Onu: “Un ambiente sano ci salverebbe da altre pandemie: tuteliamo la biodiversità”

L’appello delle Nazioni Unite per un futuro più sostenibile e che diventi cultura diffusa

Appello ambiente Onu

“La natura ci ha parlato forte e chiaro attraverso l’emergenza pandemica, ci ha detto che il nostro ecosistema è malato e che bisogna agire quanto prima per ripristinarlo”. Con queste parole il segretario generale dell’Onu António Guterrez, politico e diplomatico di origini portoghesi, ha sottolineato il ruolo dell’uomo nel dramma della pandemia globale.

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La biodoversità è la chiave

La connessione fra quello che succede alla biodiversità sul pianeta e le ricadute quotidiane e gravissime che stiamo vendendo, sono emerse con forza anche se, forse, non sono state comunicate così bene come avrebbero dovuto. La crisi climatica è tale, ed è pericolosa quanto e più di qualsiasi pandemia. “C’è un legame diretto tra pandemia, inquinamento che causa i cambiamenti climatici e impoverimento della biodiversità sul pianeta- ha continuato Guterrez –  ecco perché tutto il 2020 è dedicato alla biodiversità”. Un concetto fondamentale ma che sembra lontano e un po’ relegato ai libri di scuola: “Parlami della biodiversità, forza…”. Eppure il problema sta tutto lì, perché in un ecosistema sano anche i virus avrebbero vita molto più breve:” Un ecosistema sano ci protegge da queste malattie che arrivano dagli animali, perché rende più difficile la diffusione dei patogeni, che prosperano fra specie uniformi, in ambienti inquinati, in assenza di zone cuscinetto naturali che pongono una distanza fra l’uomo e gli animali. Purtroppo però la biodiversità si è fortemente impoverita negli ultimi decenni, tanto che ora sono a rischio estinzione oltre un milione di piante e di specie animali. Eppure può giocare un ruolo essenziale per prevenire future pandemie: se riuscissimo a fermare la perdita di biodiversità e a invertire la rotta, ci farebbe da scudo agli agenti patogeni di origine animale”.

La connessione

Quando ormai molti anni fa si iniziò a parlare di globalizzazione il punto venne fatto sui marchi, sui consumi, sulla perdita di realtà locali anche nella produzione di cibo, ma una cosa non emerse chiaramente: la globalizzazione dei danni. Il famoso “effetto farfalla” ossia quella certezza per la quale un singolo evento in una parte del mondo genera conseguenze potenzialmente enormi dall’all’altra parte dello stesso mondo, non emergeva chiaramente. Il mio modo di mangiare, la mia spesa, quello che infilo nel mio carrello, per esempio, ha dirette conseguenze sulla qualità dell’aria che respiro, ha dirette conseguenze sull’estinzione di specie animali, ha dirette conseguenze sullo svilupparsi di virus pandemici. “Il mondo è già più caldo di 1,1°C rispetto agli albori della rivoluzione industriale, con un impatto significativo sul pianeta e sulle vite delle persone; se le attuali tendenze dovessero continuare, le temperature globali potrebbero già aumentare dai 3,4 ai 3,9°C in questo secolo, causando effetti climatici distruttivi su larga scala”.

Una cultura che deve diventare diffusa

In un video pubblicato la scorsa settimana in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, le Nazioni Unite hanno lanciato un messaggio “It’s time for nature“: è tempo di pensare alla natura. Un messaggio forte e determinato che sposta però l’asse del problema su una sorta di entità esterna “la natura”, come lo è stato per decenni “l’ambiente”. Il problema è che l’ambiente e la natura siamo noi, le nostre scelte quotidiane, anche quelle più piccole partendo dal cercare di eliminare la plastica dalla nostra vita quotidiana, passando, passo di fondamentale importanza, sempre di più ad una dieta 100% vegetale. Quindi è tempo di comprendere profondamente il filo rosso che collega noi a tutti gli altri esseri senzienti e non del pianeta.


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