“Dune” di Frank Herbert predisse il mondo in cui viviamo (siccità compresa)

Nel suo romanzo capolavoro, Frank Herbert creò un mondo per raccontare un futuro che non doveva realizzarsi, dal quale guardarci con intelligenza e saggezza. Eppure non siamo stati capaci di ascoltarlo

(Illustrazione originale per Vegolosi.it di Alessandranna D’Auria)

In Oregon, dove nacque l’autore del romanzo fantascientifico Dune, Frank Herbert, nel 1981 un altro Frank, questa volta Morton, agricoltore con la passione degli esperimenti botanici, iniziò a coltivare alcune varietà di lattuga, una rossa e una riccia verde. Le due si ibridarono senza particolari interventi da parte di Morton, che però archiviò i semi di quell’insalata rosso barbabietola e le diede un nome: l’“Oltraggiosa”. Qualche tempo più tardi la NASA ne utilizzò i semi per iniziare i suoi esperimenti di agricoltura nelle Stazioni Spaziali dove, anche ora, viene utilizzata perché più resistente ai batteri e più ricca di proprietà nutrizionali. Si coltiva nello spazio, insomma.

Herbert non ha potuto vederlo – morì nel 1986 – ma anche nei suoi amatissimi deserti, scenario della sua saga fantascientifica pubblicata per la prima volta fra il 1963 e il 1964, si studia per coltivare quinoa, orzo e fagioli. L’obiettivo è indurre le piante ad adattarsi a climi con pochissima acqua, a crescere o nella sabbia o in terreni altamente salini: uno scommessa per un futuro dove la desertificazione dei territori è una certezza e dove l’acqua sarà il nuovo petrolio. Un futuro che Herbert, nel suo libro, definito dai critici “un romanzo sull’ecologia”, aveva spiegato, immaginato e reso quasi reale – dopo aver studiato più di 200 fra articoli e libri sul tema dell’ecologia dei deserti e sul ruolo dell’uomo nello sfruttamento del Pianeta –  descrivendo un universo fatto di pianeti in precario equilibrio fra loro, in un mondo dalla struttura feudale giunto al 23.351 dopo Cristo.

Herbert ci mise sei anni a scrivere Dune, ma oggi questa perla della letteratura mondiale, che il suo autore si rifiutava di definire solo “fantascienza” a meno che non facesse comodo ai lettori per potersi avvicinare a essa senza paura, è come se parlasse di noi, del nostro caldo, della nostra continua sete di risorse, della nostra cecità davanti a leader, politici e non, che continuano a nascondere la testa sotto la sabbia (e mai frase retorica fu più calzante) davanti a una crisi climatica già in atto e che miete puntualmente le sue vittime.

Un deserto che vive

Herbert viveva in Oregon in una famiglia che diventò troppo povera per occuparsi davvero di lui e così fu uno zio a tenerlo con sé. Iniziò a lavorare nei giornali a 17 anni ed è lì, dice in molte interviste rilasciate durante la sua carriera, che imparò a non accontentarsi: “Ero curioso e questa è un risorsa enorme”. Nel 1957 gli venne affidato un articolo sulle attività per il controllo delle dune di sabbia nel Parco Nazionale del suo stato, l’Oregon Dunes; il deserto si muoveva, inghiottendo strade e città, rendendo sempre più difficoltose le attività umane. L’obiettivo degli studi su cui Herbert doveva indagare era gestire e “dirigere” le dune di sabbia anche attraverso la coltivazione di erbe che avrebbero fatto da ancoraggio naturale per il terreno. Il giornalista rimase ipnotizzato dalla mole enorme di materiale che riuscì a scovare e studiare sull’ecologia del deserto e accumulò una quantità enorme di dati tanto che scrivere un articolo – che poi non vide mai la luce – non fu più sufficiente.

Herbert studia: appassionato di temi ecologici, attivista per l’uso delle risorse rinnovabili negli USA degli anni Sessanta, giovane e testardo, comprende che tutte quelle informazioni possono diventare un romanzo, una gigantesca metafora in salsa fantascientifica che potrà essere farcita di messaggi rivolti ai suoi contemporanei ma, soprattutto, alle generazioni future. In un’intervista televisiva nel 1977, dice: “Il problema delle generazioni future che ancora non conosciamo è che non possono votare”.

