L’Italia è una foresta… da proteggere

Le foreste non solo un insieme di alberi, ma custodi della biodiversità. In Italia il patrimonio forestale sta crescendo ed è tra i più consistenti d’Europa, ma non disturbarle non è sufficiente, anzi, potrebbe persino rivelarsi un problema

di Cristina Piga

Sono uno dei beni più preziosi che abbiamo sulla Terra e in Italia sottraggono all’atmosfera ogni anno più di 46 milioni di tonnellate di anidride carbonica, accumulando 12,6 milioni di tonnellate di carbonio, attraverso il processo di fotosintesi e di assorbimento di CO2. Nel nostro Paese la superficie delle foreste in 25 anni è cresciuta in media, annualmente, dello 0,8%: oggi occupa 11,4 milioni di ettari, ossia il 38% di tutto il territorio nazionale, uno dei dati più alti in Europa, con un incremento del 25% rispetto a trent’anni fa dovuto al costante abbandono da parte della popolazione delle aree montane e di quelle agricole. Si tratta, in particolare, di foreste subtropicali – composte da pini, querceti e altre specie mediterranee – e di foreste temperate che ospitano faggeti e boschi alpini. Tuttavia, si tratta di risorse naturali che dobbiamo tutelare: abbandonarle a sé stesse “accontentandosi” della loro crescita non è la strategia migliore, serve, invece, una gestione sostenibile e scientifica.

Tutelare le foreste non è un gioco da ragazzi

Nonostante i dati positivi relativi alla crescita della superficie delle foreste italiane, infatti, è proprio l’aspetto della tutela che mostra delle criticità. Come sottolineato nel Rapporto sullo stato delle foreste e del settore forestale in Italia già nel 2017-2018 (RaFItalia), realizzato dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, per esempio, la pianificazione forestale di dettaglio, che prevede il piano di gestione e di assestamento forestale, non è ancora diffusa nel Paese e solo circa il 18% della superficie coperta da foreste sul nostro territorio viene gestita attraverso questo strumento specifico di tutela.

Le foreste forniscono legno, una materia prima sostenibile e rinnovabile se gestita nel modo giusto e, secondo molti ricercatori, sarebbe importante un suo maggior impiego, ad esempio, negli edifici pubblici: per ogni chilogrammo di legno impiegato al posto di cemento e acciaio, infatti, si ottiene una riduzione media di 1,2 chilogrammi di carbonio emesso, come specifica la Fondazione per le qualità italiane Symbola. Invece, nonostante la crescita delle aree boschive e forestali, il nostro è uno dei Paesi europei con il più basso rapporto tra prelievi di legno e accrescimento delle foreste. Cosa significa? Che aumentano gli alberi, ma anche il loro abbandono gestionale.

Il legno, però, lo importiamo: l’80% del fabbisogno di questo materiale in Italia è, infatti, soddisfatto dall’estero. Se da un lato questo comporta meno prelievi al nostro patrimonio forestale, dall’altro, secondo il RaFItalia, “i rischi di immissione di legno e derivati di origine illegale nella filiera produttiva risulta molto alto”, tra il 10 e il 20% del totale importato, per un ammontare annuo che va da 1 a più di 2 miliardi di euro, per non parlare del danno socio-ambientale nei Paesi in cui il legno viene prelevato, dall’Est Europa al Centro Africa. Insomma, prelevare legno dalle nuove foreste nel modo giusto, sarebbe sintomo di una gestione pianificata delle aree che aiuterebbe anche a diminuire le emissioni, eppure questo non accade.

I nemici delle foreste: incendi e cambiamento climatico

Uno dei principali motivi per cui pianificazione e gestione forestale diventano cruciali è la prevenzione degli incendi boschivi, sempre più frequenti a causa dei cambiamenti climatici. Dunque, se da una parte è positivo che la superficie forestale nel nostro Paese sia aumentata, estendendosi anche ai terreni prima dedicati all’agricoltura e al pascolo e ormai abbandonati, d’altra parte la mancata gestione di queste aree comporta un sempre maggior rischio di incendi (come abbiamo raccontato anche qui).

Un circolo vizioso, dunque, poiché se, da una parte, l’aumento della superficie forestale rappresenta un dato certamente positivo, soprattutto nella lotta ai cambiamenti climatici, d’altra parte, l’aumento delle temperature e la diminuzione delle precipitazioni, insieme alla mancata e scorretta gestione delle foreste, aumentano il rischio di incendi. L’innalzamento delle temperature, infatti, è una delle cause principali degli incendi boschivi, considerando che la temperatura media in Italia è aumentata di 1,56° C rispetto ai valori registrati nel periodo fra il 1961 e il 1990, e che nei mesi estivi si sono registrate temperature superiori rispetto alla media di 2,88° C, secondo le rilevazioni dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Altro elemento cruciale è la diminuzione delle piogge.

La tempesta Vaia

Per comprendere l’impatto dei cambiamenti climatici sul benessere delle nostre foreste e quanto sia fondamentale gestirle in modo consapevole, è emblematico il caso della tempesta Vaia. L’evento risale al 2018. Sulle montagne del Triveneto, il vento di scirocco, soffiando a più di 200 km/orari (considerato un uragano secondo la Scala di Beaufort), insieme a continue precipitazioni sui rilievi alpini del bellunese e della Carnia occidentale, provocò l’abbattimento di ben 42 milioni di alberi. Gli esperti, un anno dopo, stimarono che sarebbero stati necessari dai 60 ai 70 anni perché le foreste tornassero allo stato antecedente la tempesta.

