sostenitori sono i giovani. Nel rapporto, focalizzato sulla società tedesca, si legge come già le loro abitudini alimentari siano molto diverse da quelle delle generazioni più adulte, caratterizzate da un generale minor consumo di carne. “Le generazioni più giovani in Germania, ma anche in altri Paesi, condividono questa valutazione critica: non accettano più il modello di business dell’industria della carne – si legge ancora -. Oltre il 70% dei giovani tedeschi è disposto a pagare di più per la carne se le condizioni di produzione cambiano radicalmente. Ma il risultato più decisivo: una stragrande maggioranza di oltre l’80% riconosce alla politica il ruolo di dover stabilire finalmente condizioni vincolanti per un’agricoltura e una dieta più rispettose del clima e una migliore zootecnia”.


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