La Elwood’s vende carne di cane e spiega il perché

Un sito che presenta bacon di carlino o bistecche di labrador, un’attività che mette i brividi anche se ci porta a fare una profonda riflessione

Carne di cane proveniente da allevamenti senza gabbie, dove gli animali sono macellati sempre nel rispetto del benessere animale, allevati senza antibiotici e con amore e attenzione. Dalle bistecche di labrador, al bacon di chihuahua fino alle salsicce di carlino, questa azienda ha lanciato una sfida per palati particolari. Ma che cosa succede? In realtà la Elwood’s non esiste ma il suo sito commerciale sì, ed è una provocazione per comprendere le nostre culture alimentari e il nostro “carnismo“, concetto definito e studiato anche dalla psicologa americana Melanie Joy.

Il confronto fra animali che non sono diversi

Il sito, i social e la comunicazione del progetto-provocazione Elwood’s mettono in risalto un punto chiave: l’assenza di una differenza sostanziale fra quello che succede ad una mucca, ad un maiale o ad una pecora in un macello e quello che succederebbe ad un cane. L’unico punto di distanza si trova nella nostra cultura alimentare che, da sempre, ha etichettato mucche, maiali e galline come “animali da reddito”, mangiabili senza problemi nonostante le loro caratteristiche etologiche e comportamentali ci siano completamente sconosciute.

Gli animali che finiscono sulla nostra tavola non sono diversi da quelli che abbiamo deciso essere i nostri compagni di avventure. Lo sa bene chi possiede, per esempio, un coniglio oppure un cavallo, animali che attraversano il limite fra “da mangiare” e “da coccolare” costantemente.

“Mangiare carne di cane è una scelta personale. Ad alcuni piace il loro sapore. L’arrosto di labrador è una tradizione. Questi animali non sentono dolore”. Queste alcune delle spiegazioni che vengono presentate all’interno del sito, e sono le medesime fornite da parte di chi consuma carne “classica”.

Una delle card social del progetto Elwood’s

E gli insetti?

Questo sito mostra il paradosso della cultura alimentare nella sua forma più immediata, ma possiamo facilmente comprendere questo gap anche guardando a ciò che sta accadendo con gli insetti, sempre più vicini a diventare ingredienti non solo del mangime degli animali da reddito, bensì anche di piatti da consumare ogni giorno come farine e pasta. Eppure gli insetti, che in Occidente non rientrano della cultura alimentare, anzi, provocano spesso sentimenti di paura se non di ribrezzo, sono una classica pietanza in altre parti del mondo.

Ma la stessa carne di cane – come il festival annuale della città di Yulin in Cina ci dimostra – è una carne da mangiare in giorni di festa per alcune persone del mondo. È solo cultura, abitudine, tradizione. Quello che sappiamo è che tutti gli animali desiderano vivere e voglio evitare il dolore – come ha più volte spiegato il filosofo Peter Singer, uno dei padri del concetto di “antispecismo”.

Un allevamento di mucche con stabulazione fissa. I bovini potrebbero vivere oltre 20 anni ma finiscono macellati intorno ai 2/3 anni di vita, se non prima, nel caso dei vitelli.

Le parole e le cose

È chiaro che molti continueranno ad ergere una barriera morale e psicologica davanti all’idea che una bistecca di beagle sia uguale a quella di vitello, ma questo – e Joy lo spiega chiaramente nei suoi libri – ha a che vedere solo con meccanismi di rimozione e di autoassoluzione di tipo psicologico.

Senza dubbio interessante è anche l’utilizzo, declinato sui cani, del linguaggio commerciale e imbonitore utilizzato da sempre dall’industria della carne per celare la necessaria morte dolorosa di miliardi di animali ogni anno al fine di trasformarsi in cibo. Il tema del famigerato “benessere animale”, le immagini che mostrano cani felici e in mezzo ai prati – come avviene per mucche e galline – oppure di persone che si prendono cura con tenerezza di animali che – dopo poco – finiranno al macello. Il modo in cui la pubblicità e la narrazione dell’industria della carne hanno creato e consolidato il carnismo viene messa pienamente in luce da questo progetto di comunicazione.

L’iniziativa del sito e delle pagine social di Elwood’s – i cui autori sono anonimi – ha lo scopo di mettere a nudo un paradosso e una verità scomode da digerire ma facilmente comprensibili.

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