Eventi catastrofici simili non sono più rari: come evidenziava qualche anno fa sempre il rapporto RaFItalia, in Europa il vento “genera in media due tempeste catastrofiche ogni anno” e nell’ultimo secolo ha causato circa il 50% dei danni inflitti alle foreste. Come specifica il ricercatore ed esperto di gestione e pianificazione forestale Giorgio Vacchiano proprio in merito all’evento della tempesta Vaia, serve proteggere la foreste con criterio “attraverso la prevenzione idrogeologica territoriale, ma anche strategica per affrontare questo genere di emergenze, ad esempio mediante la creazione di piazzali per la raccolta di grandi quantità di legno, piani di attivazione di squadre per la gestione degli schianti e il rimboschimento dove serve, e una rete di segherie e impianti di trasformazione”.

Ripartire dalle foreste, ma con criterio

Insomma, la foresta è certo una risorsa naturale in espansione, ma non va abbandonata, bensì gestita in modo sostenibile. Ciò significa anche capire che quando ne distruggiamo una, per i più svariati motivi, per compensare non sarà sufficiente piantarne un’altra. Le cosiddette “compensazioni”, infatti, non solo possono essere inutili, ma talvolta anche dannose se, come sottolineano gli esperti, non tengono conto che un bosco non è solamente un insieme di alberi, ma un ecosistema forestale complesso, composto da una specifica flora di erbe e arbusti del sottobosco, dagli insetti che su queste piante si alimentano o riproducono, dagli uccelli e mammiferi che diffondono i semi, e via discorrendo. E piantare semplicemente alberi non basterà a ricrearlo.

Le foreste vetuste

La tutela del grande patrimonio forestale italiano interessa, infine, anche una parte particolarmente importante quale quella rappresentata dalle cosiddette “foreste vetuste”. Si tratta di foreste antiche, caratterizzate da un’alta biodiversità, che presentano un intervento antropomorfo minimo o nullo. Tra quelle identificate in Italia, dieci sono anche state riconosciute dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità. Si tratta, perlopiù, di faggeti: le Foreste Casentinesi tra Emilia Romagna e Toscana; le Faggete del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, nei comuni di Villavallelonga, Lecce nei Marsi, Pescasseroli e Opi; la Faggeta del Monte Cimino e del Monte Raschio nel Lazio; la Foresta Umbra nel Parco Nazionale del Gargano, in Puglia, e la Foresta di Cozzo Ferriero in Basilicata, nel Parco del Pollino. Secondo un appello dell’associazione ambientalista WWF, queste foreste sono un esempio e un obiettivo al quale mirare: “Servono più boschi maturi ed ecosistemi forestali complessi e in evoluzione naturale – spiegano – la cui gestione sia ispirata proprio al modello offerto dai boschi vetusti”.

Ma cosa rende così particolari questi luoghi? Un primo fattore è certamente l’assenza di disturbo antropico. Un secondo elemento che li caratterizza è la possibilità di identificare in esse tutte le fasi di rigenerazione, compresa quella della senescenza, ossia dell’invecchiamento e deterioramento fisiologico dell’albero; solo in questi luoghi si può individuare, per esempio, il legno morto, che comprende alberi morti in piedi, alberi caduti, rami e una flora caratteristica di quel particolare contesto biogeografico. La presenza di legno morto non deve essere considerata un elemento negativo, bensì l’esatto opposto. La necromassa legnosa (altro termine per definire il legno morto) è essenziale per la preservazione della biodiversità della foresta.

Sistemi preziosi

A confermarlo anche Francesco Lemma, 38 anni fotografo e naturalista che da anni lavora proprio sul tema delle foreste vetuste in Italia: “Ci sono insetti che ho cercato e fotografato, molto rari, come la Rosalia alpina, dall’affascinante colore azzurro, che si nutrono solo di legno morto e non in tutte le condizioni ambientali. La sua presenza è un chiaro segnale che la foresta è davvero in salute. Si tratta di sistemi complessi e molto preziosi per la biodiversità – continua Lemma – sui quali c’è scarsa conoscenza e di conseguenza considerazione. Mentre viaggiavo per l’Italia per immortalare queste foreste per un progetto Unesco ho immaginato che sarebbe bello se questi luoghi venissero fatti conoscere di più ma preservandoli dal turismo di massa e più commerciale che sarebbe senza dubbio inopportuno. Anche chi vive vicino a questi luoghi, spesso, non sa affatto delle loro rarità e di quanto siano importanti”.

Questo, secondo il fotografo e naturalista, è pericoloso: “Quando non conosci la ricchezza che dovresti proteggere, rischi di fare un picnic in mezzo a una foresta millenaria magari accendendo un fuoco, mettendo a rischio migliaia di anni di evoluzione e la vita, in delicato equilibrio, di centinaia di specie, dagli insetti, fino agli orsi, passando per lupi, allocchi, daini, cervi, volpi, picchi, rapaci, che qui hanno trovato un pezzetto di mondo nel quale poter stare davvero bene”. Ma di chi è la responsabilità? Non è così facile da individuare, ma certamente una grossa fetta di colpa è da attribuire alla mancata educazione al rispetto della natura e alla mancata conoscenza di questi luoghi. “Anche chi dovrebbe proteggere o spiegare, o semplicemente verificare che nessuno arrechi danni alle foreste – conclude Lemma – spesso fatica a trovare il modo per farne capire l’importanza. Le meraviglie che ho visto in queste foreste, dovrebbe poterle vedere tutto il mondo”.

 

 

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