Chi era Mary Midgley, la filosofa degli animali: “Nessuna specie è un’isola”

Inglese, si avvicinò alla filosofia leggendo Platone e dagli anni ’70 si occupò della questione animali accanto a grandi uomini come Peter Singer e Tom Regan


Era stata soprannominata la filosofa degli animali ed è scomparsa due mesi fa all’età di 99 anni. Mary Midgley, autrice poco conosciuta in Italia (solo l’opera Animals and why they matter del 1983 è stata tradotta nella nostra lingua con “Perché gli animali” da Feltrinelli ma al momento non è più in ristampa al contrario della sua versione in inglese), ha speso una vita a osservare e teorizzare il rapporto dell’uomo con gli animali, condannando la sua mania di considerare questi ultimi come macchine di cui disporre a piacere: “Una parte importante [… ] dell’universo è costituita dalle specie animali che insieme a noi popolano la terra. Gli animali non esistono solo perché noi ce ne possiamo servire [… ]. Essi sono la classe a cui anche noi apparteniamo; e noi non siamo che una piccola minoranza in mezzo a loro. È ragionevole pensare che dovremmo considerarli seriamente”.

Una voce fuori dal coro

Nata a Londra il 3 settembre del 1919, compì i suoi studi presso la Dowe House, un collegio con sede in quella che fu l’abitazione di Charles Darwin. E’ qui che avvenne l’incontro con la filosofia, disciplina che lei paragonò all’idraulica: essenziale nella vita dell’uomo e alla base della civilizzazione, a cui però non si presta attenzione fino a quando qualcosa nel meccanismo non funziona più come prima e occorre l’intervento di un professionista. Negli anni ’70 cominciò a interessarsi alla questione animale condannando la tendenza dell’uomo a guardare al mondo come a un insieme di singole parti indipendenti e non come a un gigantesco meccansimo interconnesso in cui ogni individuo, che sia umano, animale o vegetale, dipende ed è comunicante con tutti gli altri.

“La vita umana è come un enorme acquario illuminato male che non vediamo mai davvero completamente dall’alto, ma soltanto attraverso alcune piccole finestre sparse attorno a esso. I pesci e le altre strane creature continuano a nuotare lontano da alcune finestre, e riappaiono poi in altri punti in cui una luce diversa li rende difficili da riconoscere. Una lunga esperienza e un passaggio costante da una finestra all’altra ci dà una buona abilità nel rintracciarli. Ma se ci rifiutiamo di mettere assieme i dati che abbiamo raccolto dalle diverse finestre, potremo trovarci in guai seri”.

Dalla parte degli animali

L’aspetto del confronto e dell’assenza di differenze sostanziali tra noi (uomini) e loro (animali) pervade il pensiero di Mary Midgley: un concetto che ben si evince osservando il comportamento del lupo, una creatura, secondo l’autrice, più simile all’umano di quanto si pensi. I lupi, afferma, scelgono il proprio compagno per la vita, “sono coniugi e genitori fedeli e affettuosi, dimostrano grande lealtà al branco, grande coraggio e persistenza nelle difficoltà, rispettano attentamente i reciproci territori, tengono pulite le tane, e estremamente di rado uccidono qualcosa che non sia loro necessario per il pranzo. [… ] Hanno anche, come tutti gli animali sociali, un’etichetta assai elaborata, che comprende cerimonie sottilmente variate di saluto e di rassicurazione, grazie alle quali viene rafforzata l’amicizia, si ottiene la cooperazione e le rotelle della vita sociale vengono generalmente lubrificate”.

“Il fatto che alcune persone siano superficiali riguardo agli animali non vuol dire che l’argomento non sia serio. Gli animali non sono soltanto una delle cose con cui ci svaghiamo, come la gomma da masticare e lo sci d’acqua, essi sono il gruppo stesso cui noi apparteniamo. Noi non siamo semplicemente alquanto simili agli animali, noi siamo animali. La nostra diversità dai nostri parenti può essere considerevole, ma il confronto è sempre stato, e deve essere, cruciale per la visione che abbiamo di noi stessi”.

L’esclusione morale

Il lupo è quindi, di fatto, un modello di regolarità e virtù che mette in atto comportamenti sociali identici ai nostri; per cui, sebbene l’uomo sia divenuto il dominatore quasi assoluto del pianeta e il legame di specie sia biologicamente molto forte (cioè la tendenza a preferire i membri della propria stessa specie), questo non lo autorizza a escludere gli animali da qualsiasi considerazione morale: del resto la nostra salvezza è legata a quella di tutti gli altri esseri viventi e va inserita nella logica di un ecosistema globale.

“Tradizionalmente l’umanità si è felicitata con se stessa di trovarsi su un’isola di ordine in un mare di caos; Lorenz e gli altri hanno dimostrato che sono tutte fanfaluche. Ne conseguono molti cambiamenti nella nostra visione dell’uomo, poiché tale visione fu costruita su un supposto contrasto fra l’uomo e gli animali, generato dal fatto di vedere gli animali non così come sono, bensì come proiezioni delle nostre paure e dei nostri desideri” ma ricordiamoci che “nessuna specie è un’isola“.
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