Inizia la stesura di Dune, il primo di una serie di sette romanzi. La storia verrà pubblicata a puntate su “Analog”, una delle più importanti riviste di fantascienza del periodo e solo qualche anno dopo, grazie a un editore che pubblicava manuali per meccanici, divenne un libro, o meglio, uno dei più grandi successi della storia della fantascienza, conquistando con la sua versione economica soprattutto gli studenti americani. Dune diventa un classico e Herbert lascia la carriera giornalistica per dedicarsi interamente a quella di romanziere.

Il futuro scritto sulle dune

Grazie al film del regista francese Denis Villeneuve, uscito nel 2021, Dune è tornato nelle classifiche dei libri più venduti, anche in Italia. Il romanzo ecologico che ha letto nel futuro, immaginando un pianeta desertico, Arrakis/Dune, in bilico fra guerre e speranza per innovazioni che lo possano finalmente rendere “abitabile per gli uomini” – come spera il giovane protagonista Paul Atreides – è una metafora complessa e bellissima di una visione, quella di Herbert, che sembra scritta oggi e che, invece, ci schiaffeggia nella nostra immobilità. Tutta la storia, come ha spiegato lo stesso Herbert, è un susseguirsi di strati di narrazione, di messaggi, e quello ecologico è fra i più diretti e comprensibili.

Dal capolavoro letterario di Herbert sono state tratte diverse trasposizioni cinematografiche l’ultima delle quali è il kolossal del 2021 direttto da Denis Villeneuve che ha riportato all’attenzione del grande pubblico il romanzo degli anni Sessanta e il suo messaggio ecologista

Le conseguenze in un mondo senza acqua

Per vivere su Arrakis è necessario indossare tute distillanti, guaine che lasciano solo gli occhi scoperti e che permettono di riciclare il vapore corporeo e i suoi fluidi al fine di produrre acqua da bere attraverso una sorta di cannuccia. La sensazione di caldo, sete e oppressione sono uno dei tratti distintivi del libro – tenetevi accanto un bicchiere d’acqua bello colmo mentre lo leggerete. Ecco quindi la tecnologia Fremen, le tute, che permettono all’uomo di sopravvivere in un ambiente che viene continuamente depredato della spezia che ne garantisce la sopravvivenza, la quale fa parte di un complesso sistema olistico che collega vermi, deserto e vita su Arrakis. Non esistono piogge su Dune, anche le lacrime sono praticamente bandite perché l’acqua è simbolo di ricchezza. Anche i morti vengono depredati della loro acqua corporea e la battaglia sta tutta lì: mutare quella condizione, cercando una via d’uscita.

All’inizio, il protagonista del romanzo, come sostiene Filippo Rossi nel suo Dune, tra le sabbie del mito edito da Edizioni NPE, avrebbe dovuto essere non Paul Atreides bensì l’ecologo planetario Liet Kynes. A metà del romanzo, questa figura incredibile che fa da voce alla coscienza e alla visione del mondo ecologico di Herbert, sostiene una sorta di monologo fra sé e il fantasma del padre, mentre è in preda al delirio dovuto al caldo del deserto al quale è stato condannato dagli Harkonnen. “La più alta funzione dell’ecologia – spiega Kynes – è la comprensione delle conseguenze. […] Il più importante strumento per il lavoro del Planetologo è l’essere umano. È indispensabile sviluppare la cultura ecologica fra la gente. […] Fino a oggi gli uomini e le loro opere sono state un flagello per i pianeti. Non puoi continuare a rubare per sempre senza preoccuparti di quelli che verranno dopo di te“.

Sembra quasi di ascoltare la conferenza stampa di una qualsiasi associazione ambientalista di oggi. Invece, stiamo leggendo un romanzo datato 1963. Il tema della necessità di unirsi per cercare una soluzione, dell’educazione, della consapevolezza e del rispetto di ciò che chiamiamo casa, è il tema fondante della riflessione di Herbert attraverso le parole di Kynes. “La vita sul pianeta è un ampio tessuto, fittamente intrecciato. Mutazioni animali e vegetali sorgeranno, all’inizio, a causa delle forze primordiali della natura che noi manipoleremo. Noi non dobbiamo dipendere dal coraggio del singolo, capisci, ma dal coraggio di tutta la popolazione”.

Frank Herbert, in una delle più complete interviste che rilasciò nel 1977, fu chiarissimo: “Inizio a vedere la forma di un problema globale, nessuna parte di esso è distinta dalle altre. Non voglio trovarmi a dover dire a mio nipote che non c’è più un mondo per lui perché noi lo abbiamo usato tutto“. La fantascienza, prevedeva, anticipava, avrebbe tracciato percorsi, se solo avessimo avuto il coraggio e l’intelligenza di seguirli.

 

 

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