Bambini, se mangiano la carne è perché non sanno cos’è: lo studio

Uno studio indaga quanto (poco) i bambini sappiano dell’origine del cibo animale. E spiega perché una corretta informazione sin da piccoli potrebbe favorire abitudini alimentari buone, anche per il pianeta

Il 40% dei bambini è convinto che il bacon provenga da una pianta. Succede negli Stati Uniti, ma scambiando il bacon con una cotoletta, il risultato potrebbe non essere tanto diverso anche qui da noi. Il dato americano emerge da uno studio pubblicato sul Journal of Environmental Psychology da titolo I bambini sono mangiatori di carne inconsapevoli: un’opportunità per affrontare il cambiamento climatico.

Realizzata su un campione di bambini americani di età compresa tra i 4 e i 7 anni, la ricerca ha indagato quanto i più piccoli sanno della provenienza del cibo, sia vegetale che animale, e le loro considerazioni su cosa sia appropriato mangiare o meno. E il risultato è stato piuttosto chiaro: i bambini sanno tendenzialmente poco di ciò che trovano sulla tavola ogni giorno, sopratutto quando si tratta di derivati animali, ma nel caso della carne, quando ne capiscono la provenienza, ritengono che polli, maiali e mucche non siano cibi da mangiare. Ed è su questa naturale empatia dei più piccoli verso gli animali che – evidenziano gli americani – bisognerebbe fare leva per favorire, sin dall’infanzia, l’adozione di comportamenti alimentari rispettosi dell’ambiente, oltre che degli altri esseri viventi, come le meno inquinanti diete a base vegetale.

Evitare verità scomode

Lo studio americano indaga in modo particolare i motivi all’origine delle scarse conoscenze dei bambini sul cibo. E li riconduce alla tendenza dei genitori a “proteggere i bambini dalle scomode verità sulla produzione della carne. Ad un certo livello – si legge nello studio – i genitori possono deliberatamente nascondere le informazioni sulla macellazione degli animali nel tentativo di salvaguardare l’innocenza dei bambini, considerando la realtà della produzione di carne come troppo raccapricciante da conoscere in giovane età“. E poi c’è il timore che, una volta scoperta la verità, i bambini possano rifiutarsi di mangiare i prodotti di origine animale: “Piuttosto che gestire l’inconveniente di cucinare diverse opzioni di pasto o affrontare le emozioni che possono derivare dalla rivelazione che la pancetta nel piatto del loro bambino fosse una volta un maiale vivo – dicono ancora gli studiosi americani – alcuni genitori evitano del tutto la verità attraverso una terminologia vaga che ha un impatto potenzialmente duraturo sulle abitudini alimentari dei bambini”.

Ma non è solamente “colpa” dei genitori. A favorire questa sorta di “zona d’ombra” sulla provenienza di hamburger e salsicce è l’assetto stesso del sistema culturale e industriale di produzione del cibo. La grande trasformazione che subiscono gli alimenti, infatti, fa sì che “la connessione tra il cibo e l’animale sia astratta” e non intuibile da parte dei bambini per i quali, senza esperienza diretta, diventa molto difficile anche comprendere semplicemente come il latte possa derivare dalle mucche o le uova dalle galline (figuriamoci quando si parla, poi, di alimenti come bacon o burger). I bambini, cioè, come già avevano rilevato altri studi condotti in passato in altri Paesi, hanno una fondamentale mancanza di consapevolezza di molte delle progressioni che dalla terra portano gli alimenti sulle nostre tavole, in particolare i processi che avvengono nelle fattorie o nelle fabbriche”.

Animali e gentilezza

Molti sono gli aspetti di questo tema che rimangono da indagare, sottolineano gli estensori dello studio, che pure invitano a non generalizzare troppo i risultati al di fuori del campione preso in esame negli Stati Uniti.

Uno riguarda, per esempio, il modo in cui i bambini “conciliano messaggi apparentemente contraddittori sul trattamento gentile degli animali con pratiche alimentari normative che richiedono la macellazione degli animali“: una contraddizione, appunto, che ha a che fare con il famoso “paradosso della carne”, che interessa in primo luogo gli adulti di riferimento e sulla quale si possono costruire, poi, abitudini alimentari per i più piccoli destinate a durare nel tempo. 

Da questo punto di vista, è interessante anche ciò che lo studio evidenzia sul tema dello specismo, “molto più debole nei bambini” che negli adulti. “Anche i bambini di quattro anni –  si legge – valutano la vita degli animali e degli esseri umani allo stesso modo quando gli viene chiesto di giudicare l’atto di uccidere”. Lo specismo sembrerebbe, cioè, un’idea “trasmessa socialmente” ai più piccoli che, solo con il passare del tempo, inizierebbero a considerare sul piano etico l’uccisione di un animale meno grave di quella di un uomo. 

Bambini, agenti di cambiamento

E’ proprio lavorando su questo aspetto, sul naturale “antispecismo” dei bambini, e su una una corretta conoscenza dei meccanismi alimentari che i genitori dovrebbero favorire che – conclude lo studio – bisognerebbe cogliere l’opportunità di cambiamento offerta da una “finestra unica” come quella temporale rappresentata dall’infanzia. “I bambini e i giovani – scrivono gli studiosi americani – dovrebbero essere visti come agenti del cambiamento ambientale. Sebbene non votino ancora o ricoprano posizioni di leadership, possiedono atteggiamenti e inclinazioni che supportano comportamenti rispettosi dell’ambiente. L’infanzia può quindi rappresentare un’opportunità unica durante la quale stabilire abitudini permanenti che aiutano a mitigare il cambiamento climatico”.

Se, dunque, la crisi legata ad ambiente e clima richiede un cambiamento comportamentale su larga scala, compresa la transizione verso diete a base vegetale, come ormai tutti i principali studi sembrano confermare, è proprio quando “le diete a base vegetale per tutta la vita possono essere stabilite più facilmente” (e in completa sicurezza, come spieghiamo anche noi qui), cioè durante l’infanzia, che bisognerebbe agire.

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