Le 10 regole della cucina Zen (e veg)

Cucina zenLa filosofia orientale è affascinante ma spesso oscura per noi occidentali. Il pensiero così diverso la rende quasi mistica. Se ci si avvicina senza pregiudizi e con i giusti tempi, però, ci si accorge che in fondo non è così diversa dalle nostre antiche tradizioni, in cui nulla andava sprecato, in cui una preghiera anticipava il pasto, in cui i cibi venivano cotti dalla donna di casa sin dal mattino, con i tempi e i cicli imposti dalla natura. Poi, tutto è cambiato molto velocemente, dopo la rivoluzione industriale e ancora alla fine della Seconda Guerra Mondiale, e molto di tutto ciò è andato perso.

La filosofia orientale ci dà la possibilità di ritornare alle nostre origini anche se per farlo, in questo caso, si deve partire da una cultura molto lontana e  allora ecco di seguito le 10 regole della cucina Zen (che poi tanto assomiglia a quella delle nonne nate all’inizio del secolo scorso), che potete trovare anche nel libro “La cucina del monaco buddista”, di Aoe Kakuho, edito da Vallardi:

1. Nutrire l’anima allontanando le passioni oscuranti: quindi niente carne o pesce, che implicano di fatto violenza verso altri esseri, ma anche i sapori troppo decisi come quelli di aglio e cipolla sono esclusi. Viene chiamata anche: la cucina dell’anima.

2. Preparare il cibo con cura e mangiare con tranquillità. Innanzitutto, preparare un buon brodo “dashi”, poi bollire le verdure, far cuocere il riso, e così via, senza preoccuparsi del tempo che passa, di quanto ci si sta impiegando. Se non amate il brodo la stessa calma la potete applicare anche alla pastasciutta.

3. Il riso e le coccole. Una ciotola di riso bollito purifica l’anima, è un piatto che non ha bisogno di nient’altro, né profumi, né sapori aggiuntivi. E’ cibo puro. Il riso (e tutti gli ingredienti, aggiungiamo noi)  va “coccolat”o sin da quando si estrae dalla confezione: fare attenzione nel lavarlo e una volta in pentola controllare il fuoco. Si deve essere riconoscenti al riso “e a tutti i cereali in chicco presenti nelle varie zone del mondo” perché sono il cibo più vicino a noi e di cui non si può fare a meno.

4. Nulla va sprecato: i semi del peperone che vengono tolti possono essere usati nella composizione delle frittelle, le foglie del sedano staccate dal gambo per fare una tempura, le bucce degli ortaggi bio essiccati al sole sono ottimi per fare un buon brodo, con il gambo dei broccoli ci si può cucinare una crema. Addirittura, l’acqua di risciacquo del riso può essere usata per lessare le verdure, non la prima acqua, però: il primo lavaggio la rende troppo torbida, anche questa non va comunque buttata, ma usata per innaffiare le piante (a loro piacerà).

5. I pasti, ma soprattutto gli antipasti, si preparano richiamando alla mente il volto di coloro per i quali si cucina. Ci si deve mettere tutta l’anima nel preparare gli antipasti in modo tale che l’ospite venga accolto nel migliore dei modi trasmettendogli gioia. Attraverso gli antipasti si può comunicare il benvenuto e la disponibilità ad accogliere l’ospite a cuore aperto. E’ un incontro tra anime.

6. Le ricette non riescono mai esattamente come la volta precedente, il risultato che si ottiene non sarà mai il medesimo. Non bisogna arrabbiarsi, ma piuttosto interrogarsi con umiltà su quali ne siano i motivi. Le differenze non devono turbarci. Solo comprendendo la mutevolezza del mondo che non va mai come vogliamo ci si potrà liberare della rabbia e dell’inquietudine.

7. Eseguire le lavorazioni a mano. Ad esempio, pestare gli ingredienti al mortaio anziché frullarli con un robot da cucina darà l’occasione per abbandonarsi all’ascolto della propria anima. Qualcuno ci ha fatto arrabbiare? Se in fondo al cuore si trovano sentimenti oscuri, vanno schiacciati come gli ingredienti nel mortaio: macinare con calma per calmare la nostra anima.

8. Riordinare la cucina: un compito quotidiano che aiuta a mantenere serenità e calma così come lavarsi accuratamente, riassettare il letto, recitare i sutra, le “preghiere”. Qualsiasi cosa si provi a fare ne capirete il senso solo dopo averla ripetuta tutti i giorni.

9. I dolci vanno consumati con moderazione. Rallegrano l’anima e sono divertenti e piacevoli, ma non indispensabili per la sopravvivenza. In ogni caso, si avrà cura di bilanciare il gusto, così da far rivivere la dolcezza originaria degli ingredienti senza renderla stucchevole.

10. Il livello più alto di consapevolezza a tavola è rappresentato da colui che rende sempre omaggio per il cibo che consuma. Si rende omaggio alla terra che ne ha permesso la crescita dei vegetali, al contadino che l’ha coltivata, al cuoco che l’ha preparata e in ogni caso a Dio, qualunque esso sia, che ci ha permesso di consumare e assaporare il pasto. Un semplice gesto, un inchino, un pensiero di gratitudine.

Roberto Castellucci

 

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