Animal Cinema, documentario in cui i registi sono gli animali

Emilio Vavarella con il suo documentario cerca di ridurre le distanze tra l’essere umano e l’essere animale.

Quando si guarda il documentario “Animal Cinema” si è subito catapultati in un universo immersivo che avvolge con corporeità le inquadrature e lo spettatore. Un universo fatto di dettagli: tentacoli e ventose, chele e musi,  pelli e corazze ci guidano lungo un percorso univoco dagli abissi alle spiagge fino agli alberi e alle montagne. Non un semplice film ma un’esperienza che ci conduce alla scoperta del nostro stesso mondo e di chi lo abita, oltre noi.

Il documentario, realizzato dall’artista Emilio Vavarella e presentato al 35° Torino Film Festival, si pone come riflessione sulla rappresentazione audiovisiva dei diversi modi di essere non umani. In questo quadro gli animali diventano mezzo, contenuto e prospettiva per portare avanti una riflessione sulla rappresentazione non antropocentrica della realtà attraverso le immagini in movimento.

L’opera, infatti, è costituita dal montaggio di varie immagini raccolte da Youtube dal 2012 al 2017,  realizzate ponendo sugli animali delle telecamere (GoPro). La visione antropocentrica è quindi scardinata dal dal fatto che sono gli animali stessi ad effettuare (anche se in modo inconsapevole) le riprese.
“Secondo Bernhard Siegert (Professore di teorie e storia delle tecnologie culturali) la differenza tra gli esseri umani e gli animali è quella che dipende dalla mediazione di una tecnica culturale – sottolinea Vavarella – allora, secondo questa logica, noi stiamo aiutando l’ascesa di tecniche che sanciscono una simile differenza”.

Noi esseri umani siamo portati a usare noi stessi come metro per filtrare la realtà che ci circonda. Il processo che ne scaturisce non fa altro che sottolineare una conoscenza di ciò che è diverso da noi basato sullo specismo e sulla nostra superiorità. Questa superiorità è resa evidente dalle immagini che creiamo per raccontare gli animali: immagini che impongono il nostro punto di vista, contaminate dalla nostre conoscenze e percezioni. L’atto stesso di scegliere un’inquadratura piuttosto che un’altra, mette in campo una prospettiva antropocentrica perché si decide cosa far vedere e cosa lasciare ai margini e soprattutto come.

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Quando l’uomo cerca di raccontare gli animali per immagini, non racconterà loro ma il suo modo di concepirli, aumentando in tal senso, la distanza posta fra l’essere umano e il non essere uomo.
L’artista, con il suo film, cerca di accorciare questa distanza: nel suo documentario la “scelta” delle inquadrature è regolata dagli animali stessi, dal loro movimento e dall’interagire con la camera. In questo modo, eliminando la scelta delle inquadrature si tenta di smontare la rappresentazione antropocentrica.

L’uso di immagini ravvicinate rende la visione sensoriale e diventa mezzo fondamentale “per vedere il corpo dell’animale in azione e imparare qualcosa su di esso, avvicinandosi al tessuto non umano del mondo”, come afferma lo stesso Vavarella.

Questo approccio mostra gli animali, non più come “specie” diverse dall’uomo ma come esseri che stanno al mondo e lo vivono nel presente attraverso il loro movimento: movimento che diventa vita, che diventa presente e che diventa linguaggio cinematografico. La realizzazione di un film del genere, nonché la sua selezione ad un importante Film Festival, apre un interessante spiraglio anche verso una sensibilizzazione ed educazione alla visione che diventa immedesimazione e cambio di prospettiva per cercare di vedere il mondo anche all’infuori di noi.

Da secoli ormai l’uomo ha compreso di non essere al centro dell’universo e questa verità è stata motore di scoperte, riflessioni e studi. Oggi però, forse, si deve anche comprendere che non siamo neppure al centro del mondo e che la nostra è solo una delle possibili prospettive attraverso cui esso si può concepire e conoscere. Questi nuovi metodi di rappresentazione potrebbero magari dare vita anche una nuovo forma di sensibilità visiva e percettiva nonché di vita?

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