Cos’è Seaspiracy. Il documentario che denuncia la pesca industrializzata

Il nuovo documentario Netflix diretto dal regista inglese Ali Tabrizi fa luce sui lati oscuri della pesca industrializzata. Siamo sicuri che la pesca sostenibile sia davvero sostenibile?

Il documentario Seaspiracy, realizzato dai produttori di Cowspiracy e What the Health e girato dal regista Ali Tabrizi, è disponibile dal 24 marzo su Netflix e mostra l’impatto disastroso della pesca industrializzata sull’ecosistema marino. I punti che emergono sono due: da una parte, la pressante necessità di una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori nell’optare sempre più per un’alimentazione di tipo vegetale, dall’altra, il bisogno di una maggior trasparenza da parte dell’industria ittica e di regole più rigide e chiare che tutelino l’ecosistema marino e il benessere degli animali acquatici.

Tonno rosso e strage di delfini

La prima tappa del regista Tabrizi ci porta in Giappone, nella Baia di Taiji, in cui migliaia di delfini vengono uccisi dai pescatori perché si nutrono di pesce, e considerati per questo veri e propri “concorrenti” della pesca.
Solo pochi esemplari vengono venduti vivi ai parchi acquatici per circa 100.000 dollari.

Si parla di una vera e propria “disinfestazione di delfini“, solo con lo scopo di portare più pesce nelle barche. Cosa si pesca? Il tonno rosso, specie considerata prelibata, di cui oggi restano pochi esemplari, meno del 3% della specie. Un mercato che frutta 42 miliardi all’anno e che porta avanti uno sovra sfruttamento esasperato.

La pesca dei delfini – Immagine tratta dal trailer di Seaspiracy

Pesca accessoria

Altro problema enorme è la pesca cosiddetta “accidentale” e che rappresenta tuttavia il 40% del pescato, che poi viene rigettato in mare. Solo che questi pesci catturati “per sbaglio” nelle operazioni di pesca indirizzate ad altre specie hanno pochissime possibilità di sopravvivere una volta rilasciati. Un esempio efficace è quelli dei 10 mila delfini uccisi in questo modo sulle coste francesi da circa 30 anni a questa parte. Le altre vittime della pesca accessoria sono gli squali: circa 50 milioni di esemplari vengono pescati accidentalmente ogni anno e rigettati in mare con possibilità pari allo zero di rimanere in vita.

La pesca “sostenibile” lo è davvero?

Una delle domande che il regista Ali Tabrizi si è poto è se si possa “andare sul sicuro” acquistando quei prodotti ittici certificati come derivanti dalla pesca sostenibile. Uno dei marchi presi sotto esame è quello MSC (Marine Stewardship Council), un’organizzazione no profit indipendente che dovrebbe stabilire gli standard di pesca certificandone la sostenibilità. È davvero così? L’organizzazione non ha rilasciato alcuna intervista al regista, ma quello che mette in dubbio l’integrità di quel marchio sono i finanziamenti. Infatti, l’80.5% dei 30 milioni di dollari di entrate dichiarati, proviene da attività di beneficienza che corrispondono al rilascio delle licenze d’uso concesse alle aziende che vendono pesce per l’utilizzo del logo MSC sui propri prodotti. 

Si parla anche del marchio salva delfino Dolphin Safe rilasciato dall’Earth Island Institute. Intervistando un membro dell’istituto, Mark J. Palmer, è subito evidente che anche in questo caso non venga assolutamente garantito che il prodotto certificato come “salva delfini” dalla pesca accidentale, salvi effettivamente questi animali. Palmer ammette infatti che gli osservatori dell’istituto “raramente salgono a bordo” delle navi e che sono facilmente corruttibili.

Le reti da pesca traggono dal mare e dai fondali, tonnellate di pesce – Immagine tratta dal trailer di Seaspiracy

Reti da pesca, nessuno ne parla

E poi ecco l’inquinamento da plastica negli oceani. Tabrizi sottolinea che certamente la lotta alle plastiche monouso sia importante, ma che il 46% dei rifiuti presenti negli oceani è il risultato di reti da pesca perse o abbandonate in acqua e che sono davvero poche le organizzazioni animaliste o in difesa dell’ambiente che ne parlano nelle proprie campagne contro la plastica.
Pe esempio, la Plastic Pollution Coalition non menziona le reti da pesca e nell’intervista mostrata all’interno del documentario si rifiuta di dare risposte in merito. Ciò che evidenzia poi Tabrizi è che la stessa Coalition, insieme al marchio Dolphin Safe sono legati all’Earth Island Institute collaborando con l’industria della pesca: un conflitto d’interessi non indifferente.

Il problema degli allevamenti ittici intensivi

Come emerso da diverse inchieste di Essere Animali e altre associazioni animaliste che si battono per il benessere degli animali acquatici, considerare gli allevamenti ittici la soluzione al problema di pesca illegale e inquinamento da parte dei pescherecci e delle reti da pesca è un grosso errore. Non solo il benessere dei pesci non viene neanche considerato, ma, come mostrato in Seaspiracy, molti di loro vengono mangiati vivi dai parassiti, sono costretti a nuotare in cerchio in gabbie rettangolari e vengono nutriti con mangimi che contengono farine di pesce ed estratto di olio di pesce che richiedendo, dunque, di pescare altro pesce selvatico per far crescere quelli allevati.

Schiavitù e lavoro forzato

Altro lato oscuro del settore pesca evidenziato è quello ai danni dei pescatori nei 51 mila pescherecci tailandesi che sfruttano la manodopera a basso costo. Sono state dimostrare reiterate violazioni dei diritti umani da parte dei capitani di queste navi che minacciano, picchiano, seviziano e non raramente uccidono uomini sfruttati che non hanno altra fonte di guadagno se non la pesca.

La pesca “accessoria”: un delfino rimane incastrato nelle reti da pesca destinate a pesci più piccoli – Immagine tratta dal trailer di Seaspiracy

Bisogna cambiare rotta

Seaspiracy solleva questioni fondamentali sulla pesca industrializzata e su quella cosiddetta sostenibile. A questo proposito, Douglas Hines di Atlantic Natural Foods, azienda che si occupa di prodotti a base vegetale, in una dichiarazione a Vegconomist fa una perfetta sintesi del documentario, specificando che “nel corso dei decenni gli oceani sono stati vittime di abusi da parte di attività ittiche sempre più invasive, di una falsa rappresentazione della pesca da parte dei pescherecci, dei cumuli di spazzatura in alto mare, della pesca accessoria, dell’inquinamento della plastica, del traffico di esseri umani e in alcuni casi anche della corruzione”.

Se da una parte, è importante che gli individui siano sempre più consapevoli della propria alimentazione, dall’altra, è altrettanto necessaria una maggior regolamentazione e maggiori controlli sul settore ittico da parte di governi e organizzazioni internazionali e sovranazionali, al fine di garantire il benessere degli animali acquatici, selvatici o d’allevamento, e quello dell’intero ecosistema marino che non ci è estraneo, ma è fondamentale per la preservazione della vita sulla Terra, anche quella umana. Quello che si teme, e che il regista sottolinea, è che se entro il 2048 la vita negli oceani sarà scomparsa anche il destino del genere umano sarà appeso a un filo. Bisogna cambiare rotta.

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