Kubrick inedito: un amore sconfinato per gli animali

Stanley Kubrick e il suo gatto

“Il giardiniere vuole mettere l’insetticida, ma non voglio uccidere le formiche…solo mandarle via. Come facciamo?”. Emilio D’Alessandro nei suoi trent’anni di lavoro accanto a Stanley Kubrick come tutto fare sentì queste ed altre mille richieste: la regola di base, però, era sempre la stessa “prima pensiamo agli animali”.

L’amore di Kubrick per gli esseri viventi è un aspetto inedito: forse a causa anche della pessima reputazione che gravava intorno alla sua figura di geniale artista del Novecento (per alcuni un misantropo, per altri cattivissimo sul set, per altri ancora un personaggio sgradevole e senza sentimenti) questo attaccamento agli animali (quattro-zampe e non) non è fra gli aspetti più conosciuti della sua personalità.

E’ grazie al libro Stanley Kubrick e me di Emilio D’Alessandro con Filippo Uliveri, pubblicato da Il Saggiatore, che tanti aneddoti della eccezionale vita privata del regista di Arancia meccanica emergono e stupiscono come in una bellissima chiacchierata con un amico. “Con lo sgombero del set di Full Metal Jacket – racconta D’Alessandro – gli animali di Stanley beneficiarono di un servizio di stoviglie: conservai le gavette di metallo dei marines e le usai come ciotole”: Kubrick aveva un amore particolare per i gatti, ma aveva anche cani e asini nelle sue tenute in Inghilterra, senza contare, ovviamente, gli animali selvatici di cui si occupava o che dava disposizione ai suoi collaboratori di accudire.

“Sarebbe stato capace di portare dal veterinario anche un’ape che avesse sbattuto contro il vetro delle finestre” scrive sempre D’Alessandro nel libro: “la cura dei suoi animali, il loro benessere erano una preoccupazione costante per Kubrick, tanto che gli operai al lavoro sul set di Barry Lindon, furono incaricati anche di creare recinzioni apposite per evitare che i gatti di casa corressero pericoli raggiungendo le strade attorno al set di produzione del film. Durante le trasferte in Irlanda sempre per girare il film che vedeva protagonista un giovane Ryan O’Neal, Kubrick prenotò un intero vagone del treno per trasportare i suoi cani Phoebe, Teddy e Lola accompagnati, ovviamente, dalla moglie di Stanley, Christianne, e dalle figlie.

Molti sono gli episodi anche divertenti che narrano delle vicissitudini di Kubrick e della sua “fattoria”: un giorno, per esempio, uno dei gatti di casa era riuscito ad infilarsi nella cappa del camino rimanendo incastrato con la testa per qualche ora in quella posizione. Quando Kubrick venne informato da Emilio si fece prendere dal panico: “Servono i Vigili del Fuoco! Chiamali, chiama la protezione animali, chiama il veterinario!”. L’episodio si concluse fortunatamente solo con un po’ di scombussolamento per il micio che tornò alla vita di sempre: Pandora, così si chiamava la gatta, rimase per sempre molto affezionata ad Emilio, suo vero salvatore che, nel momento del panico per Kubrick era intervenuto solo con un po’ di sangue freddo risolvendo la situazione.

Federica Giordani

“Stanley Kubrick e me”

di E. D’Alessandro e F. Ulivieri

Il Saggiatore

 

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