Philip Lymbery: “L’allevamento intensivo è moralmente deprecabile”

L’impatto dell’allevamento intensivo sull’ambiente e sulla fame nel mondo è incredibile, come lo sono le condizioni di allevamento degli animali.

philip Lymbery

Per la nuova puntata di questo speciale dedicato alle riflessioni sul tema del veganesimo, Vegolosi.it ha il piacere di ospitare Philip Lymbery, direttore generale di Compassion in World Farming ed autore dei libri “Farmageddon” dedicato all’impatto degli allevamenti intensivi sul nostro pianeta e “Dead Zone” dedicato alle migliaia di specie animali in pericolo a causa proprio degli stessi allevamenti. Ecco il suo articolo per Vegolosi.it.

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In qualità di direttore generale dell’associazione internazionale che lavora esclusivamente per la protezione e il benessere degli animali negli allevamenti, la Compassion in World Farming, sono fin troppo consapevole del fatto che la maggior parte della carne consumata a livello globale proviene dalla zootecnia intensiva. Questi sistemi intensivi di allevamento hanno come priorità assoluta la produzione, dando origine a enormi quantitativi di carne, latte e uova, all’apparenza a basso costo.

Le ripercussioni dei sistemi di allevamento intensivi sul benessere degli animali sono inaccettabili, perché stipano gli animali in gabbie o in piccole superfici senza spazio sufficiente per muoversi o senza la possibilità di esprimere i propri comportamenti naturali. Purtroppo la maggior parte delle persone mangia troppa carne e questo incide non solo sul benessere degli animali ma impatta anche gravemente sulla nostra salute e sull’ambiente.

Sono molti anni che metto in luce gli impatti negativi della produzione zootecnica industriale, insieme alla domanda di carne “a buon mercato” nei paesi sviluppati, resa possibile dall’allevamento intensivo, e che scatena epidemie sanitarie potenzialmente gravi. Naturalmente, non esistono carne, uova o prodotti lattiero-caseari “economici”. I prodotti possono risultare economici nel momento in cui vengono acquistati al supermercato, ma il loro prezzo è pagato integralmente altrove e da qualcun altro. I costi intrinseci degli alimenti a basso prezzo sono a carico nostro, degli animali e dell’ambiente. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) ha sintetizzato la questione con chiarezza, affermando che “In molti paesi c’è una preoccupante discrepanza tra il prezzo del cibo nella vendita al dettaglio ed il reale costo della sua produzione. Di conseguenza, gli alimenti prodotti a caro prezzo per l’ambiente, sotto forma di emissioni di gas a effetto serra, inquinamento dell’acqua, inquinamento atmosferico e distruzione degli habitat, possono sembrare meno costosi di alimenti alternativi prodotti in modo maggiormente sostenibile”.

Il vero costo della grande richiesta del mondo occidentale di carne “a buon mercato” è ingente ed è un fattore chiave della distruzione degli habitat, della perdita di biodiversità, dell’inquinamento e del cambiamento climatico. Ridurre perlomeno il consumo di carne è fondamentale se vogliamo soddisfare l’obiettivo, molto discusso, dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento della temperatura globale nettamente al di sotto di 2° C.

I decisori politici ci dicono che entro il 2050 sarà necessario un aumento della produzione del cibo pari al 70% per alimentare la popolazione mondiale in crescita. Ma è davvero questa la risposta che necessitiamo? Produciamo già cibo sufficiente per alimentare due volte l’attuale popolazione mondiale. Ma, a livello globale, ne perdiamo il 60%: viene sprecato, buttato via dai consumatori e nutrendo gli animali negli allevamenti con colture commestibili per l’uomo.

È fondamentale che un grandissimo numero di persone scelga di mangiare meno carne e prodotti lattiero-caseari, indirizzando le proprie scelte alimentari verso prodotti che garantiscano un alto livello di benessere animale. È parimenti fondamentale che consumino sempre più alimenti di origine vegetale, ed è ancora meglio se decidono di diventare vegani.

A causa della crescente pressione sulle risorse naturali del mondo e dei milioni di persone che non hanno di che sfamarsi, credo sia insostenibile e moralmente deprecabile continuare ad allevare intensivamente così tanti animali, nutrendoli con colture che potrebbero essere utilizzate per l’alimentazione umana.

Essere vegani o diminuire il consumo di carne e di prodotti lattiero-caseari è un ottimo modo per ridurre la sofferenza animale ed il complessivo impatto della produzione zootecnica sull’ambiente.

A cosa serve essere vegani?
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