Parco faunistico: nasce canguro albino mentre al ristorante si mangiano mucche e maialini

Nel parco risiedono anche mucche e maiali che poi compaiono in seconda scena sul menu del ristorante: “Mangiare la biodiversità è educativo”

canguro-albino Grosseto

In un video diffuso dall’agenzia di stampa Ansa, lo si vede spuntare timido e un po’ frastornato dal marsupio della madre: è il piccolo di canguro albino nato pochi giorni fa nel parco faunistico Gallorose di Cecina.

La struttura, nata nel 2001, ospita 150 tra specie selvatiche e razze domestiche di mammiferi e uccelli e fra le nuove nascite di quest’anno ecco anche quattro canguri australiani della specie Macropus rufogriseus (Canguro di Bennett). Uno dei piccoli presenta una depigmentazione totale del manto e degli occhi. Non si tratta di un fenomeno eccezionale, ma sicuramente raro in natura e si tratta, inoltre, del primo canguro che nasce nel parco.

“Mangiando la biodiversità”

Uno dei punti sui quali il parco Gallorose punta l’attenzione, però, è il suo ruolo nella conservazione della biodiversità delle specie e non solo di quelle selvatiche, ovviamente rinchiuse in recinti, bensì anche di quelle nostrane, perché di base si tratta di un’azienda agricola. Infatti la struttura possiede anche numerosi animali da fattoria come capre, pecore, cinghiali e mucche. Un modo per avvicinarsi a queste specie e scoprire la varietà del mondo che ci circonda. Eppure nel parco ecco spuntare il menu del ristorante integrato nella struttura: mucche pisane e i maiali cinta senese (accolti nel parco) sono la base dell’offerta culinaria fra arrosti e ragù.

Immagine tratta dal sito del parco

Ovviamente nel menu è praticamente impossibile trovare un’opzione che sia vegetale al 100% (a parte la pasta al pomodoro dedicata ai più piccoli), anzi, gli animali che bambini e adulti hanno avuto modo di vedere, coccolare e scoprire (anche se lontani dal loro ambiente naturale), si mangiano al ristorante. Secondo la struttura “Coltivando e mangiando la biodiversità si impara a combattere gli sprechi, a rispettare le stagioni, a gestire il limite, a salvaguardare i saperi tradizionali, a farli dialogare con la scienza ufficiale”.

Nuovamente, quindi, non solo come hanno più volte spiegato l’etologo Roberto Marchesini e la psicologa Annamaria Manzoni, gli zoo come quello di Cecina, sono luoghi diseducativi che veicolano la cultura dell’esibizione e della mercificazione dell’animale, ma in più il collegamento fra animale e cibo viene completamente stravolto e occultato con l’esibizione stessa: quanti bambini reggerebbero la consapevolezza di mangiare quella mucca che hanno accarezzato fino a pochi secondi prima? Anche qui il paradosso della carne, studiato in psicologia, ha la meglio.

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