TTIP, cos’è e cosa ha a che fare con il cibo

Facciamo il punto sul TTIP, accordo di libero scambio tra Usa e Unione Europea i cui negoziati vanno avanti nel silenzio

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Dopo quasi tre anni di silenziosi negoziati, da qualche settimana il TTIP, accordo commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti, è finalmente al centro del dibattito internazionale. E avrà risvolti significativi anche nel settore dell’allevamento e della produzione di cibo.

Di cosa si tratta

Unione Europea e Stati Uniti sono impegnati ormai da tre anni a negoziare il cosiddettoTTIP, il trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti, un accordo commerciale che prevede una zona di libero scambio tra le due sponde dell’Atlantico al fine di diminuire al minimo in quest’area dazi doganali, vincoli burocratici e restrizioni sugli investimenti. Dovrebbe rendere più semplice per le imprese europee l’esportazione di beni e servizi negli Stati Uniti (al momento difficoltosa a causa delle elevate tariffe doganali) e viceversa: nelle intenzioni dei negoziatori, insomma, dovrebbe fare da impulso per l’economia (con un aumento stimato dello 0,5% del Pil) e creare nuovi posti di lavoro, abbassando i prezzi per produttori e consumatori. Nelle intenzioni il trattato allineerebbe anche gli standard normativi e regolamentari tra Ue e Usa, senza incidere negativamente sulla salute dei consumatori e senza derogare a norme ambientali e sanitarie vigenti. L’accordo potenzialmente interesserà oltre 800 milioni di persone, 508 milioni di cittadini europei e 320 milioni di cittadini statunitensi. Al termine dei negoziati, i Paesi membri e il Parlamento europeo dovranno votare per adottare o respingere l’accordo.

Le critiche

Manifestazioni di dissenso e proteste contro ilTTIP vanno avanti dall’inizio dei negoziati. Numerosi sindacati, organizzazioni per la tutela ambientale e altre associazioni della società civile criticano il trattato sotto vari aspetti: i rischi per i diritti del lavoro, per l’occupazione, per la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro, per i servizi pubblici e lo stato sociale, per la qualità dei prodotti agricoli e alimentari. Secondo quanto rivelano alcuni documenti segreti diffusi da Greenpeace Olanda il 2 maggio (aggiornati però a marzo), il trattato metterebbe a rischio gli standard europei sull’ambiente e la salute, in particolare per quanto riguarda il cibo, i cosmetici, le telecomunicazioni, i pesticidi e l’agricoltura. Vediamo perché.

Le possibili conseguenze su cibo e allevamenti

Una premessa fondamentale: il cibo europeo e quello americano non sono prodotti secondo gli stessi standard di sicurezza alimentare, benessere animale e rispetto dell’ambiente. Friends of the Earth Europe, organizzazione che si occupa di temi ambientali, ha recentemente rilasciato un report che mostra l’impatto che avrebbe il TTIP sul settore zootecnico europeo. Il report, Trading away EU farmers, delinea uno scenario futuro di import di cibo massiccio dagli Stati Uniti verso l’Ue. Cosa comporterà questo? Verosimilmente danni per gli agricoltori e allevatori europei: ad esempio, gli allevamenti al pascolo tipici di alcune aree dell’Ue che producono carni di alta qualità e sono già di per sé svantaggiati dalla concorrenza dell’allevamento intensivo comunitario, potrebbero subire grosse perdite (si parla addirittura del 40-50%) causate dall’import di carne di manzo statunitense più economica. Secondo il recente rapporto Contadini europei in svendita, firmato da Friends of the Earth Europe, i benefici maggiori ricadrebbero sugli Usa, il cui Pil registrerebbe un balzo in avanti dell’1,9% mentre quello europeo calerebbe dello 0,8%.

Non solo economia, però: Europa e Usa sono lontani anche su un altro aspetto, quello delle linee guida su un cibo più rispettoso del benessere degli animali e della salute delle persone. Ad esempio in Europa le gabbie da batteria per le galline ovaiole sono vietate dal 2012, così come dal 2006 l’utilizzo degli ormoni promotori della crescita degli animali allevati: negli Usa non esistono tali divieti. Per quanto riguarda la salute dei consumatori negli Stati Uniti sono vigenti ancora pratiche abolite in Europa da anni: il settore suinicolo statunitense usa ancora la ractopamina (già bandita in Cina, Russia e Eu) che è nota per causare danni al cuore, e i polli allevati in Usa vengono ancora disinfettati con antimicrobici chimici come il diossido di cloro. In Europa, invece, i trattamenti chimici sono vietati dal 1997. I dati parlano chiaro, se si vuole restare in tema di tossinfezioni alimentari: meno di 50mila all’anno in Europa (con 500 milioni di abitanti), circa un milione e mezzo negli Usa (con 300 milioni). Per non parlare degli Ogm, cui finora l’Europa, pure tra tentennamenti e passi indietro, ha posto un argine (e che potrebbero tornare tramite un cambio di denominazione). E’ ancora lunga la strada, quindi, per garantire che il cosiddetto “principio di precauzione”, pilastro della normativa europea di cui finora i documenti negoziali non fanno praticamente menzione, venga introdotto nel negoziato. Cos’è il principio di precauzione? Una strategia di gestione del rischio nei casi in cui si evidenzino indicazioni di effetti negativi sull’ambiente o sulla salute di esseri umani, animali e piante: il tutto richiede una seria valutazione scientifica.

Il NO netto della Francia

Recentemente ha prendere una posizione netta sul Ttip è stata la Francia: “Allo stato attuale la Francia dice no all’accordo, perché non siamo per un libero scambio senza regole”, ha dichiarato senza mezze misure il presidente François Hollande, che sta lavorando a stretto contatto con il ministro e segretario di Stato per il commercio estero Matthias Fekl sulla questione. Fekl vuole difendere le denominazioni d’origine protetta e le indicazioni geografiche e combattere il mercato di prodotti francesi fittizi, ma chiede soprattutto reciprocità: “Perché i mercati pubblici europei sono aperti al 90% e passa, mentre quelli Usa a meno del 50%? Perché gli americani non aprono il loro mercato? Non c’è abbastanza coscienza in Europa delle restrizioni imposte ai nostri prodotti: non possiamo neanche esportare yogurt e burro negli Usa”, ha confidato a Repubblica. Tra le tante questioni toccate dall’accordo commerciale in discussione, spicca anche il tema dell’ambiente, invocato ancora una volta dallo stesso Fekl: “Le regole del commercio internazionale devono incorporare anche i vincoli per la protezione dell’ambiente: è cruciale. Non avrebbe alcun senso aver plaudito al successo diplomatico dell’accordo sul clima di COP21 se poi, poco tempo dopo, venisse firmato un trattato che di fatto lo smantella. L’ambiente è il tema del secolo: ho proposto ufficialmente alla Commissione che, negli accordi commerciali, le disposizioni ambientali e sociali vengano ritenute altrettanto vincolanti di quelle puramente commerciali”.

Le ultime news

Sabato 7 maggio, a Roma, decine di migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro l’accordo e per difendere il “modello europeo” su ambiente, salute e sui diritti di consumatori e lavoratori. Con il blitz di Greenpeace e la presa di posizione della Francia la questione è balzata agli onori della cronaca: ora non resta che seguirne gli sviluppi.

Yuri Benaglio 

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