Colosso del latte americano Dean Foods dichiara fallimento, ma non chiude

La richiesta autonoma di fallimento da parte dell’azienda mostra le gravi condizioni economiche della società che forse venderà o rivedrà il proprio business

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Nel 1975 il consumo di latte vaccino pro capite negli Stati uniti era stimato di circa 113 chilogrammi all’anno: lo scorso anno il consumo si è fermato a 66 chili a testa. Questo è uno dei fattori principali che ha portato la Dean Foods, la più grande azienda lettiero casearia degli USA a dichiarare fallimento pochi giorni fa.

La società con sede a Dallas, si è ritrovata in una situazione economica insostenibile tanto da non poter più pagare gli stipendi ai propri dipendenti, dovendo chiedere un finanziamento di 850 milioni di dollari che verranno utilizzati, insieme alla liquidità a disposizione e al flusso di cassa operativo, per continuare a gestire il proprio business. Insomma, bancarotta sì, ma chiusura no.

Le ipotesi per il futuro dell’azienda non sono ancora chiare: alcune analisi e previsioni parlano di vendita (in perdita) ad altri colossi del latte statunitense, mentre dall’azienda l’amministratore delegato Eric Beringause ha spiegato: “Negli ultimi mesi, abbiamo messo al lavoro un nuovo senior management team che non solo ha una notevole esperienza nel settore, ma anche nell’affrontare attivamente e in modo sicuro grandi cambiamenti“. Che i grandi cambiamenti abbiano a che vedere con una possibile conversione del business della Dean Foods alle bevande vegetali, fra le quali quelle a base di avena che negli Stati Uniti hanno avuto un incremento di vendite enorme negli utili anni, non è dato saperlo; è chiaro che l’assenza di cambiamenti alla propria strategia di vendita, l’ancorarsi alla produzione e vendita di un prodotto che gli americani consumano sempre meno, non ha portato grandi risultati.

Nel frattempo gli investitori si domandano quali siano i motivi per i quali il pubblico americano ha perso la sua storica voglia di latte (nessuno di noi può dimenticare intramontabili scene di film o serie tv nelle quali da quegli enormi frigo a due porte, spuntavano vere e proprie taniche di latte, tracannate ghiacciate). L’analisi più convincente è quella legata ad una sempre maggior sensibilità del pubblico attorno al tema dell’impatto ambientale della produzione di latte e il suo consumo, indiretto, di acqua, risorsa che viene segnalata come punto critico in moltissimi business plan di aziende delle stesse dimensioni della Dean Foods. Le persone iniziano a capire che il settore lattiero caseario è un danno per l’ambiente e le analisi lo confermano.
Brooke Barton, vice presidente della Ceres, associazione no profit che ha come obiettivo quello di guidare le grandi aziende verso una produzione più sostenibile, ha spiegato che i dati emersi dall’ultima analisi in fatto di consumi di terre e acqua da parte della grandi aziende nazionali, vede quelle lattiero casearie, e in generale quelle basate sul fattore “animale”, con punteggi bassissimi rispetto al loro potenziale green. “Gli allevatori moderni e i produttori – dice Burton –  sono eccellenti nella produzione a basso costo, ma c’è una certa tendenza ad ignorare i rischi ambientali”.

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