Tassare la carne per diminuire il riscaldamento globale

Carne tassataIn Italia, dove il 50% del salario finisce nelle casse dello Stato, l’idea di introdurre nuove tasse potrebbe sembrare una mossa poca saggia, se non suicida. Soprattuto in un periodo in cui tutti parlano di allentare la pressione fiscale per ridare fiato all’economia. Ma spostandoci dall’altra parte dell’Atlantico la questione potrebbe essere molto diversa. L’analisi di un gruppo di ricercatori pubblicata di recente sul magazine scientifico Nature Climate Change propone un’equazione moto semplice: tassare la carne per diminuirne il consumo (o renderlo più consapevole) e in questo modo tagliare l’emissione di gas serra.
Una strada molto difficile da percorrere, visto che l’ultimo tentativo di tassare le bibite gassate giganti proposta dall’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, è naufragata miseramente, tra le proteste delle multinazionali e il naso arricciato di migliaia di newyorchesi che non vogliono rinunciare al loro secchiello di zucchero e bollicine.
Ma il rapporto del gruppo di scienziati parte da una tesi sostenuta sia dal gruppo di esperti sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite che dall’economista Nicholas Stern: diminuire il consumo di proteine animali farebbe bene al pianeta aiutando a combattere il riscaldamento globale. Da qui la proposta della nuova tassa. Nel mondo ci sono 3,6 miliardi di ruminanti, soprattutto pecore, capre e bovini: il 50% in più rispetto a mezzo secolo fa. Il metano prodotto dal loro processo digestivo rappresenta la prima fonte di gas serra messa nell’atmosfera dall’uomo. Facendo riferimento a dati Onu, queste emissioni rappresentano il 14,5% di quelle liberate nell’aria a causa delle attività umane e potrebbero essere ridotte di un terzo migliorando le pratiche di allevamento.
Tagliare le sole emissioni di anidride carbonica non basta. Bisogna agire sugli altri gas serra e su quelli prodotti dalla digestione animale”, ha detto William Ripple, autore dello studio e professore alla Oregon State University. La stessa tesi sostenuta durante l’incontro di Varsavia, Polonia, tra i principali Paesi membri delle Nazioni Unite per discutere di riscaldamento globale.
Ma le multinazionali della carne non ci stanno. “Credere che introdurre una tassa possa diminuire le emissioni è semplicistico e di impatto negativo. La cosa invece farà solo aumentare i prezzi per i consumatori“, ha detto Nick Allen, responsabile di forEblex, l’organizzazione che riunisce i produttori di manzo e pecora in Inghilterra.
Ragionando per assurdo si potrebbe paragonare questa tassa a quella sui pacchetti di sigarette. A New York – grazie a una campagna iniziata un decennio fa – il numero di fumatori tra gli adulti è passato dal 21,5% al 14,8%. Oltre alle pubblicità e al materiale distribuito, da queste parti alcuni dicono che tanto abbia fatto l’aumento del costo: in media 12 dollari a pacchetto. Difficile che la stessa cosa possa funzionare nella terra dei barbecue e degli hamburger dove il consumo pro capite annuo è di 38 chilogrammi (in Italia sono poco più di 5).
da New York – Angelo Paura

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