“Benessere animale”: la dicitura va controllata altrimenti è una bugia

Ciwf Italia e Legambiente lanciano una petizione per chiedere l’etichettatura volontaria dei prodotti secondo il metodo di allevamento


Usare il marketing delle diciture in etichetta per nascondere la sofferenza degli animali negli allevamenti. Per cercare di regolamentare questo aspetto, che confonde i consumatori, nasce una petizione che chiede di rendere le etichette dei prodotti che compriamo ancora più “parlanti” anche rispetto al metodo di allevamento attraverso il quale sono prodotti carne, formaggi, yogurt e uova. Al momento, infatti, non esiste una regolamentazione sull’uso di espressioni come “benessere animale” o “100% naturale” indicate sulle confezioni dei prodotti.

La proposta arriva dalle associazioni CIWF Italia, Compassion in World Farming, e Legambiente, che hanno lanciato una petizione indirizzata ai Ministri della Politiche agricole, Gian Marco Centinaio, e della Salute, Giulia Grillo. Con la raccolta firme si chiede che venga avviato “al più presto un processo per la definizione di un’etichettatura volontaria secondo il metodo di allevamento che garantisca ai consumatori la possibilità di fare acquisti consapevoli”. 

Il “benessere animale” in etichetta 

Il problema, spiegano le due associazioni, è “che fra le etichette che compaiono sui prodotti di origine animale quella con il claim ‘benessere animale’ si sta diffondendo molto rapidamente, alla pari di altre indicazioni di vario genere come ‘fresco di allevamento’, “genuino’, ‘100% naturale’”, anche se “il claim ‘benessere animale’, in particolare, non dà nessuna informazione sul metodo di allevamento”. Questa dicitura, senza indicazioni vincolanti di legge, può quindi essere usata al momento in maniera indifferenziata, senza distinzioni, cioè, tra prodotti provenienti da allevamenti intensivi e prodotti provenienti, per esempio, da allevamenti all’aperto.

“Siamo chiari – sottolineano le associazioni – non può esistere benessere animale negli allevamenti intensivi, sistemi crudeli in cui gli animali vengono privati delle più elementari libertà, a cominciare da quella fondamentale di esprimere i propri comportamenti naturali. Eppure, circolano già in Italia etichette con claim ‘benessere animale’ su prodotti da allevamenti intensivi, basate su certificazioni che non tengono in conto il metodo di allevamento. Ciò rappresenta una china pericolosa, volta a mantenere la zootecnia intensiva nascosta agli occhi dei consumatori italiani, sempre più attenti alle condizioni di vita, seppur breve, degli animali allevati a scopo alimentare”.

“Sapere se un animale è stato allevato in gabbia, in capannoni al chiuso o all’aperto è invece fondamentale, anche per capire il reale potenziale di benessere in cui è stato allevato un animale”.

Un problema anche per il “made in Italy”

I rischi connessi a informazioni poco chiare in etichetta non riguardano solo la possibilità per il consumatore di scegliere in maniera consapevole cosa acquistare. “Rendendo non riconoscibili i prodotti provenienti da allevamenti all’aperto o, più in generale, da quelli più rispettosi del benessere animale, si penalizzano tutti quegli allevatori che lavorano per dare una vita migliore agli animali, rispettando l’ambiente e la salute delle persone. Le etichette sul benessere animale rischiano così – sottolineano le due associazioni – di livellare verso il basso quella qualità del made in Italy che tanto si sponsorizza, soprattutto all’estero”.

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